19 / Luglio / 2019

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Prada lancia la collezione Re-Nylon, borse e zaini in nylon rigenerato

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La notizia gira in rete da un paio di giorni, giustamente perché si tratta di una news più che positiva: Prada ha reinterpretato alcune delle sue iconiche borse con il filo di nylon rigenerato ECONYL, lanciando una capsule collection a tema.

Dopo l’annuncio, recentissimo, della rinuncia all’uso di pelliccia animale a partire dalla prossima primavera/estate e con il lancio di questa collezione, la Maison italiana dimostra di essere sempre più impegnata nella sostenibilità.

La collezione Prada Re-Nylon presenta sei modelli classici per l’uomo e la donna: un marsupio, una borsa a spalla, una tracolla, un borsone e due zaini e l’intera offerta è prodotta appunto con nylon rigenerato, cui si aggiunge un logo studiato ad hoc per il progetto.

Il progetto Re-Nylon, nato dall’incontro tra Prada e Aquafil, l’azienda produttrice di ECONYL, ha come obiettivo ultimo quello di sostituire tutto il filo di nylon utilizzato nei capi e negli accessori Prada con il filo rigenerato ECONYL entro la fine del 2021 e a tal proposito, Lorenzo Bertelli, Head of Marketing and Communication del Gruppo Prada, si ritiene orgoglioso del progetto e della collezione Re-Nylon: “Il progetto riflette il nostro costante impegno in materia di sostenibilità. Questa collezione ci permetterà di dare un contributo significativo e di creare prodotti senza impiegare nuove risorse”.

Soddisfatto anche Giulio Bonazzi, Presidente e CEO di Aquafil: “Con questo progetto Prada fa un grande passo in avanti, diventando un esempio, tra i brand italiani. Siamo felici di collaborare alla capsule collection Prada Re-Nylon e soprattutto di partecipare alla sfida di conversione dell’intera produzione Prada in nylon rigenerato”.

Per presentare i processi all’avanguardia su cui si fonda l’iniziativa, National Geographic, ‘content partner’ di Prada, realizza “What We Carry”, una serie di cortometraggi che accompagnerà gli spettatori in un incredibile viaggio lungo la catena di approvvigionamento di ECONYL. Dall’Africa all’America, dall’Asia all’Oceania, fino all’Europa, i cortometraggi esplorano ciascuno i materiali riciclati che compongono il filo ECONYL, svelando il dietro le quinte delle fabbriche e degli impianti che lo producono.

Il primo episodio ci porta a Phoenix, in Arizona, nel nuovo impianto di riciclo di tappeti di Aquafil. Bonnie Wright, attrice e attivista per Prada, e Asher Jay, artista ambientalista e inviata di National Geographic, ci accompagnano alla scoperta di una delle fonti di produzione di ECONYL: vecchi tappeti altrimenti destinati alle discariche.

Qui sotto potete vedere l’episodio per capire, almeno a grandi linee, come un vecchio tappeto diventa filato:

H&M richiamata per pubblicità (sostenibile) ingannevole

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Tra i marchi di abbigliamento che in questi ultimi anni si sono assunti delle responsabilità aderendo a programmi legati a una maggiore trasparenza della propria catena produttiva, figura il colosso svedese H&M che ha tra le proprie linee anche la ‘Conscious Collection’ ovvero capsule realizzate con materiali provenienti da fonti sostenibili e/o prodotti con metodi sostenibili.

Eppure è proprio l’ultima ‘Conscious Collection’ di H&M, uscita nell’aprile scorso, a essere finita sotto la lente del Norwegian Consumer Authority (CA), un ente amministrativo indipendente norvegese che opera per influenzare le decisioni commerciali su una serie di mercati.

Questo ente, in collaborazione con la Norwegian Broadcasting Corporation (NRK), ha criticato la collezione in questione e la sua promozione per “marketing illegale’, chiedendo a H&M di scusarsi con i consumatori; in particolare, sempre secondo la CA, la descrizione che H&M fa delle caratteristiche di sostenibilità della propria ‘Conscious Collection’ violerebbe le leggi di marketing norvegesi utilizzando simboli, statement e colori che indurrebbero in errore gli acquirenti.

