19 / Agosto / 2019

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‘Fa’ la cosa giusta!’ : il mondo è bello perché eco

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Fa' la cosa giusta - 15° edition

Chiudete gli occhi e immaginate tutto ciò che può essere green, eco, bio. Fatto? Bene, tutto ciò e probabilmente pure qualcosa in più lo troverete a Milano, dal 23 al 25 marzo prossimi a ‘Fa’ la cosa giusta!‘, la fiera italiana del consumo critico e degli stili di vita sostenibili. Un’intera filosofia di vita infilata in un capannone, spalmata in 32.000 metri quadrati e rappresentata da centinaia di espositori. L’evento, organizzato dalla casa editrice ‘Terre di Mezzo’, compie quest’anno quindici anni, un compleanno importante che gli organizzatori hanno voluto festeggiare con l’ingresso gratuito per tutti. Nessuna scusa dunque per gli appassionati ma anche per i curiosi che avranno davvero l’imbarazzo della scelta.

Ricco come sempre il programma nelle aree tematiche tradizionali, come eco-moda e artigianato, i settori che più ci interessano. Oltre a tanti marchi di abbigliamento e di calzature sostenibili tra gli espositori, anche quest’anno si rinnoverà l’offerta di workshop e incontri per imparare a realizzare accessori moda, oltre che quaderni con tecniche artigianali e di riuso. Nel laboratorio di ‘Riciclando.it’ si potranno ad esempio creare delle utilissime pochette con materiale di recupero, mentre ‘Artedì’ farà scoprire come realizzare piccoli accessori riutilizzando oggetti insoliti. Gli artigiani della cooperativa ‘Parallelo’ insegneranno invece a realizzare una sacca in tessuto personalizzata con stampa serigrafica oppure un quaderno artigianale rilegato con la tecnica giapponese e la stampa linografica su carta (entrambi i laboratori sono su prenotazione all’indirizzo info@officinacasona.com).

Restando nell’ambito ‘moda ed estetica’, dopo il successo dell’anno scorso, gli esperti de ‘La Saponaria’ propongono nuovi laboratori per realizzare da sé cosmetici naturali: dalla crema addolcente all’acido ialuronico, fino allo shampoo solido alla birra. Persino i meno esperti potranno cimentarsi nell’incontro dedicato all’autoproduzione di “cosmetici per negati”, in cui verranno realizzati 10 prodotti in un’ora: creme viso e corpo, scrub, maschere capelli, shampoo, bagnodoccia e sapone liquido mani.

Non solo moda e bellezza comunque: tra le novità del 2018 un padiglione intero dedicato alla formazione dei più piccoli e una grossa finestra sulla cucina nazionale e i presidi alimentari locali, in concomitanza col progetto del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali che ha proclamato questo come anno del cibo italiano. Non mancheranno i laboratori creativi, in cui ci si metterà ai fornelli, ma nemmeno gli appuntamenti culturali, in cui si discuterà di futuro, sostenibile ovviamente. Verranno presentati libri ed esposizioni artistiche, ci saranno laboratori teatrali e musicali, si parlerà di benessere femminile e salute psicologica.

L’associazione animalista LAV, presente per la prima volta a ‘Fa’ la cosa giusta!’, porterà in fiera un percorso di realtà virtuale per sensibilizzare sulle condizioni negli allevamenti intensivi e ‘Dalla parte degli animali’, una mostra che narra 40 anni di battaglie e attività svolte per migliorare il rapporto tra esseri umani e altre specie: dalle campagne contro le pellicce, a quelle per un circo senza animali, fino alla lotta alla caccia, con l’attuale campagna #bastasparare.

Insomma, ‘Fa’ la cosa giusta!’ è la dimostrazione della varietà e della complementarietà dell’universo sostenibile, un mondo che comincia a diventare familiare a molti, spogliandosi di quella maschera chic e elitaria che per troppo tempo ha nascosto il suo vero volto. Quello sociale. E solidale.

Un cambiamento che sembra essere stato recipito a più livelli. Non solo dai mezzi di comunicazione, ma anche dalla politica. Molte regioni italiane hanno deciso di sostenere l’iniziativa.

E noi di eco-à-porter, ovviamente, ci saremo!

