20 / Febbraio / 2019

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La sofferenza non va di moda

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Il benessere degli animali mi sta molto a cuore, anzi, è una delle mie ragioni di vita. Perciò, oltre ad attivismo e volontariato, aiutare a diffondere una filosofia cruelty-free è forse il principale obiettivo del mio lavoro e quindi anche di questo blog, nato appunto per parlare e celebrare una moda amica dell’ambiente e che eviti qualsiasi sofferenza agli animali.

Purtroppo è assai noto di quanto l’industria della moda sia responsabile della detenzione e della barbara uccisione di migliaia di animali da pelliccia: visoni, cincillà, volpi imprigionati in gabbie minuscole, spaventati, feriti, malati, mutilati, uccisi in camere a gas o tramite scariche elettriche o ancora scuoiati vivi e tutto per finire in passerella e poi addosso a qualche ricca signora viziata.

Fortunatamente le cose stanno cambiando e di questo ne ho già parlato in diversi miei post, a proposito di brand e designer, l’ultimo in ordine di tempo Jean Paul Gaultier, che rinunciano all’uso della pelliccia naturale. La conseguenza è che sono sempre più numerosi gli allevamenti da pelliccia che chiudono e i Paesi che li vietano.

Sempre nel post sulla rinuncia di Jean Paul Gaultier, parlavo anche di come l’Italia sia fanalino di coda, con circa venti allevamenti di visoni ancora aperti, che causano la morte di almeno 200.000 animali l’anno e questo nonostante una proposta di legge pervenuta da più schieramenti politici.

Proprio ieri a Milano presso l’hotel Sheraton Diana Majestic si è tenuta una conferenza, ‘La sofferenza non va di moda: iniziative contro l’allevamento degli animali da pelliccia’, organizzata dall’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente e del Movimento Animalista, cui va riconosciuto un impegno costante a favore dei diritti degli animali. Non a caso l’evento coincide con l’inizio della Milano Fashion Week, perché sono ancora tanti i brand che usano pellicce naturali, quindi sensibilizzare e fare pressing non basta mai.


‘La sofferenza non va di moda’ ha un duplice scopo: quello di chiedere alle signore di “non vestirsi di cadaveri” e di sollecitare il nostro Parlamento affinché approvi finalmente la proposta di legge, proprio a firma Brambilla, per vietare l’allevamento di animali da pelliccia, seguendo l’esempio degli altri Paesi europei e cogliendo al contempo i segnali che arrivano dalla società e dall’interno stesso del sistema moda, con le maison che alla pelliccia hanno già rinunciato.

Il messaggio della campagna è veicolato in un video che Brambilla ha girato con dei cincillà: “C’è un solo modo, dice nella clip l’on. Brambilla, “per avere addosso la soffice pelliccia dei cincillà: riempirli di coccole. Signore, non vestitevi di cadaveri!”.

La proposta di legge ridepositata all’inizio della nuova legislatura, ‘Divieto di allevamento, cattura e uccisione di animali per la produzione di pellicce’ prevede la dismissione degli allevamenti esistenti, l’affidamento degli animali ad associazioni protezionistiche o, se possibile, la loro re-immissione in natura, l’estensione delle fattispecie di reato previste dall’articolo 544 bis (uccisione di animali “per crudeltà o senza necessità”) del Titolo IX-bis del codice penale alle attività di allevamento, cattura e uccisione di animali per la principale finalità di utilizzarne la pelliccia.

Inoltre, in aggiunta alle pene già stabilite per la violazione dell’articolo 544 bis del codice penale, ovvero la reclusione da quattro mesi a due anni, la proposta di legge prevede che chiunque allevi animali con la finalità di commercializzarne le pellicce o produca, commercializzi a qualunque titolo pellicce ricavate da animali allevati, catturati o uccisi in Italia sia punito con l’ammenda da euro 1.000 a euro 5.000 per ciascun animale. Ne conseguono la confisca degli animali vivi e la distruzione del materiale di origine animale prodotto in violazione della legge.