Ma qual è la particolarità di questa nuova collezione di cui vedete alcuni look anche nell’immagine di copertina tratta dalla fonte originale dell’articolo, il magazine Ecotextile News? Come descritta nel sito del marchio, si tratta di una capsule “ispirata alle meraviglie di Madre Terra, alla sua forza vitale e ai suoi colori … la nostra collezione più energizzante, realizzata con tre nuovi materiali provenienti da fonti sostenibili … bucce di agrumi, foglie di ananas e biomassa di alghe”.

Le bucce di agrumi sono alla base di Orange Fiber, marchio italiano che ha brevettato e produce il primo tessuto sostenibile ricavato dagli agrumi, che ha caratteristiche simili alla seta per la sua lucentezza, leggerezza e impalpabilità. Le foglie di ananas si trasformano in Piñatex, fibra naturale innovativa che rappresenta una meravigliosa alternativa alla pelle, mentre la biomassa di alghe si chiama BLOOM™ ed è una schiuma flessibile ricavata appunto dalla biomassa delle alghe il cui processo produttivo aiuta a ripulire e ripristinare l’ambiente.

Le ciabattine in BLOOM FOAM

Ci sono abiti, completi, top, gonne dalle linee sia fluide che accostate, decorati da stampe vivaci che vanno dai fiori alle piume, dalle piante di aloe vera ai coralli, il tutto coordinato a scarpe e borse.

H&M, per contro, si è difeso affermando che l’ente in questione non avrebbe il background o la competenza per valutare la collezione di abbigliamento e sottolinea che anche il resto dei materiali utilizzati sono sostenibili: poliestere riciclato, cotone organico, lino organico, Tencel, lyocell, plastica riciclata, vetro riciclato e argento riciclato.

Senza prendere posizione sulla questione, che non è di certo il nostro compito e intento, vogliamo solo aggiungere che H&M non è nuova a controversie sul tema ‘sostenibilità’; proprio qui, l’anno scorso, avevamo parlato di come il promesso aumento di salario ai lavoratori nelle fabbriche terzomondiste da parte del colosso svedese non si era poi palesato. E poi altre polemiche hanno riguardato le sfavorevoli condizioni di lavoro femminile nelle fabbriche asiatiche del marchio.

Se il tallone d’Achille del marchio sembra sia il suo impegno nella trasparenza della catena di fornitura, in particolare riguardo alle condizioni degli operai, allora sarebbe meglio, forse, insistere perché apporti dei cambiamenti significativi in questo senso e applaudire, invece, se punta su materiali sostenibili di provenienza certificata.

Nel sistema moda la legge è uguale per tutti?

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Merce invenduta che finisce al macero; non è la prima volta che affrontiamo l’argomento. L’estate scorsa avevamo parlato di ‘abiti che bruciano‘, una delle cattivissime pratiche del sistema moda secondo cui tanti marchi del lusso hanno come abitudine quella di mandare nell’inceneritore milioni di euro di abbigliamento e accessori, piuttosto che venderli a prezzi troppo ribassati per non intaccare l’immagine esclusiva del proprio brand e per tenerli fuori da canali non autorizzati di distribuzione.

Oltre allo spreco in se, va ricordato che tutto ciò che compone un abito o un accessorio, dal tessuto ai componenti come bottoni, cerniere e altre decorazioni, non può essere bruciato in modo ecologico, quindi, di nuovo, il problema è soprattutto ambientale.

In questo senso, e forse non è un caso che venga proprio dal Paese di gruppi del lusso come Kering e Louis Vuitton, il governo francese si sta impegnando a legiferare affinché la merce invenduta non venga distrutta. La spinta legislativa, che dovrebbe entrare in vigore entro il 2023, viene dal primo ministro francese Edouard Philippe che, già l’anno scorso, aveva presentato la Roadmap per l’economia circolare ovvero 50 proposte finalizzate allo sviluppo dell’economia circolare del Paese.

“Possiamo trovare un modello economico praticabile e assicurarci che tutto ciò che resta invenduto venga dato via o suddiviso per il riutilizzo, ha affermato Philippe recentemente, “possiamo evitare la distruzione di prodotti che sono perfettamente buoni, [questo] è uno spreco scandaloso”.