Novella Di Paolo

 

G-Star Raw e Pharrell Williams lanciano il jeans più sostenibile di sempre

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Pharrell Williams presents the G-Star RAW its most sustainable jeans

La sfida era stata lanciata già qualche tempo fa da Pharrell Williams in persona, sì proprio lui, il cantante, ma anche co-proprietario dal 2014 del marchio olandese di denim G-Star RAW che, una manciata di giorni fa, ha ufficialmente lanciato sul mercato il jeans più eco che c’è, l’Elwood RFTPi. Per dirla con una parola, anzi con una sigla, la G-Star ha messo a punto un jeans che ha ottenuto il livello oro della C2C, Cradle to Cradle certified™, in italiano dalla culla alla culla, la certificazione che valuta la riduzione dell’impatto ambientale nei processi di produzione industriale. In sostanza Pharrell e i suoi si sono dati da fare per migliorare tutto quello che si poteva migliorare in un settore dell’abbigliamento che è uno dei meno ecologici in assoluto.

E non hanno tralasciato niente: dalla materia prima, ai rivetti, al packaging.

Per il lavaggio, una delle fasi più importanti nella realizzazione dei pantaloni perché conferisce al denim le principali caratteristiche visive, ma anche più inquinante e dannosa per l’ambiente e per i lavoratori, la G-Star ha ridotto il consumo di acqua dai canonici settanta ai dieci litri per pantalone. Il processo manuale di sabbiatura, inoltre, è stato sostituito da tecnologie laser e all’ozono che permettono di evitare l’utilizzo di determinate sostanze tossiche.

Il cotone è organico al cento per cento, prodotto cioè senza l’uso di pesticidi e utilizzando il 91% di acqua e il 62% di energia in meno, con il conseguente dimezzamento di emissione di anidride carbonica. Ridotte, grazie alla collaborazione con aziende esterne, anche le sostanze chimiche nella realizzazione del caratteristico pigmento indaco, il famoso blue jeans. Completamente ecologici poi, bottoni, cerniere e altre rifiniture che finora hanno impedito il riciclo completo dei jeans. Persino le etichette sono realizzate con poliestere riciclato e nelle confezioni non c’è traccia di plastica ma solo di carta e cartone certificati.

Il jeans G-Star RAW più sostenibile di sempre Credits: G-Star RAW

Inutile dire che il brand non si è dimenticato degli operai, migliorandone le condizioni di lavoro, spesso al centro di scandali giornalistici perché estremante scadenti, grazie alla collaborazione con partner che operano direttamente nelle nazioni di produzione, come ad esempio in Vietnam.

E se tutto ciò non bastasse, l’azienda mette a disposizione di altri produttori tutte le risorse e le competenze messe a punto nel corso degli ultimi anni; perché, si legge sul sito, la sostenibilità funziona solo se condivisa. Certamente la competizione a chi è più bravo o arriva prima fa parte del gioco di marketing, così come l’auto-consacrazione. Inoltre, si sa, gli affari sono pur sempre affari.

La bella notizia comunque rimane. Perché fare a gara a chi diventa più ecologico non può che portare buoni risultati: un ambiente più sano e un mondo più etico per tutti.
E se Pharrell vuole indossare il costume da supereroe faccia pure, a noi basta che sia 100% sostenibile, come i suoi nuovi jeans.

Novella Di Paolo

Primark aderisce alla campagna #GoTransparent

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A Primark shop in Hannover

Circa un mese fa ho parlato della campagna #GoTransparent, un’iniziativa lanciata da Human Rights Watch e International Labour Rights Forum insieme a Clean Clothes Campaign (in Italia Campagna Abiti Puliti), che chiedeva a diversi marchi d’abbigliamento e di calzature di pubblicare informazioni sulle fabbriche, compresi gli indirizzi e il numero di lavoratori, da cui provengono i loro prodotti. Molti dei marchi coinvolti hanno risposto prontamente alla richiesta, rendendo pubblica la propria catena di fornitura, mentre altri ovvero Forever 21, Urban Outfitters, Walmart, Primark e Armani si sono dimostrati più reticenti.

Fino a qualche giorno fa quando Primark, brand irlandese di grandi magazzini che ha sedi in tutta Europa (recentemente ha aperto anche in Italia) e negli Stati Uniti, ha finalmente aderito alla campagna pubblicando un elenco di tutti i fornitori collegati alla sua attività, con nomi e indirizzi di oltre mille fabbriche in 31 Paesi, insieme al numero di dipendenti che lavorano in ogni fabbrica e alla divisione di genere tra i dipendenti.