Sono contenta di poter condividere questa iniziativa, in attesa che anche il nostro Paese faccia un passo in più verso la civiltà.

I piani di Parigi per la moda sostenibile

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Paris Postmark

Parigi e la moda, un legame indissolubile lungo una vita. Ma se la capitale francese vuole continuare a mantenere vivo questo rapporto che racchiude secoli di storia, deve essere consapevole dei cambiamenti che stanno avvenendo anche in questo settore, un settore che, qui l’abbiamo detto tante volte, ha grandi responsabilità nei confronti dell’inquinamento ambientale e, di conseguenza, dei disastrosi effetti legati ai cambiamenti climatici.

Tutte gli operatori del settore, a livello internazionale, si stanno muovendo in questo senso; prendiamo ad esempio Milano con la Camera Nazionale della Moda Italiana, che ha messo al centro il tema ‘sostenibilità’ da quando Carlo Capasa ne è diventato Presidente. L’ente sta dando sempre più spazio agli eco-designer che sfilano durante la fashion week, poi ci sono i Green Carpet Fashion Awards che ogni anno puntano i riflettori sulla moda green premiando chi si impegna in questo senso, supportati anche dal nostro Ministero per lo Sviluppo Economico.

E Parigi? Non è da meno. A poche settimane dalle sfilate autunno inverno 2019/2020, nasce ‘Paris Good fashion’, un’iniziativa che coinvolge tutte le associazioni francesi più importanti come l’Institute Français de la Mode, la Federation de la Haute couture et de la Mode, la piattaforma di nuovi talenti Eye on Talents, la Fondazione Ellen MacArthur e le Galleries Lafayette, oltre a marchi e designer, tutti insieme per stabilire una roadmap da seguire per rendere Parigi la capitale sostenibile della moda.

La roadmap della sostenibilità verrà presentata a giugno e si concentrerà su come creare un’economia circolare, migliorare l’approvvigionamento e la tracciabilità dei prodotti e rendere la distribuzione e la comunicazione, compresa quella legata alla settimana della moda parigina, più sostenibili.

‘Paris Good Fashion’ si dà anche un obiettivo temporale: il 2024, anno in cui Parigi ospiterà le Olimpiadi.

Antoinette Guhl, vice sindaco di Parigi, che ha presentato il progetto insieme alla ex giornalista di moda Isabelle Lefort, ha parlato di “inventare un nuovo futuro per la moda, incoraggiando la creatività mentre combattiamo i cambiamenti climatici” e questo “continuando a produrre in Francia e tutelando le risorse naturali e il lavoro degli artigiani”.

Ottime premesse. E promesse.

Milano Unica punta sulla sostenibilità

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Milano Unica - Area Trend sostenibilità

Si apre oggi la 28esima edizione di Milano Unica, il salone del tessile e degli accessori di alta gamma per l’abbigliamento donna e uomo, che riunisce due volte all’anno il meglio del Made in Italy tessile. Parliamo di Milano Unica perché uno dei principi guida del salone è da qualche tempo la sostenibilità, cui è dedicata un’area omonima accompagnata dal leitmotiv ‘sustainable innovation’, che presenta una selezione di circa 120 aziende che hanno attuato innovazioni sostenibili, con focus particolare sui sistemi di gestione integrata dei processi sostenibili. Tradotto ci si riferisce a quelle aziende che hanno definito obiettivi e impegni di miglioramento a lungo termine con piani di monitoraggio e reporting per la salvaguardia dell’ambiente.

Già nella scorsa edizione di luglio 2018 la sfida alla sostenibilità aveva registrato un successo straordinario, con una partecipazione quasi triplicata rispetto alla volta precedente e con oltre 750 campioni di prodotto esposti.