Ma questa legislazione illuminata sarà estesa a tutti i marchi o ci saranno delle eccezioni? A quanto pare ai marchi del lusso sarà concesso il privilegio di proteggere i diritti di proprietà intellettuale distruggendo i prodotti contraffatti che entrano in loro possesso o comunque prodotti che in qualche modo rimandano a loghi, colori, motivi che identificano il proprio brand.

Non c’è da stupirsi, dato che Louis Vuitton e Kering sono gruppi potentissimi che generano decine di miliardi di ricavi in ​​Francia e mantenere la loro aura di esclusività è parte integrante del loro successo.

Ma se così fosse, se fossero fatte queste eccezioni, che senso avrebbe, che senso ha parlare di “un modello economico praticabile” o di economia circolare? Non dovrebbero anche i marchi del lusso, anzi soprattutto loro, rinunciare ad almeno una briciola della propria esclusività per essere protagonisti attivi del cambiamento?

Wrangler lancia Indigood Foam-Dye e diventa sostenibile

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Avrete ormai capito che parlare di denim ci piace un sacco; non è soltanto un tessuto molto cool, che non passa mai di moda, diciamo intramontabile nel più stereotipato degli aggettivi, ma sempre più sostenibile grazie agli sforzi delle aziende produttrici e dei marchi che hanno preso consapevolezza di quanto sia inquinante e insieme oneroso in termini di consumo di risorse naturali produrre un paio di jeans.

Così ecco che anche Wrangler, uno dei più storici brand di jeans made in Usa, anno di nascita 1947, lancia la sua linea di prodotti più sostenibile di sempre utilizzando per la prima volta la tecnologia Indigood Foam-Dye che elimina il 100% di acqua nella fase di tintura del tessuto e di conseguenza anche le acque di scarto, riducendo inoltre il consumo energetico e gli sprechi di energia di oltre il 60% rispetto al processo di tintura convenzionale.  

In cosa consiste la tecnica Indigood Foam-Dye? Nella tintura con schiuma che sostituisce interamente le vasche d’acqua e i bagni chimici della tradizionale tintura indaco, riducendo totalmente la quantità d’acqua necessaria per dare al denim la tanto amata tonalità blu indaco.

Il lancio globale del denim tinto in schiuma segue l’impegno di Wrangler Indigood per scoprire e implementare in tutta la sua catena di fornitura i modi più sostenibili per tingere il denim: “siamo orgogliosi di aver contribuito a promuovere una tecnologia che ha il potenziale per rivoluzionare gli standard di sostenibilità per il denim, dichiara Tom Waldron, VP & Global Brand President di Wrangler, “l”introduzione del denim tinto in schiuma IndigoodT rappresenta il nostro continuo impegno per far progredire l’industria del denim, pur mantenendo l’autenticità, la qualità e lo stile che i consumatori si aspettano da Wrangler”.

Molto soddisfatto anche Roian Atwood, direttore della sostenibilità di Wrangler (che avremo come ospite nella prossima intervista del mese!!!): “Indigood innalza la soglia di ciò che i consumatori possono aspettarsi da noi in termini di prestazioni ambientali; siamo costantemente alla ricerca di opportunità per migliorare l’impatto sostenibile dei nostri prodotti in tutta la catena di produzione e siamo orgogliosi di quello che abbiamo ottenuto attraverso Indigood”.

I prodotti Indigood saranno presenti nella collezione ICONS che comprende jeans maschili e femminili, camicie e giacche in due distinte tonalità di denim: Good Day (chiaro) e Good Night (scuro).

L’impegno di Wrangler non si ferma qua; gli obiettivi dello storico marchio americano sono di risparmiare 5,5 miliardi di litri d’acqua negli impianti di proprietà e in funzione entro il 2020, di alimentare tutti gli impianti con energia elettrica rinnovabile entro il 2025 e, sempre entro il 2025, di approvvigionarsi con il 100% del cotone sostenibile.

Il futuro è già qui.