Paul Lister, a capo dell’Ethical Trade Team di Primark, ha dichiarato all’agenzia di stampa tedesca Reuters che i motivi della reticenza erano dovuti a questioni di concorrenza ma è certo che le pressioni ricevute dagli attivisti che, oltre a raccogliere più di 70.000 firme con #GoTransparent, hanno portato negli store del marchio delle scatole dorate con le firme raccolte, hanno sortito il loro effetto. “Primark finora non aveva mai rivelato informazioni sui siti produttivi dei propri fornitori, ritenendo che ciò potesse costituire per l’azienda un vantaggio commerciale. Considerando, però, che il 98% della fabbriche che producono per Primark lo fanno anche per altri brand e guardando anche al numero di retailer che rendono pubbliche informazioni sui loro fornitori, abbiamo deciso di condividere le nostre informazioni”. Queste le parole esatte di Lister che in passato è stato interpellato diverse volte per accuse rivolte al gigante irlandese della grande distribuzione, accuse che  riguardavano lo sfruttamento del lavoro minorile, soprattutto dopo l’uscita di un documentario della BBC intitolato ‘Primark: on the rack’. Ma da un’analisi approfondita il filmato non sembrava autentico per delle incongruenze, tanto che il canale televisivo si è dovuto scusare con il marchio per la cattiva pubblicità.

Ad ogni modo, ciò che Primark oggi rivendica non è solo di avere partner come l’Ethical Trading Initiative (ETI), ente britannico impegnato nella difesa dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo e come il Better Work Programme dell’International Labour Organization (ILO), che si occupa del controllo degli standard industriali, ma anche che le fabbriche impegnate nella realizzazione dei suoi prodotti devono dimostrare, per il primo anno di collaborazione, di poter mantenere gli standard etici richiesti, così come gli standard commerciali in aspetti quali la qualità e la puntualità delle consegne.

Per avere comunque maggiori informazioni sulle politiche sostenibili di Primark potete andare sul sito del marchio alla voce ‘codice etico’, mentre aspettiamo al varco gli altri quattro brand che non hanno ancora risposto alla domanda “chi ha fatto i miei vestiti?”.

Giù il sipario sulla Eco Fashion Week di Vancouver

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eco fashion week photo: eco fashion week IG account

È di pochi giorni fa la notizia che la Eco Fashion Week di Vancouver, con sede anche a Seattle, chiuderà i battenti, anzi, li ha già chiusi, dato che la 13° edizione, prevista per il prossimo aprile, non si farà.

Un vero peccato, dato che la manifestazione, che faceva capo all’omonima organizza,ione no-profit fondata nel 2010 dall’eco-imprenditrice Myriam Laroche, è stata non solo la prima nel suo genere ma ha anche rappresentato negli anni una piattaforma di lancio per più di 160 designer sostenibili provenienti da oltre 15 paesi, oltre ad aver educato e guidato i settori del tessile e dell’abbigliamento ad un approccio più responsabile e sensibilizzato i consumatori verso modalità di acquisto e fruizione dell’abbigliamento più etiche e rispettose dell’ambiente. La ‘Eco Recipe‘, l’eco-ricetta, come la chiamavano all’interno dell’organizzazione, consisteva proprio nel fornire ad aziende, marchi e individui gli ingredienti base per praticare la sostenibilità nell’ambito del fashion.

I motivi della chiusura della Eco Fashion Week canadese sono dovuti alla mancanza di supporto economico; in una recente intervista sul ‘Vancouver Sun’, Myriam Laroche aveva proprio lamentato il mancato sostegno da parte dello Stato e della città stessa, restii a contribuire, se non in minima parte, alla sopravvivenza dell’evento: “Non avrei mai pensato che avrei dovuto convincere qualcuno a sostenermi e questa è la sensazione che ho avuto alla fine – che dovevo cioè convincere i partner che il nostro era un evento serio e che ci eravamo impegnati per le giuste ragioni”. Uno sfogo amaro e comprensibile.

Myriam Laroche si è dichiarata comunque orgogliosa e soddisfatta del lavoro portato avanti in questi anni con l’organizzazione e che, da parte sua, continuerà a sostenere e condividere il più possibile il messaggio legato alla sostenibilità che, per diffondersi a livello globale, deve partire individualmente, da ognuno di noi.