Tutti i campioni esposti nell”Area sostenibilità” di Milano Unica saranno catalogati secondo nove categorie che identificano le principali innovazioni per la sostenibilità: 1. materiali bio; 2. materiali da foreste gestite responsabilmente; 3. materiali da riciclo; 4. fibre innovative bio-based; 5. fibre chimiche da processi closed-loop; 6. materiali tradizionali a basso impatto; 7. fibre animali cruelty-free; 8. senza sostanze chimiche pericolose; 9. prodotti da aziende con sistemi di gestione sostenibile.

I cartellini apposti su ciascun campione riporteranno dunque le categorie di appartenenza, insieme al codice identificativo e ai dati dell’azienda produttrice, che potranno essere approfonditi da un team di assistenti, riconoscibili dalla divisa ‘Ask me’: basterà comunicare a loro i codici dei prodotti di interesse per ricevere via e-mail le relative schede di prodotto. 

Senza dubbio Milano Unica vincerà la sua sfida alla sostenibilità anche in questa 28esima edizione, che terminerà dopodomani, il 7. Torneremo sull’argomento per vedere da vicino qualcuna delle innovazioni tessili esposte e conoscere le virtuose aziende che le producono.

Gucci è la fashion corporation più sostenibile del mondo

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Gucci S/S 19 - @IMAXtree.com

Se avessi dovuto fare una classifica dei marchi del lusso più sostenibili, non credo avrei messo Gucci ai primi posti, invece mi devo ricredere. Perché è di pochi giorni fa la notizia, data da Corporate Knights nell’ambito del World Economic Forum di Davos, conclusosi il 25 gennaio scorso, che la maison italiana, che fa parte del gruppo del lusso globale Kering, è la seconda corporation più sostenibile al mondo, la prima in ambito ‘fashion’.

La Corporate Knights’ Global 100 Index è una classifica che rappresenta un barometro per la sostenibilità aziendale, quindi non tocca solo il settore moda ma tutti i gruppi industriali del mondo, tanto che il primo posto se lo è aggiudicato la società danese del food Chr. Hansen Holding.

Ma Gucci, l’avreste mai detto? In realtà è tutto il gruppo Kering che opera da anni per e nella sostenibilità, con iniziative ambientali e sociali che riguardano investimenti in startup, utilizzo di un tessile eco-friendly e lo studio di nuove fibre. E Gucci, che è uno dei portabandiera della holding, ne riflette la filosofia, con il suo presidente e CEO Marco Bizzarri che ha dichiarato: “lavoriamo sulla sostenibilità da così tanto tempo e a un certo punto ci siamo resi conto che le nostre azioni dovevano essere meglio comprese all’interno e all’esterno dell’azienda”.

A questo scopo è nato l’estate scorsa ‘Gucci Equilibrium‘, un portale dedicato a spiegare e fornire aggiornamenti sulle pratiche sociali e ambientali del marchio con link diretti alle policy dell’azienda e del gruppo nel suo complesso.

‘Equilibrium’ perché rappresenta l’unione tra etica ed estetica, una sorta di bilanciamento in cui si raccolgono principi, intuizioni e ambizioni definiti come ‘culture of purpose’.

Effettivamente sul sito si trova davvero tutto, dalle scelte fatte finora da Gucci ai programmi per il futuro: in materia di politica ambientale sono elencate ad esempio prestazioni, materie prime, gestione dei rifiuti e del packaging e la questione ‘fur-free’ che a noi di eco-à-porter sta molto a cuore. Il marchio ha bandito le pellicce naturali a partire dalle collezioni 2018 e collabora con Panthera, un’organizzazione no profit che si dedica alla salvaguardia dei felini selvatici.

‘Equilibrium’ dà spazio poi anche agli aspetti legati ai lavoratori coinvolti in tutta la catena di fornitura, al valore dell’artigianato e al futuro con progetti come Gucci ArtLab, sorta di laboratorio dove si cercano e creano idee nuove per, appunto, un futuro migliore.