‘Immergersi nel blu’ per la Giornata Mondiale degli Oceani

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'Immergiti nel blu' a Milano - crediti fotografici Andrea Borsani

Eco-à-porter è prima di tutto un blog che tratta di abbigliamento e accessori etici, è vero ma capita che ci siano eventi o tematiche che non riguardano direttamente la moda ma che inseriamo volentieri nei nostri argomenti, sia perché ci stanno a cuore, sia perché indirettamente toccano anche il nostro settore, che è comunque vastissimo.

E’ il caso degli oceani, quelle immense distese d’acqua a noi tante care, oggi infestate da tonnellate di plastica, di acque di scarico e di sostanze nocive di cui anche l’industria della moda è responsabile. L’anno scorso, in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, che cade l’8 giugno, avevamo parlato dell’iniziativa-reportage dai fondali dell’Isola di Santorini organizzata dall’associazione Healthy Seas che, insieme a Ghost Fishing e alla Cousteau Divers, aveva recuperato le reti da pesca abbandonate, non solo rifiuti inquinanti perché fatte con nylon, polipropilene e poliestere ma anche trappole letali per flora e fauna marina.

Reti da pesca che vengono poi rigenerate e trasformate nel tessuto ECONYL, che conosciamo ormai bene per averlo citato tante volte in quanto utilizzato da tanti marchi internazionali di swimwear e non solo (ospite dell’intervista del mese di febbraio abbiamo avuto proprio il produttore di ECONYL, l’azienda italiana Aquafil).

Quest’anno, per la Giornata Mondiale degli Oceani ma anche per quella dell’Ambiente, che si festeggia proprio oggi, ci piace parlare di ‘Immergiti nel blu’, iniziativa organizzata dalla Marine Stewardship Council (MSC), organizzazione internazionale non-profit che premia le pratiche di pesca sostenibile per salvaguardare le risorse ittiche future.

‘Immergiti nel blu’ porta, nel cuore del centro storico di Milano, presso le Colonne di San Lorenzo, un’immensa distesa blu fatta di un prato naturale di quasi 500 mq totalmente dipinto di blu con vernice rigorosamente ecologica, che offrirà ai passanti la possibilità di ‘tuffarsi’, rilassarsi e saperne di più su come contribuire a salvaguardare il futuro degli oceani scegliendo prodotti provenienti da pesca sostenibile.

‘Immergiti nel blu’ a Milano – crediti fotografici di Andrea Borsani

Il bel tappeto blu si trova a Milano già dal 3 giugno e ci resterà fino a domani, il 6, giorno clou dell’iniziativa quando, attraverso un gioco collettivo, le persone saranno invitate a ‘pescare’ alcuni oggetti di design che rappresentano la vita negli oceani, realizzati da due artisti, Geppetta e Salvabarche, che usano materiali di recupero: la prima gli oggetti depositati sulla spiaggia dalle correnti marine e il secondo varie parti di vecchie barche abbandonate. E sarà consentito prendere e portare via con sé alcuni pesci speciali, quelli contrassegnati dal bollino blu MSC ‘pesca sostenibile e certificata’. Il gioco, condotto con l’ausilio di speciali ‘pescatori’, ha l’obiettivo di spiegare in modo semplice e divertente il concetto della pesca sostenibile.

La campagna ‘Immergiti nel blu’ avrà la sua declinazione sul territorio attraverso l’evento di Milano, ma tramite i social media chiunque potrà partecipare con MSC alla celebrazione del World Oceans Day: attraverso Facebook, Instagram e Twitter, tutti potranno fare la loro parte utilizzando l’hashtag #StavoltaMiTuffo. Ovunque ci si trovi, in qualunque momento della giornata (a colazione, in ufficio, al bar, sul tram) MSC invita tutti a ‘tuffarsi’ nel blu, facendosi una foto con maschera e boccaglio. Un modo divertente per proclamare il proprio impegno a rispettare gli oceani ogni giorno.

Anche Prada si aggiunge ai marchi fur free!