Oggi sono due mesi che questo blog è aperto e una delle cose che ho sentito più spesso ripetere da designer e in generale addetti al settore della moda sostenibile è proprio questo: che è dal singolo che devono partire sforzi e volontà per far sì che un modo più giusto di pensare e fare la moda diventi comune, condiviso.

Mi auguro che questo blog aiuti, in questo senso.

Grazie alla Eco Fashion Week di Vancouver per averci provato ed esserci, in parte, riuscita.

 

 

La campagna #GoTransparent chiede: chi ha fatto i tuoi vestiti?

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Mi sono imbattuta nell’hashtag #GoTransparent in Twitter; ammetto che non sapevo essere lo slogan di una campagna globale lanciata da Human Rights Watch e International Labour Rights Forum, due ONG internazionali che si occupano di diritti umani e dei lavoratori, insieme a Clean Clothes Campaign (in Italia Campagna Abiti Puliti), rete di più di 250 partner che mira al miglioramento delle condizioni di lavoro e al rafforzamento dei diritti dei lavoratori dell’industria della moda globale.

#GoTransparent, che si è chiusa 4 mesi fa e ha raggiunto sulla piattaforma di petizioni online change.org 70.000 firme, ha lanciato uno standard minimo di trasparenza globale per il settore dell’abbigliamento e delle calzature, convincendo 17 marchi, tra cui Adidas, G-Star RAW, Levi’s e H&M, a impegnarsi a pubblicare informazioni sulle fabbriche, compresi gli indirizzi e il numero di lavoratori, da cui provengono i loro prodotti.

In particolare, i brand nel mirino di #GoTransparent, sono: Forever 21, Urban Outfitters, Walmart, Primark e Armani, perché da sempre molto reticenti nel fornire informazioni riguardo alla propria filiera produttiva e, inoltre, restii a firmare l’impegno alla trasparenza come hanno fatto i marchi di cui sopra. Quale sia il motivo di tanta segretezza se lo chiede Ben Vanpeperstraete, coordinatore delle attività di lobby e advocacy della Clean Clothes Campaign; le aziende coinvolte non dovrebbero avere problemi a rivelare certe informazioni se non hanno niente da nascondere e soprattutto tengono alla propria clientela, continua Vanpeperstraete. 

La necessità di fare maggiore chiarezza sulla provenienza dei capi venduti si è fatta sempre più pressante negli ultimi anni, dopo alcuni gravi incidenti accaduti in fabbriche tessili in Pakistan e Bangladesh, tra cui il crollo del polo produttivo Rana Plaza, il 24 aprile 2013, in cui restarono uccisi più di mille operai; per ricordare il tragico anniversario, è nato in Gran Bretagna un movimento, Fashion Revolution, diffusosi poi a livello globale, che invita i consumatori a chiedersi “chi ha fatto i miei vestiti” (#whomademyclothes”) e che si ripete annualmente ogni ultima settimana di aprile con eventi ad hoc.

Tornando alla campagna #GoTransparent (sottotitolata ‘Follow the Thread’ ovvero ‘Segui il Filo’), chiusasi la petizione, gli attivisti stanno consegnando, e continueranno a farlo per tutto il mese di gennaio, negli store dei cinque marchi reticenti sparsi nelle più importanti città europee, delle scatole dorate con le firme raccolte. Risponderanno? E come?

Resto anch’io nell’attesa e per chi volesse maggiori informazioni sulla campagna #GoTransparent e/o volesse prendervi parte consegnando il messaggio di proprio pugno, ecco il link dove scaricare i messaggi da consegnare. Così che anche voi potrete chiedere “chi ha fatto i miei vestiti?”.

‘Wearing memories’: memorie di un abito

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'Wearing Memories: Call for Contributors' Photo: courtesy of Museum at the Fashion Institute of Technology

‘Wearing Memories’, ‘indossare memorie’; è bellissimo e significativo il nome che il Museo del Fashion Institute of Technology di New York ha dato al progetto che, questa primavera, diventerà una mostra. La ‘memorie’ in questione saranno quelle legate alle storie che si nascondono dietro a un abito amato e la vera particolarità dell’idea è che i capi selezionati potrebbero essere anche i tuoi! Il Museo sta infatti invitando il pubblico a raccontare la storia di un indumento che ha un significato speciale, inviando alcune immagini e un testo di accompagnamento che potrebbero venire selezionati e far parte dell’esposizione.