Ok, Gucci ci ha convinto ma noi continuiamo a tenerlo d’occhio, come tutti i marchi del lusso che stanno prendendo strade sostenibili. Che mantengano la retta via!

 

Nudie Jeans vince il Sustainable Fashion Award 2018

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Molti di voi ricorderanno il post del 13 marzo scorso (mi risulta l’abbiate visualizzato più di 1000 volte) in cui parlavo del ‘Sustainable Fashion Award‘, concorso che premia i designer che hanno adottato pratiche responsabili in fatto di materiali, tecniche di lavorazione, impatto ambientale e impiego della manodopera. Tra queste pratiche rientrano il fatto a mano, la produzione locale, lo sviluppo di un commercio equo, il design intelligente, la produzione di zero scarti di tessuto, il benessere degli animali, l’utilizzo di materiali riciclati, ‘upcycled’ od organici e la considerazione dell’intero ciclo di vita del prodotto, quindi dalla sua creazione al suo ‘smaltimento’.

Il vincitore dell’edizione 2018 (dall’ufficio stampa mi hanno fatto sapere che i tempi della premiazione si sono un po’ allungati) è il marchio svedese Nudie Jeans, che come dice il nome stesso è specializzato in denim.

Dal 2001, anno della sua fondazione, Nudie Jeans ha un modello di business in cui gli aspetti sostenibili sono prioritari nell’intera catena di fornitura, a partire dal materiale grezzo utilizzato che è cotone biologico (è dal 2012 che il marchio utilizza per il proprio jeans il 100% di cotone organico!). Ma non solo; l’azienda ha messo in atto una vera economia circolare, offrendo nei propri laboratori riparazioni gratuite e vendita di jeans usati sia in negozio che online attraverso un programma di riciclo in cui i jeans diventano come nuovi.

Inoltre Nudie Jeans è anche membro della Fair Wear Foundation, organizzazione senza scopo di lucro che lavora con brand, fabbriche, sindacati, ONG e talvolta governi per verificare e migliorare le condizioni di lavoro dei lavoratori dell’abbigliamento in Asia, Europa e Africa.

Nudie Jeans si è così aggiudicato il premio di 3000 dollari, cui si sono aggiunti altri 3000 che, come da regolamento, andavano a una ONG sostenitrice del ‘Sustainable Fashion Award’ scelta dal vincitore. Il brand svedese ha scelto Idesam, l’Istituto per la conservazione e lo sviluppo sostenibile dell’Amazzonia), organizzazione non governativa con sede a Manaus, capitale dello stato di Amazonas.

Non vi dò ulteriori informazioni su Nudie Jeans perché vorrei, e in realtà ne ero già intenzionata, dedicare un intero post a questo marchio che ha fatto della sostenibilità una delle sue carte vincenti.

Per ora facciamogli i complimenti e avanti così!

I buoni eco-propositi per il 2019 li fa anche Vogue!

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I buoni propositi a inizio anno sono un classico cui non si rinuncia, che poi si riesca a realizzarli è un’altra questione ma qui processi alle intenzioni non ne facciamo, semmai le applaudiamo, soprattutto se positive e virtuose come quelle che i lavoratori di Vogue hanno sottoscritto per il 2019.

“Sii più sostenibile. Indossa tutti i vestiti che acquisti. Rinuncia alla dipendenza da sneaker”. I propositi del team di Vogue.com hanno a che fare con un metodo più consapevole e ponderato di acquisto, oltre che di utilizzo dei frutti dello shopping, quindi sarebbe bello che i seguaci della rivista di moda più famosa del mondo adottassero anche questo trend, prima di tutti gli altri proposti.