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Da www.care2.com

E’ sempre una gioia, per noi che amiamo così tanto gli animali, dare questo genere di notizie e cioè che anche Prada, finalmente, si è liberata della pelliccia! A partire dalla prossima collezione donna primavera/estate 2020, il marchio del lusso italiano presenterà collezioni totalmente fur-free, estendendolo anche alla seconda linea Miu Miu.

La decisione di Prada arriva dopo una campagna tostissima che organizzazioni come la nostra LAV insieme alla Humane Society of the United States (HSUS) in collaborazione con la Fur Free Alliance hanno lanciato l’anno scorso, chiedendo espressamente alla Maison di rinunciare all’uso della pelliccia naturale nelle sue collezioni.

Tanti di noi hanno partecipato firmando la petizione e alla fine Prada ci ha ascoltato.

Nella sua scelta etica Prada va ad aggiungersi a Jean Paul Gaultier, Versace, il gruppo Michael Kors, Armani, tutti marchi del lusso che su pressione di organizzazioni animaliste ma anche su richiesta di noi cittadini e consumatori hanno scelto di essere fur-free.

La conseguenza di queste scelte etiche da parte dell’industria della moda va così a incidere sempre più pesantemente sul numero di allevamenti da pelliccia ancora attivi, in Italia e nel resto del mondo. Come abbiamo già ricordato in diversi post, sono tanti i Paesi che li hanno banditi o che li chiuderanno tra pochi anni, come gli ultimi 17 ancora attivi nelle Fiandre che dovranno chiudere i battenti entro il 2023. Anche la Norvegia, una volta il più grande produttore mondiale di pellicce di volpe, ha votato per mettere fuori legge l’allevamento di animali da pelliccia dal 2024.

Manca l’Italia, dove continuano a rimanere attivi circa una ventina di allevamenti di visoni che causano la morte di almeno 200.000 animali l’anno (circa 550 ogni singolo giorno). Quindi, per noi di eco-à-porter, la notizia più bella sarà annunciare che il nostro Paese avrà finalmente approvato una legge per bandire in via definitiva queste prigioni mortali.

Il denim è anche questione di chimica, chiedetelo a Garmon!

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Garmon Chemicals

E torniamo a parlare di denim, non solo perché ci piace e non passa mai di moda ma perché è un tessuto che per produzione e trattamenti pone sfide sempre nuove alla sostenibilità, l’abbiamo visto anche al seminario organizzato da ISKO cui eco-à-porter ha preso parte.

Uno degli appuntamenti dedicati all’industria mondiale del denim è il Kingpins Show di Amsterdam, di cui abbiamo già parlato come evento che si tiene in diversi periodi dell’anno in varie città del mondo e che ad Amsterdam collabora con la House of Denim,  un’organizzazione non-profit che lavora per un approccio più sostenibile, innovativo e collaborativo all’industria del denim.

Al Kingpins prendono parte anche tante aziende italiane che sviluppano e propongono soluzioni innovative e responsabili nella lavorazione del jeans, tra queste Garmon Chemicals, compagnia con sede a San Marino, specializzata in prodotti e processi chimici da applicare all’abbigliamento.

Parlare di sostenibilità applicata alla chimica sembra un po’ un ossimoro perché si sa che spesso sono proprio le sostanze utilizzate nei vari trattamenti e finissaggi a essere responsabili di tossicità e inquinamento ma proprio per questo ricercare e sviluppare alternative con il minor peso ambientale è una mission che tutte le aziende impegnate nel cambiamento devono avere.

E Garmon è appunto tra queste. Al Kingpins l’azienda ha presentato Avol Lime, un neutralizzante ecologicamente avanzato che, utilizzato in combinazione con Avol Oxy White (no, non è un dentifricio!) l’agente sbiancante che sostituisce il permanganato di potassio, consente di ottenere un processo di decolorazione del jeans sicuro e sostenibile.

Il permanganato di potassio è un composto che ha svariati usi e viene appunto utilizzato anche per la decolorazione dei tessuti; ha una tossicità acuta relativamente bassa, ma a causa delle sue proprietà ossidanti è fortemente irritante per gli occhi, per le vie respiratorie, per la pelle e per ingestione, oltre ad essere fortemente inquinante per le acque con effetti di lunga durata. Solitamente, per neutralizzare il permanganato e suoi residui, vengono usati prodotti con nomi abbastanza impronunciabili come l’idrossilammina e il metalbisolfito di sodio, anche queste sostanze nocive, irritanti, pensiamo a chi ne viene in contatto tutti i giorni lavorandoci!