Example about ‘Wearing Memories’
Photo courtesy of Museum at Fashion Institute of Technology

Per partecipare al progetto bastano pochi semplici step:

  • prima di tutto bisogna fotografare l’indumento scelto per un massimo di tre immagini di cui una del capo intero appeso o sdraiato su uno sfondo neutro, preferibilmente bianco o nero, mentre gli altri due scatti possono essere dettagli o del capo indossato
  • nel testo di accompagnamento, composto al massimo da 150 parole, va spiegato il motivo per cui il capo è per te speciale: apparteneva ad esempio ad una persona cara? o lo indossavi durante un colloquio di lavoro importante? E perché lo conservi se non lo indossi regolarmente?
  • l’ultimo step è quello di inviare il tutto compilando il modulo online di partecipazione

La mostra verrà inaugurata il 29 maggio prossimo e resterà aperta fino al 17 novembre 2018 ma il termine per inviare il materiale è previsto per il 7 maggio.

Per maggiori informazioni e dettagli sulla partecipazione, basta visitare la pagina del Museo e seguire i passaggi che ho riassunto in questo post e chissà che un tuo abito, insieme a una parte di te, non ‘voli’ direzione New York per restarci tutta l’estate prossima.

 

 

 

 

 

 

 

Addio pellicce anche per Michael Kors (e Jimmy Choo!)

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Activist's disruption during Kors event Photo: AFP photo

Riprendo volentieri il mio post dell’altro giorno su uno dei trend più forti del 2017 ovvero l’eco-moda e la sostenibilità, perché un altro designer, Michael Kors, uno dei più importanti nomi della moda americana, rinuncerà alle pellicce animali entro il 2018, quindi a breve.

Per Kors deve essere stata una decisione maturata soprattutto dopo il 21 giugno scorso, quando venti attivisti per i diritti degli animali hanno fatto irruzione al Metropolitan Museum of Art di New York durante un intervento del designer; occupati palco e balconata, gli attivisti avevano imitato, urlando, i versi degli animali uccisi per la loro pelliccia e mostrato immagini cruente e slogan a tema come ‘fuck fur’. Ma le proteste durante la Fashion Week newyorchese erano costanti anche prima del blitz, con cartelli e pupazzi insanguinati.

“Per via degli sviluppi tecnologici nella produzione, abbiamo ora la capacità di creare qualcosa di esteticamente lussuoso utilizzando pelliccia non animale” ha dichiarato il marchio in una nota, anticipando che fornirà degli esempi alle prossime sfilate di febbraio.

La nuova politica sarà applicata a tutti i marchi del gruppo, compreso Jimmy Choo che Michael Kors ha acquisito lo scorso luglio, di conseguenza anche l’iconico marchio di calzature farà d’ora in poi a meno delle pellicce animali.

Avanti così, quindi, in attesa delle rinunce degli altri brand. Eco-à-porter si fa più vicino!

 

Dal team di Freitag® con amore❤️

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From F-crew with love Freitag®

Per tutti gli amanti delle borse e degli accessori del marchio svizzero Freitag®, realizzati, si sa, con i teloni riciclati dei camion, una bella opportunità natalizia; il team, o meglio la ‘F-crew’, come ama definirsi l’intera squadra dietro (e davanti perché sono compresi anche i commessi dello store) al brand che ha sede a Zurigo, regala qualcosa di molto personale ed esclusivo ovvero, udite udite, le proprie borse private! Si tratta di pezzi unici tra cui F-borse dai colori particolari o in modelli ormai fuori mercato da cui i ragazzi del team si separano a malincuore perché si tratta proprio della loro borsa preferita, portata più o meno a lungo fuori e dentro l’azienda.

I preziosi regali sono 44 in tutto e il modo in cui saranno distribuiti “non sarà deciso né dalla sorte, né dalle conoscenze giuste, né dalle mazzette che si danno, come succede di solito a Natale”, bensì solo da poche righe che dovranno convincere il proprietario della borsa a cederla in buone mani.

Per chi vuole partecipare all’iniziativa ‘From the F-crew with love‘, senza ovviamente certezza di ricevere l’ambito regalo, basta compilare e inviare il modulo online in inglese o tedesco che si trova sotto ogni storia legata al proprietario/a dell’oggetto del desiderio. Se riuscirete ad intrigarlo/a, un pezzo del suo cuore andrà a voi.