Sally Singer, creative digital director, si augura per esempio di indossare tutto ciò che possiede almeno una volta, ignorando il resto. Di conseguenza la Singer immagina che indosserà molti abiti definiti “folli” in circostanze piuttosto banali o tranquille e, anche, che un mucchio di jeans avrà il proprio momento di gloria. Ironica.

Il proposito di Sarah Mower, chief critic, è quello di acquistare pezzi fatti a mano per supportare i designer indipendenti che scelgono una produzione etica e non dannosa. E cita il motto di Fashion Revolution ‘Chi ha fatto i miei vestiti?’ (#WhoMadeMyClothes?) associandolo a un paio di orecchini di Matty Bovan realizzati in casa da sua madre, Plum Bova, alias Begonia Peterson. Creativa.

Christopher Kane S/S 19
© IMAXtree.com

“Ho passato molte mattine d’autunno a fissare il mio armadio” dice Nicole Phelps, direttrice di Vogue Runway “cercando combinazioni soddisfacenti tra pantaloni e scarpe. Ho deciso che nel 2019 opterò per una combinazione pantalone/sandalo comoda come quella di Christopher Kane”. In fondo, continua Phelps “sono un grande sostenitrice della divisa”. Pragmatica.

E poi c’è Laird Borrelli-Persson, archive editor, che parla di un paio di stivali vintage acquistati su ebay che gli sollevano il morale ogni volta che li porta. E, aggiunge, senza sensi di colpa, sapendo che sta utilizzando qualcosa che già esisteva. Sentimentale (in senso buono).

Il diktat di Mark Holgate, fashion news director, è di indossare ciò che ha già senza comprare nulla di nuovo. E questo per lui è tutto ovvero imparare a provare piacere in ciò che gli appartiene già e non in quello che deve ancora acquistare. Saggio.

Luke Leitch, collaboratore, si ripropone di non comprare più sneaker: “adoro le scarpe da ginnastica, mi rendono felice, ma hanno una vita tremendamente breve e potrebbero venire facilmente sostituite da una buona coppia di Tricker’s, Church’s o anche DM”. Fashionista.

E avanti così, tra chi intende fare pulizia nel guardaroba e chi si ripromette che spenderà meno e meglio. Se volete scoprire gli altri propositi del team di Vogue.com ecco il link all’articolo.

Complimenti per i buoni eco-propositi dei colleghi, peccato che non potremo andare a controllare i loro armadi per vederli davvero attuati…ma va bene così, come dicevamo all’inizio del post l’importante è provarci. E crederci.

La carta per la moda sostenibile è realtà

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UN CLIMATE PRESS RELEASE / 10 DEC, 2018

Lo avevamo anticipato in uno degli ultimi post e oggi possiamo dire che è realtà: al summit Onu sul clima che si è concluso ieri a Katowice, in Polonia, è stato presentato il ‘Fashion Industry Charter for Climate Action’, carta costitutiva che mira a ridurre l’impatto ambientale dell’industria della moda, la seconda più inquinante al mondo.

Stella McCartney si era fatta promotrice del documento anticipando che molti altri brand avrebbero firmato la carta e oggi sappiamo che sono in totale 43 tra cui Adidas, Burberry, Esprit, Guess, Gap Inc., Hugo Boss, H&M, Inditex, Kering, Levi Strauss & Co., Puma SE, insieme a organizzazioni come Business for Social Responsibility, Sustainable Apparel Coalition, China National Textile and Apparel Council, Outdoor Industry Association e Textile Exchange e alla partecipazione del WWF. 

Ma cosa dice la carta e quali obiettivi si sono impegnati a perseguire i firmatari di questo importantissimo atto? Innanzitutto riconosce il ruolo cruciale che l’industria della moda gioca, sia in senso negativo, per il suo contributo alle emissioni di gas serra, sia positivamente per le molteplici opportunità che ha di ridurre le emissioni stesse contribuendo allo sviluppo sostenibile.