Quindi diciamo che sia il neutralizzante Avol Lime che lo sbiancante Avol Oxy White rappresentano un innovativo passo avanti, il primo perché, in caso di utilizzo del permanganato lo rimuove efficacemente producendo al contempo capi con contrasti migliori e decolorazioni più chiare ed è già attivo a temperatura ambiente, il secondo perché è esente da composti di manganese, metalli pesanti e alogeno derivati, risulta sicuro nell’utilizzo e facile nell’applicazione e non necessita di processi di asciugatura in macchina o indurimento, perciò ne conviene anche un risparmio energetico.

Forse ci soffermiamo troppo sui prodotti finiti e troppo poco sui passaggi che li precedono, invece è importante affrontare tutte le fasi produttive di un capo, soprattutto quando si parla appunto di tessuti come il denim, che ci piace tanto, sì, ma a quale prezzo?

E proprio per far sì che il consumatore sappia che i capi sono stati trattati con i prodotti Garmon, al Kingpins Show è stato presentato anche uno speciale cartellino dotato di un codice QR che, scansionato, fornisce l’esatto ammontare delle risorse naturali risparmiate durante il finissaggio del singolo capo, insieme alle informazioni legate alla sicurezza del prodotto chimico per quanto riguarda ambiente, lavoratori e consumatori finali.

Anche questa innovazione fa parte della promozione della piattaforma di Garmon greenofchange®, strumento dedicato al miglioramento di sicurezza e performance ambientali della chimica applicata al tessile, a sua volta legato ai greenofchange® Days, serie di workshop internazionali che coinvolgono docenti, opinion leader e tecnici, incoraggiati a condividere expertise e best-practices del settore. Lo scopo è migliorare la conoscenza in tema di sostenibilità e sviluppare nuove strategie per far progredire l’intera industria. L’ultimo greenofchange Day si è tenuto il 13 aprile scorso a Nuova Dheli.

Il primo greenofchange Day

E voi, consumatori, chiedetevi sempre qual è il vero prezzo dei vostri capi o dei vostri jeans, non quello che avete pagato voi ma quello reale, che coinvolge la salute dell’ambiente e di chi quel capo l’ha prodotto.


Il jeans di Guess parla eco-sostenibile

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La nuova collezione Eco Denim by Guess

E’ un momento molto caldo per la moda sostenibile; accanto a quei marchi che hanno fatto dell’etica un portabandiera del proprio stile, scegliendola da subito, ci sono anche quelli che hanno appena intrapreso un percorso responsabile che ci auguriamo sia definitivo e non dettato dalle tendenze del momento.

E’ il caso di Guess, jeans company americana fondata dai fratelli Marciano nel 1981, famosa per aver importato negli Usa la lavorazione stone-washing e poi allargatasi alla produzione di accessori, beachwear, profumi e bigiotteria, che ha lanciato la nuova collezione jeans donna con il nome di Eco denim, rafforzando così un impegno verso la sostenibilità iniziato nel 2016 con il lancio della linea Guess Eco.

La nuova collezione Eco denim by Guess

Ma prima di vedere più da vicino la nuova collezione, merita forse dire che l’impegno di Guess fa parte del più ampio Piano di Sostenibilità Guess annunciato in modo dettagliato nel Rapporto di Sostenibilità della Società pubblicato nel 2017. Da allora, Guess ha per esempio aderito alla Better Cotton Initiative (BCI), dedicata al miglioramento della sostenibilità nell’industria globale del cotone e ha stabilito una politica di approvvigionamento responsabile per il rayon e altri materiali cellulosici, nel tentativo di proteggere le foreste e le comunità locali.

