17 / Giugno / 2019

eco-a-porter

L’abito-casa: la moda trasformabile di Denise Bonapace

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Schizzi di Denise Bonapace

Sostenibile è la moda che include e che non ha icone, perché ogni corpo è un’anima e ogni anima ha diritto di essere un corpo. Di donna, preferibilmente. Almeno secondo Denise Bonapace che proprio non ce la fa a pensare agli uomini quando crea. “Di quelli occupiamocene in privato” confessa. La moda, per questa poliedrica creativa, è donna, come la casa. Quella che lei ha tra le montagne di granito scuro intriso di acqua del ghiacciaio dell’Adamello e le candide vette delle Dolomiti del Brenta. Lì da generazioni vive la sua famiglia e lì torna pure lei appena può. Nella sua Itaca. Il resto del tempo lo passa tra Milano e New York, dove insegna e espone le proprie creazioni, che poi mette in vendita. Le sue collezioni sono insiemi di pezzi unici indefiniti; sono abiti, nel senso più pratico o filosofico del termine ma anche cose da abitare, dunque case, in cui ci si rifugia e attraverso cui si comunica. 

Schizzi di Denise Bonapace –
Photo credits: Pierluigi Anselmi, Lorenza Daverio

Non si lascia etichettare Denise perché, dice lei, le etichette sono inutili e addirittura dannose. Comunque definirla sarebbe difficile. Progettista di formazione, laureata in industrial design, diventa consulente, insegnante, artista, stilista. Mette su un marchio che porta il suo nome e fa solo maglieria; perché, sottolinea, le maglie aprono nuovi orizzonti. “Si parte sempre da un filo, ma ci puoi creare cose sorprendenti“. E forse sanno pure un po’ di casa e saggezza, come le donne di tutte le forme che fotografa per i suoi progetti. “Senz’età“, ad esempio. Capi creati per corpi non più giovani che le hanno rivelato che a un certo punto della vita le maniche diventano troppo lunghe e non si trova più il posto dove tenere il fazzolettino che si vuole sempre avere a portata di naso. Ed ecco che la creatività si mette a servizio della persona. E magicamente una bolla di mohair seta all’estremità di una manica diventa contenitore o, srotolato, manicotto. Il vestito in questo modo diviene luogo da abitare. Questa è la rivoluzione che Denise insegue e insegna, al Fashion institute of Technology di New York e alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (Naba).

 

‘Senz’età’ di Denise Bonapace – Photo credits: Pierluigi Anselmi, Lorenza Daverio

 

Le persone hanno dei bisogni e io col mio lavoro mi impegno per soddisfarli“. La moda, secondo Denise, deve mettersi al servizio delle persone, intese come “insieme di fisicità, pensieri, impulsi e desideri“, per creare un rapporto costante tra l’abito e il corpo che lo abita, un corpo che non deve avere più canoni ne misure, perché la bellezza è, come scriveva Eco, politeistica. 

Una creativa a tutto tondo Denise Bonapace, che non guarda l’orologio, non segue trend e nemmeno scadenze, per questo le sue creazioni non sono mai fuori moda. Il suo sito è insieme una galleria d’arte e un diario personale pieno di pieghe e angoli nascosti. Finestre, armadi e corridoi, una casa appunto. Come le tasche degli abiti in cui ci invita a curiosare. I titoli delle sue numerose istallazioni raccontano già storie, quasi racconti fantastici dentro cui ciascuno si crea il proprio finale. E lo stesso accade per le sue creazioni, gli abiti trasformabili, che si adattano cioè alle esigenze di chi li indossa. Mai viceversa.

Il divenire è dunque alla base della filosofia artistica di Denise, che attraverso gli abiti parla. In maniera molto creativa. Vedi ad esempio la collezione di guanti ‘Mancanti’ o i tessuti che prendono vita assieme al corpo diventando bluse, casacche, abiti, cappelli. ‘Àmano’, ‘Àcapo’, ‘Il quadrato’. Gioca sulle forme e dà consigli d’uso, senza però dare ordini. Con un cappello ad esempio ci si può avvolgere le spalle. 