In linea poi con l’Accordo di Parigi del dicembre 2015, la carta include 16 obiettivi tra cui quello di ridurre le emissioni di gas del 30% entro il 2030 (e a portarle a zero entro il 2050) e di dismettere gradualmente l’uso del carbone nella fase produttiva. E ancora, di selezionare materiali sostenibili, di scegliere trasporti a basse emissioni di carbonio, di migliorare il dialogo e la consapevolezza nei consumatori, di collaborare con la comunità finanziaria e i responsabili delle politiche per catalizzare soluzioni scalabili ed esplorare modelli di business circolari.

Per realizzare progressi concreti su questi e sugli altri impegni, sono stati istituiti sei gruppi di lavoro in cui i firmatari lavoreranno dall’inizio del 2019 per definire le varie fasi di attuazione degli obiettivi che riguarderanno l’identificazione e l’implementazione delle pratiche migliori, il rafforzamento degli sforzi esistenti, l’individuazione e la risoluzione delle lacune, la facilitazione della collaborazione tra le parti interessate, l’unione delle risorse e la condivisione degli strumenti per consentire al settore di raggiungere i propri obiettivi climatici.

Si tratta senza dubbio di uno spartiacque importante, un impegno senza precedenti che se preso alla lettera, lavorando davvero per raggiungere gli obiettivi della carta, attuerà una vera e propria rivoluzione, pari a quella industriale ottocentesca. Ma allora si introducevano ad esempio petrolio e prodotti chimici, gli stessi che oggi sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento ambientale. 

E allora potrebbe essere una rivoluzione industriale al contrario, finalizzata alla riscoperta, nei limiti del possibile, di pratiche virtuose che possano restituire all’ambiente qualcosa di ciò che nei secoli gli è stato tolto.

Stella McCartney, una carta per il clima targata Onu

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Stella McCartney photo: Jaguar MENA

L’impegno di Stella McCartney per l’ambiente e per una moda sempre più sostenibile continua, non solo con le sue collezioni e il lancio di materiali cruelty free e a basso tasso inquinante ma anche con azioni esemplari che coinvolgono governi e organismi internazionali come l’Onu. 

E’ di ieri la notizia, data da The Guardian, che nei prossimi colloqui sul clima che si terranno dal 3 al 14 dicembre prossimi a Katowice, in Polonia, sarà presentata una carta specifica del settore moda avviata dal segretariato Onu sui cambiamenti climatici, che la designer ha firmato e di cui si fa portavoce.

Stella McCartney spera che il documento “suoni alcuni campanelli d’allarme” e stabilisca contemporaneamente un percorso per un’azione collettiva che permetta di aumentare i metodi di produzione a bassa emissione di carbonio, migliorando la redditività economica.

Naturalmente ci sono altri firmatari della carta che non sono ancora stati resi noti ma si tratta di diversi marchi della tanto discussa fast fashion, quindi una buona notizia.

Rifiuti, inquinamento, deforestazione, tossicità nella produzione e catene di approvvigionamento alimentate a carbone si combinano per fare della moda una delle industrie più dannose per l’ambiente, quindi un impegno a livello istituzionale con la partecipazione attiva degli addetti al settore, soprattutto di coloro che sono fautori di queste cattive pratiche,  è essenziale. 

The Guardian riporta che ci sono comunque segnali positivi che arrivano dai consumatori; un rapporto del sito di moda Lyst, che ha monitorato oltre 100 milioni di ricerche online nell’ultimo anno, mostra un incremento del 47% delle espressioni che combinano stile ed etica, come ‘pelle vegana’ e ‘cotone organico’.

Stella McCartney è consapevole che non sia rimasto molto tempo per cambiare le cose ma che sia comunque fattibile; l’importante, tra le altre cose, è che si estenda il discorso anche ad argomenti meno trattati rispetto, ad esempio, alla foresta pluviale e agli oceani. La produzione in serie del cotone, che è il tessuto più diffuso al mondo, sta infliggendo ingenti danni alla biodiversità del suolo ma di questo si parla ancora troppo poco.