Quest’anno, inoltre, il marchio ha lanciato, in partnership con I:CO (I:Collect), fornitore di soluzioni globali per la collezione, lo smistamento certificato, il riuso e il riciclo di scarpe e abbigliamento usati, il programma Resourced, mirato a incoraggiare i clienti a riciclare il proprio guardaroba dandogli una nuova vita. Resourced, partito originariamente dalla California e poi estesosi negli USA nel 2018, ha l’intento di raggiungere un livello mondiale entro il 2020.

Riguardo la nuova collezione Eco denim, lo stile è quello sensuale legato da sempre a Guess (chi non ricorda le campagne pubblicitarie con i sexy-ritratti di Ellen Von Unwerth?) con i pantaloni skinny 1981 e i jeans Marilyn strappati in lavaggi appariscenti ma orientati a diminuire l’impronta ecologica, garantendo minori emissioni di C02 e un generale risparmio di acqua ed energia. Lo stesso vale per le imbottiture dei capi, realizzate utilizzando un materiale speciale creato con bottiglie riciclate. Inoltre, la gamma del jeans trae vantaggio dalla qualità dell’azienda milanese Candiani, che impiega metodi interamente sostenibili per la produzione dei propri tessuti in denim.

Le T-shirt sono invece in 100% cotone organico, quindi prodotte con un ridotto consumo di acqua ed energia. Sin dal lancio della linea Guess Eco nel 2016, l’azienda ha risparmiato oltre 2,5 milioni di litri d’acqua, equivalenti alla quantità che 1 milione di persone può bere in un giorno e sta valutando di raddoppiare il proprio risparmio d’acqua entro il 2021.

Come sempre quando parliamo delle scelte responsabili di questi marchi non avvezzi fin da subito all’adozione di pratiche sostenibili, ne auspichiamo il mantenimento costante insieme a un impegno sempre maggiore. E noi, come sempre, li teniamo d’occhio 😉

La sofferenza non va di moda

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Il benessere degli animali mi sta molto a cuore, anzi, è una delle mie ragioni di vita. Perciò, oltre ad attivismo e volontariato, aiutare a diffondere una filosofia cruelty-free è forse il principale obiettivo del mio lavoro e quindi anche di questo blog, nato appunto per parlare e celebrare una moda amica dell’ambiente e che eviti qualsiasi sofferenza agli animali.

Purtroppo è assai noto di quanto l’industria della moda sia responsabile della detenzione e della barbara uccisione di migliaia di animali da pelliccia: visoni, cincillà, volpi imprigionati in gabbie minuscole, spaventati, feriti, malati, mutilati, uccisi in camere a gas o tramite scariche elettriche o ancora scuoiati vivi e tutto per finire in passerella e poi addosso a qualche ricca signora viziata.

Fortunatamente le cose stanno cambiando e di questo ne ho già parlato in diversi miei post, a proposito di brand e designer, l’ultimo in ordine di tempo Jean Paul Gaultier, che rinunciano all’uso della pelliccia naturale. La conseguenza è che sono sempre più numerosi gli allevamenti da pelliccia che chiudono e i Paesi che li vietano.

Sempre nel post sulla rinuncia di Jean Paul Gaultier, parlavo anche di come l’Italia sia fanalino di coda, con circa venti allevamenti di visoni ancora aperti, che causano la morte di almeno 200.000 animali l’anno e questo nonostante una proposta di legge pervenuta da più schieramenti politici.

Proprio ieri a Milano presso l’hotel Sheraton Diana Majestic si è tenuta una conferenza, ‘La sofferenza non va di moda: iniziative contro l’allevamento degli animali da pelliccia’, organizzata dall’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente e del Movimento Animalista, cui va riconosciuto un impegno costante a favore dei diritti degli animali. Non a caso l’evento coincide con l’inizio della Milano Fashion Week, perché sono ancora tanti i brand che usano pellicce naturali, quindi sensibilizzare e fare pressing non basta mai.


‘La sofferenza non va di moda’ ha un duplice scopo: quello di chiedere alle signore di “non vestirsi di cadaveri” e di sollecitare il nostro Parlamento affinché approvi finalmente la proposta di legge, proprio a firma Brambilla, per vietare l’allevamento di animali da pelliccia, seguendo l’esempio degli altri Paesi europei e cogliendo al contempo i segnali che arrivano dalla società e dall’interno stesso del sistema moda, con le maison che alla pelliccia hanno già rinunciato.