Il primo carico di regali è già partito ma c’è tempo fino alle ore 9 del 15 dicembre per rientrare nel secondo carico, mentre il terzo e ultimo è previsto a partire dal 15 dicembre.

Anche io, F-dipendente, ho mandato la mia letterina e anche se so che non devo crearmi aspettative, sono qui che fremo come la bambina di una volta in arrivo del Natale.

PS: poi vi dico se ho vinto😉 (e cosa)

L’UNEP premia la moda sostenibile

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Kaya Dorey

Ogni anno sei giovani provenienti da tutto il mondo vincono lo ‘Young Champion of the Earth‘, voluto dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) insieme all’azienda Covestro, a sostegno della tutela ambientale e dell’uso sostenibile delle risorse naturali; il premio consiste in 15.000 dollari di finanziamento di base, oltre a una formazione intensiva e al tutoraggio su misura affinché i progetti presentati possano essere realizzati.

Quest’anno, tra i sei vincitori proclamati nel mese di novembre, c’era anche Kaya Dorey, 29enne designer di North Vancouver, città canadese della Columbia Britannica, che ha vinto per la sua innovazione nel settore dell’abbigliamento sostenibile. Il suo marchio, NOVEL SUPPLY CO., produce abiti privi di coloranti tossici e di sintetici, valorizzando tinture ecologiche e materiali naturali come il cotone organico e soprattutto la canapa che, afferma Dorey, “è la fibra più sostenibile che ho in mente perché per produrla ci vuole molta meno acqua rispetto alle altre colture”.

Ma il valore aggiunto del progetto della designer è che l’attività dietro al marchio si basa sulla filosofia di produzione ‘a circuito chiuso’ ovvero su un programma di ‘ritiro’ cui Kaya sta lavorando, che prevede che l’azienda si assuma la piena responsabilità dei capi prodotti una volta consumati, oltre a garantire che vi sia una soluzione per qualunque rifiuto creato nel processo di produzione.

Inoltre Dorey sogna di creare un centro di produzione automatizzato per altri brand locali di abbigliamento, in cui i macchinari dovrebbero produrre abbigliamento e insieme facilitare la ricerca sulla componibilità dei tessuti e l’innovazione di nuovi materiali più sostenibili. L’ambizione della designer è che questo suo modello prenda piede in tutto il mondo e affinché ciò accada chiede unità di intenti ma anche di azioni.

Auguri Kaya!

Mai più pellicce per la VF Corporation

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VFC is fur free

E’ una gran bella notizia, di quelle che scaldano il cuore in queste prime giornate di freddo intenso; la VF Corporation, multinazionale statunitense di abbigliamento cui fanno capo più di 20 marchi tra cui Lee®, Wrangler®, Timberland®, The North Face®, Napapijri® Vans® e tanti altri famosi brand, ha appena aderito al Fur Free Retailer program nell’ambito di una partnership con la Fur Free Alliance, la coalizione internazionale composta da 43 importanti organizzazioni internazionali di protezione degli animali.

Niente più pellicce animali (e nemmeno lana da conigli d’angora e pelli da specie esotiche) quindi per firme storiche dell’outdoor, jeanswear e sportswear che si sono comunque già impegnate negli anni in politiche e strategie globali di rispetto e benessere degli animali; Napapijri®, ad esempio, non la utilizza dal 2015, quando ha adottato approcci innovativi per eliminare gradualmente materiali di derivazione animale (la sua ultima collezione autunno/inverno 2017/2018 è al 100% priva di pelliccia e piuma d’oca).

Letitia Webster, Vice President of Global Corporate Sustainability di VF si dichiara soddisfatta dell’accordo, così come Joh Vinding, presidente della Fur Free Alliance, la prima affermando che continueranno a collaborare con le organizzazioni animaliste per promuovere lo sviluppo di materiali alternativi a quelli animali, il secondo auspicandosi che il fur-free diventi una normalità nel mondo della moda.

In Italia la Fur Free Alliance è rappresentata dalla LAV che, tramite Simone Pavesi, responsabile area moda Animal Free, ritiene la scelta della Vf un “forte messaggio di cambiamento culturale”.

La strada è quella giusta, continuiamo a percorrerla insieme.

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