Ecco allora che l’appuntamento di Katowice arriva al momento giusto per puntare nuovamente i riflettori su un problema che non può più essere ignorato, soprattutto da coloro che di questo problema sono la causa. Vediamo cosa accadrà. 

Anche Jean Paul Gaultier dice ‘adieu’ alla pelliccia

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Courtesy of PETA

Che Jean Paul Gaultier abbia deciso di rinunciare a pelle e pelliccia naturale si sa già da qualche giorno, esattamente dal 10 novembre scorso, quando, durante la trasmissione ‘Bonsoir’ sull’emittente televisiva francese Canal+, il designer ha annunciato di non voler più utilizzare pelle e pelliccia animale nelle sue prossime collezioni perché il modo in cui gli animali vengono uccisi a questo scopo “è deplorevole”.

Jean Paul Gaultier – credits Captain Catan from Frankfurt am Main

Siccome qui a eco-à-porter non facciamo gare a chi pubblica prima una notizia perché non è questo il nostro scopo, ne scriviamo oggi, tranquillamente e felicemente, andando ad aggiungere Jean Paul Gaultier alla lista di nomi famosi che in questo ultimo anno hanno detto addio alle pellicce naturali.

Armani, Versace, Michael Kors, Gucci, Burberry, sono tanti i marchi del lusso che si sono avvicinati a una moda cruelty-free dopo anni di pressioni da parte delle associazioni animaliste, prima fra tutte PETA, i cui attivisti hanno fatto diverse volte incursione durante gli show di questi designer e anche di Gaultier stesso.

Diciamo che lo stilista francese non ha emesso un comunicato stampa ufficiale a tal proposito ma una dichiarazione del genere, fatta durante un programma televisivo, davanti a milioni di persone, ha lo stesso valore se non maggiore. PETA ha poi preso per definitivo questo passo e anche noi, mais oui, lo prendiamo per assodato (ma vigileremo comunque sulle prossime collezioni di Gaultier😉).

Certo, accorgersi ora delle atroci sofferenze di migliaia di animali torturati e uccisi per pura moda e vanità suona più come un’operazione di marketing che cavalca un po’ le tendenze sempre più eco del momento ma meglio tardi che mai.

A noi importa che di questo passo saranno sempre di più gli allevamenti di animali da pelliccia a chiudere; uno degli ultimi Paesi a decretarne la fine è stato a luglio scorso il Belgio su iniziativa del Ministro fiammingo per il benessere degli animali Ben Weyts.

Gli ultimi 17 allevamenti ancora attivi nelle Fiandre e che causano la morte di almeno 200.000 visoni l’anno, dovranno così chiudere i battenti entro il 2023. Il mese scorso anche il Lussemburgo li ha banditi e la Norvegia, una volta il più grande produttore mondiale di pellicce di volpe, ha votato all’inizio dell’anno per mettere fuori legge l’allevamento di animali da pelliccia dal 2024 (ancora, meglio tardi che mai).

Manca l’Italia, i soliti ritardatari nelle cose in cui bisognerebbe eccellere; nonostante sia stata già depositata una proposta di legge da più schieramenti politici, continuano a rimanere attivi circa una ventina di allevamenti di visoni che causano la morte di almeno 200.000 animali l’anno (circa 550 ogni singolo giorno). Forse ci vorrebbe maggiore pressing.

Comunque l’andamento generale dimostra che alla pelliccia animale non è rimasto molto tempo, quindi chi ancora non se ne è reso conto o finge di non averlo capito, apra gli occhi e cominci a pensare a un nuovo modo per scaldare i propri clienti. Di possibilità ce ne sono tante.

Al flagship store di Stella McCartney anche i manichini sono bio!