Il messaggio della campagna è veicolato in un video che Brambilla ha girato con dei cincillà: “C’è un solo modo, dice nella clip l’on. Brambilla, “per avere addosso la soffice pelliccia dei cincillà: riempirli di coccole. Signore, non vestitevi di cadaveri!”.

La proposta di legge ridepositata all’inizio della nuova legislatura, ‘Divieto di allevamento, cattura e uccisione di animali per la produzione di pellicce’ prevede la dismissione degli allevamenti esistenti, l’affidamento degli animali ad associazioni protezionistiche o, se possibile, la loro re-immissione in natura, l’estensione delle fattispecie di reato previste dall’articolo 544 bis (uccisione di animali “per crudeltà o senza necessità”) del Titolo IX-bis del codice penale alle attività di allevamento, cattura e uccisione di animali per la principale finalità di utilizzarne la pelliccia.

Inoltre, in aggiunta alle pene già stabilite per la violazione dell’articolo 544 bis del codice penale, ovvero la reclusione da quattro mesi a due anni, la proposta di legge prevede che chiunque allevi animali con la finalità di commercializzarne le pellicce o produca, commercializzi a qualunque titolo pellicce ricavate da animali allevati, catturati o uccisi in Italia sia punito con l’ammenda da euro 1.000 a euro 5.000 per ciascun animale. Ne conseguono la confisca degli animali vivi e la distruzione del materiale di origine animale prodotto in violazione della legge.

Sono contenta di poter condividere questa iniziativa, in attesa che anche il nostro Paese faccia un passo in più verso la civiltà.

I piani di Parigi per la moda sostenibile

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Paris Postmark

Parigi e la moda, un legame indissolubile lungo una vita. Ma se la capitale francese vuole continuare a mantenere vivo questo rapporto che racchiude secoli di storia, deve essere consapevole dei cambiamenti che stanno avvenendo anche in questo settore, un settore che, qui l’abbiamo detto tante volte, ha grandi responsabilità nei confronti dell’inquinamento ambientale e, di conseguenza, dei disastrosi effetti legati ai cambiamenti climatici.

Tutte gli operatori del settore, a livello internazionale, si stanno muovendo in questo senso; prendiamo ad esempio Milano con la Camera Nazionale della Moda Italiana, che ha messo al centro il tema ‘sostenibilità’ da quando Carlo Capasa ne è diventato Presidente. L’ente sta dando sempre più spazio agli eco-designer che sfilano durante la fashion week, poi ci sono i Green Carpet Fashion Awards che ogni anno puntano i riflettori sulla moda green premiando chi si impegna in questo senso, supportati anche dal nostro Ministero per lo Sviluppo Economico.

E Parigi? Non è da meno. A poche settimane dalle sfilate autunno inverno 2019/2020, nasce ‘Paris Good fashion’, un’iniziativa che coinvolge tutte le associazioni francesi più importanti come l’Institute Français de la Mode, la Federation de la Haute couture et de la Mode, la piattaforma di nuovi talenti Eye on Talents, la Fondazione Ellen MacArthur e le Galleries Lafayette, oltre a marchi e designer, tutti insieme per stabilire una roadmap da seguire per rendere Parigi la capitale sostenibile della moda.

La roadmap della sostenibilità verrà presentata a giugno e si concentrerà su come creare un’economia circolare, migliorare l’approvvigionamento e la tracciabilità dei prodotti e rendere la distribuzione e la comunicazione, compresa quella legata alla settimana della moda parigina, più sostenibili.

‘Paris Good Fashion’ si dà anche un obiettivo temporale: il 2024, anno in cui Parigi ospiterà le Olimpiadi.

Antoinette Guhl, vice sindaco di Parigi, che ha presentato il progetto insieme alla ex giornalista di moda Isabelle Lefort, ha parlato di “inventare un nuovo futuro per la moda, incoraggiando la creatività mentre combattiamo i cambiamenti climatici” e questo “continuando a produrre in Francia e tutelando le risorse naturali e il lavoro degli artigiani”.

Ottime premesse. E promesse.

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