La curiosità però non ruba spazio all’utilità, perché i capi creati da Denise sono sì forme d’arte ma rimangono al servizio della persona nella sua totalità, corpo e anima e nel suo rapporto con lo spazio circostante. E solo su questa strada la moda può avere un futuro, sostenibile.

                                                                        Novella Di Paolo

PS: è un caso piacevole che questo articolo segua la recensione del libro ‘Ri-vestire’ di Cristiano Toraldo di Francia in cui si parla dell’abito che si fa dimora e che si plasma sul corpo e in base alle sue necessità.

‘Ri-vestire’: strategie rivoluzionarie intorno alla ri-costruzione dell’abito

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Libro Ri-vestire di Toraldo di Francia

Se l’abito è architettura perché deve rappresentarci ma insieme coprirci, allora l’architetto può essere visto come un designer. Ma se quell’architetto è Cristiano Toraldo di Francia, allora il progetto, che sia un edificio o un abito, si forma e acquista valore o, addirittura, esiste, dal momento in cui esso viene abitato. Non è un caso che Toraldo di Francia abbia sempre avuto un debole per Roland Barthes che infatti parlava del vestito come di “ciò attraverso cui il corpo diviene portatore di segni”, portando avanti la creatività sperimentale del Superstudio, da lui stesso fondato nel 1966, nel ripensare il design e l’architettura in modo radicale.

Architetto radicale, dunque, Cristiano Toraldo di Francia esce in questi giorni con un libro edito da Quodlibet Studio Design, che è anche una sorta di autobiografia ricca di immagini legate sì all’esperienza del Superstudio ma soprattutto a ‘Ri-vestire’, titolo del testo (sottotitolato ‘Vestire il pianeta/vestire un corpo: dalla Supersuperficie al Librabito’) e nome del corso-laboratorio che l’architetto tiene all’interno del corso di laurea in Disegno Industriale e Ambientale della Scuola di Architettura e Disegno Industriale dell’Università di Camerino (Unicam), nelle Marche (che è anche la regione di eco-à-porter!). E ‘Ri-vestire’ è proprio il motivo per cui oggi occupa, anzi, abita, la pagina del blog.

Copertina di ‘Ri-vestire’ di Cristiano Toraldo di Francia Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

Dal 2011 Toraldo di Francia si interessa al sistema della moda e a come esso rientri in pieno nell’economia dei consumi e ‘nel ciclo del continuo cambiamento dei modelli’ e per un radicale come lui il passaggio al cercare e sperimentare strategie (critiche) legate al sistema produzione-consumo è spontaneo. All’interno di ‘Ri-vestire’ quindi, insieme ai suoi studenti, mette in pratica destrutturazioni, contaminazioni, riciclo e riuso, ‘tenendo presente l’importanza nell’era del virtuale del recupero del ‘fare bene’ manuale’, favorito in questo caso dal tipico know-how marchigiano, ricco di una tradizione che dall’attività delle filande arriva fino all’artigianato dell’abito.

L’abito, come gli oggetti ri-pensati ai tempi del Superstudio, svela il proprio senso nel momento in cui viene utilizzato, indossato, diventa cioè uno ‘spazio abitato’ e i tessuti utilizzati per crearlo diventano ‘materiale di base, punto di partenza dell’idea progettuale’. Il corso ‘Ri-vestire’ dà così il via a una serie di esercizi progettuali-creativi che si muovono in più territori, dalle arti all’architettura, dal design alla messa in scena di vere e proprie performance ed eventi con al centro il corpo umano e il suo comfort. La sostenibilità dei materiali impiegati (dal riciclo allo smaltimento), la decostruzione dell’abito, la libertà di interpretazione da parte di chi lo indossa e il fai da te sono alcune delle regole della sperimentazione.