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Stella McCartney Store Old Bond Street London ©Hufton+Crow

Se un marchio cerca di fare le cose per bene nel campo della sostenibilità, e ha anche i mezzi per farlo (cosa non secondaria, purtroppo), non solo i processi di produzione dei capi e i materiali utilizzati ma anche i suoi punti vendita dovrebbero rispettare certi valori, tra cui il design e gli elementi che lo compongono.

Un esempio o forse l’esempio in questo senso è la nuova boutique londinese di Stella McCartney che si trova al 23 di Old Bond Street, la via Montenapoleone della capitale inglese, per intenderci. Nei suoi 700 metri quadrati si celebrano non solo l’estetica e i prodotti del brand, ma appunto quei valori che hanno reso il marchio il più eco-sostenibile del mondo tra quelli di fascia alta.


Stella McCartney Store Old Bond Street London ©Hufton+Crow

Ecco allora che la boutique si serve di manichini davvero speciali, che oltre a essere made in Italy, sono anche completamente biodegradabili. Si tratta dei manichini Bonaveri, di cui avevamo già parlato nel post dedicato alla mostra ‘The Commonwealth Fashion Exchange‘.

Bonaveri_Water by Armin Zogbaum

L’azienda Bonaveri, che ha sede nel cuore dell’Emilia Romagna, a Renazzo di Cento in provincia di Ferrara per la precisione, è leader nella produzione di manichini di alta gamma; questi del flagship store di Stella McCartney sono realizzati in B Plast®, una plastica naturale che deriva al 72% dalla canna da zucchero e verniciati con B Paint®, vernice naturale composta esclusivamente da sostanze organiche rinnovabili con una gamma di colori ottenuti con resine ed oli al 100% di origine vegetale, tensioattivi privi di fosforo, solvente ottenuto al 100% da bucce di arancia ed essiccante privo di sali di cobalto e nafta.

In questo modo Bonaveri offre non solo un prodotto biodegradabile ma anche la possibilità immediata di ridurre del 24% le emissioni a carico del brand di moda che lo acquista, in comparazione alle emissioni prodotte da un manichino prodotto con plastica di origine fossile.

Anche la scelta dei materiali che costruiscono lo spazio in cui i manichini sono esposti predilige elementi fatti a mano, organici e sostenibili, piuttosto dei soliti elementi caratteristici delle boutique del lusso come metalli preziosi, pietre e marmi.


Stella McCartney Store Old Bond Street London ©Hufton+Crow


Per esempio le pareti del primo piano dello store, poi ce ne sono altri tre, sono ricoperte di una cartapesta fatta a mano, riciclata dagli scarti di carta utilizzata negli uffici del brand, e trasformata in pannelli decorativi. Poi ci sono mobili in schiuma sempre in materiali riciclati, zoccoli scultorei in legno di recupero e mobili vintage selezionati, insomma tutti elementi che riflettono la filosofia del marchio per recupero, riutilizzo e riciclo.

Stella McCartney Store Old Bond Street London ©Hufton+Crow

Installazioni artistiche, grafiche e sonore immergono lo spazio in un’atmosfera avvolgente e multisensoriale, mentre messaggi informativi sulla sostenibilità sono distribuiti per tutta la boutique.

Certo, come dicevo all’inizio, poter disporre delle tecnologie e dei materiali più avanzati per costruire uno spazio commerciale 100% sostenibile non è da tutti, non a caso Stella McCartney è un brand di lusso, ma è importante che siano proprio questi marchi, internazionali e amati dalle star, a dare un esempio virtuoso, in modo che vengano imitati e che la richiesta crescente di queste tecnologie le faccia diventare più accessibili e democratiche.

Poi, per chi ha meno risorse, le possibilità di allestire spazi con soluzioni di riciclo e riuso, sono comunque tante. A volte, basta un po’ di creatività (tranne magari per il mega impianto di aerazione e/o di riscaldamento di ultima generazione 😅😅😅).

 

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