Ecco nascere quindi tutta una serie di storie legate alla costruzione-decostruzione dell’abito sul corpo di chi lo indossa, che a loro volta fanno scaturire passioni, desideri, emozioni. Come quelli legati a ‘Speed Former’, relazione di tesi di Chiara Tripodi, che ha realizzato uno zaino/gilet con ritagli di tessuti di scarto provenienti da Trame, una piccola azienda artigianale di Corropoli, comune del teramano, che trasforma e lavora i tessuti attraverso vari tipi di tecniche tra cui la trapuntatura, come quella con l’ovatta. Chiara ha realizzato il suo prodotto partendo da un cartamodello per creare la sagoma dello zaino/gilet, poi ha unito a patchwork i tessuti a sua disposizione servendosi di tre cerniere per chiudere lo zaino e la parte anteriore del gilet e di alcuni rivetti per una parte del collo. Il prodotto è scomponibile in due moduli trasformabili: uno zaino ed un cappuccio che diventano rispettivamente un gilet e una borsa a sacco.

‘Abito quotidiano’ vuole mettere in primo piano quella capacità manuale estromessa dal digitale, utilizzando un materiale solitamente estraneo al mondo tessile: la carta di giornale, in particolare dei quotidiani. ‘La non applicabilità della meccanica della cucitura ma solo dell’uso di nastri di carta gommati diventa esercizio per piegature e intrecci complessi, spesso usati in vere e proprie sculture indossabili, realizzate con il supporto di fili metallici’. Qui Toraldo di Francia ricorda che in generale il cartamodello viene sempre realizzato con la carta velina e che anche nel suo mestiere di architetto ha sempre privilegiato questo tipo di carta come supporto di schizzi di dettagli o di design di grandi dimensioni. Inoltre, in fatto di recupero, la carta è frutto di una lavorazione che utilizza il riciclo degli stracci di tessuti di lino e canapa.

 

‘Abito quotidiano’ Photo:
courtesy of Quodlibet edizioni

 

‘Tre giacche’ Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

‘Tre giacche’ nasce da un dono di 140 giacche un po’ datate ma con stoffe attuali; consegnate a ogni studente tre giacche tre, ognuno ha il compito di smontarle e riassemblarle ottenendo un abito completo; ecco che c’è chi rovescia la fodera all’esterno e chi porta le maniche verso le gambe creando dei pantaloni. E in questo caso è impossibile non pensare alle destrutturazioni firmate Martin Margiela, ora diventato Maison Margiela.

‘Soprabito’ Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

Ancora riciclo, questa volta per la realizzazione di un ‘Soprabito’; qui Toraldo di Francia fa un piacevole flashback sulla propria infanzia quando nel 1952, seguendo il padre che va a insegnare all’Eastman Kodak University nella città di Rochester, Stati Uniti, arriva a scuola con il suo cappotto ricavato da un altro appartenuto al nonno e si accorge che i compagni portano giacche a vento e berretti col pelo. A ogni Paese il proprio stile. Comunque tornando al cappotto, è interessante la riflessione sul fatto che è, in fondo, una striscia (abbondante) di tessuto che ‘annulla la divisione verticale del corpo sopra e sotto il bacino’ mettendo in secondo piano ‘la divisione tipologica, tanto funzionale al mercato, tra abiti del busto e abiti delle gambe’. L’esercizio progettuale del ‘Soprabito’ entra nello specifico della costruzione dell’abito, con il riciclo di fine pezza forniti da tre diverse aziende, spesso modellati direttamente sul corpo. E torna il discorso sull’abito che si fa portatore di significati plasmando il corpo che lo indossa e mettendolo in discussione alterandone simmetrie e proporzioni come fanno i designer giapponesi che danno all’abbigliamento un valore meta-stilistico, di maschera, di fuga dalla ‘perfezione patinata’.

‘Librabito’ Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

Gli esercizi progettuali di Toraldo di Francia e dei suoi studenti non possono che culminare con il ‘Librabito’, costruito e illustrato partendo da testi di letteratura, filosofia, architettura donati dalla stessa casa editrice Quodlibet e applicati a una tuta di Tyvek, tessuto non tessuto simile alla carta facilmente tagliabile ma difficilmente strappabile, ‘efficace protezione dalle polveri sottili – scrive Toraldo di Francia – ma non dai pensieri’.

Radicale nell’architettura, Cristiano Toraldo di Francia si fa radicale anche nel fashion design, scardinando quel principio di omologazione a un unico grande mercato cui ormai, dagli anni ’60 ad oggi (e oggi più di allora), sembra asservirsi il mondo. E lo fa ricorrendo a quei principi del riciclo, del riuso, del vintage, della manualità creativa che diventano strumenti critici e, sì, a questo punto si può dire, rivoluzionari. Per il pianeta, l’ambiente, la moda e per noi stessi.

Osklen, dal Brasile sostenibilità deluxe

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Ipanema Beach - Rio De Janeiro

L‘eco-moda ha tante sfaccettature, lo stiamo vedendo dai marchi presentati qui, lo stiamo capendo dalle parole di coloro che la moda etica la seguono da una vita, come la giornalista inglese Sass Brown di cui è uscita l’intervista pochi giorni fa; c’è il riciclo, il riuso, l’upcycling, il vintage, ci sono le tradizioni locali, l’handmade, brand di nicchia, catene che cercano di praticare una politica sostenibile e luxury brand che, appunto, appartengono alla fascia alta ma che hanno fatto della sostenibilità il proprio codice stilistico, come ad esempio Stella McCartney, a cui ho dedicato un pezzo.

Oggi voglio parlare di Osklen, marchio brasiliano deluxe che ho scoperto anni fa seguendo la São Paulo Fashion Week; fondato nel 1989 da Oskar Metsavaht, medico-surfista carioca specializzato in medicina dello sport la cui preparazione ha poi influenzato il pensiero e lo stile alla base del suo marchio, Osklen può essere considerato uno dei primi brand di lusso che promuove la sostenibilità e se ne fa portavoce, non solo all’interno delle collezioni che realizza con successo da anni ma anche in vari progetti a tema, tra cui E-brigade, un movimento che mira a sensibilizzare e diffondere informazioni ambientali, trasformando così i concetti in atteggiamenti. E-brigade fa a sua volta parte dell’Instituto e che sviluppa progetti come quello sugli e-fabrics: in collaborazione con altre aziende, istituzioni e centri di ricerca, il progetto identifica tessuti e materiali sviluppati sulla base di criteri socio-ambientali, come la iuta amazzonica, il lattice, il cotone biologico che Metsavaht acquista direttamente dalle popolazioni indigene. Un’immersione ‘creativa’ nella tribù Ashaninka, che vive nello Stato brasiliano dell’Acre, ha ispirato a Metsavaht, qualche stagione fa, una collezione dedicata proprio alla cultura e all’estetica di quella comunità indigena.

Oskar Metsavaht

Per il suo impegno ambientale su più fronti, nel 2012 Metsavaht è intervenuto anche come rappresentante ufficiale dell’UNESCO a Rio +20 e in quell’occasione il suo Instituto-e ha progettato l’e-Prize, premio ufficiale per la sostenibilità dato ad alcune delle più importanti iniziative sviluppate a partire da Il Summit della Terra, la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente tenutasi proprio a Rio de Janeiro nel 1992.

Perché, vi chiederete, tutte queste informazioni sul designer e non sul brand? Perché parlare di Oskar Metsavaht, di quello che è e che fa è il modo migliore per conoscere Osklen e la sua estetica e insieme capire i motivi della sua unicità che l’ha reso uno dei marchi brasiliani più importanti in tutto il mondo, per esempio ci sono delle boutique anche in Italia, a Roma e a Milano.

Osklen rispecchia in toto la filosofia del suo fondatore; la conoscenza del corpo umano derivante dagli studi medici ha permesso a Metsavaht di creare un’estetica quasi tecnorganica, che rende il corpo simile ad un involucro rivestito di materiali organici, alcuni citati sopra, pieni però di appeal grazie a forme pulite e ispirazioni decorative e cromatiche legate al lifestyle brasiliano, alla sua natura, ai suoi paesaggi.

L’arte, che è un’altra passione del designer insieme a fotografia e regia, influenza spesso le collezioni di Osklen, come la capsule collection della prossima estate, ispirata all’artista brasiliana degli anni ’20/’30 Tarsila do Amaral, che con la propria anima visionaria ha esplorato la diversità etnica e culturale del proprio Paese in modo personale, sapendola però contemporaneamente inserire nell’estetica del movimento modernista europeo. La collezione è infatti ricca dei dipinti e degli schizzi dell’artista, vividi e colorati ma anche grezzi, che giganteggiano su abiti e gonne fluidi; nei 20 modelli proposti ci sono anche look in tinta unita, tra cui rosso acceso, il colore preferito della pittrice. Questa collezione sarà distribuita a New York da febbraio in concomitanza con una mostra su Tarsila al MoMA.


Osklen 2018 S/S collection

Osklen 2018 S/S collection Photo: courtesy of Osklen

Uno stile “minimalista con un accento sofisticato-tropicale“, come l’ha definito lo stesso Metsavaht, che caratterizza anche beachwear e swimwear, altra specializzazione del brand ma sarebbe strano il contrario, parlando di un marchio made in Rio de Janeiro! Detto questo parrebbe di aver detto tutto, invece no, è solo un assaggio perché la vita e gli interessi di Oskar Metsavaht sono davvero infiniti, così come i suoi impegni per l’ambiente e la sostenibilità che sono il punto centrale della sua filosofia di vita, poi applicata anche al marchio.


Abaporu, 1928 – Tarsila Do Amaral Uno dei dipinti presente nella collezione di Osklen

Fashion Revolution: we are the people

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From Fashion Revolution Fanzine

“Siamo la ‘Fashion Revolution’. Siamo persone che da tutto il mondo fanno funzionare l’industria della moda. Siamo persone che indossano vestiti. E siamo le persone che li fanno. Siamo designer, accademici, scrittori, imprenditori, politici, marchi, rivenditori, distributori, produttori, creatori, lavoratori e amanti della moda. Siamo l’industria e siamo il pubblico. Siamo cittadini del mondo. Siamo voi”.

From Fashion Revolution IG account

Questa è le bella presentazione che si legge sul sito di Fashion Revolution, il movimento globale nato all’indomani della tragedia del Rana Plaza; di Fashion Revolution ho parlato in diversi miei post e torno a parlarne con piacere, non solo perché è fonte di continue ed interessanti notizie sul mondo della moda sostenibile ma anche perché edita la fanzine omonima (che ho ordinato, quindi presto ve la illustrerò di persona) in edizione limitata che illustra le storie che si nascondono dietro alla produzione dei vestiti, esplorando temi come trasparenza, sostenibilità, diseguaglianza ed etica nell’industria della moda.

Fashion Revolution #2Fanzine Cover

È nel secondo numero della fanzine ‘Loved Clothes Last’ che si trova, tra le altre cose, un’interessante lista di sei azioni che rispondono alla domanda: “Cosa dovrebbero fare i governi per affrontare il problema degli scarti dell’industria della moda?”, redatta da Sarah Ditty, a capo della policy di Fashion Revolution. Ecco le risposte:

  1. Rendere più facile alle persone il riuso e la riparazione di abiti e scarpe;
  2. Facilitargli anche il riciclo di abiti usati e tessuti;
  3. Fornire alle persone maggiori informazioni sul riuso, la riparazione e il riciclo di abiti usati e tessuti;
  4. Far passare la legge sulla responsabilità estesa del produttore in modo che le imprese siano responsabili dei rifiuti tessili che creano;
  5. Aumentare le tasse sull’utilizzo di materiali vergini e le sanzioni per la produzione di rifiuti tessili, diminuirle per l’uso di materiali di riciclo e per il riciclo di abiti e tessuti;
  6. Investire nella ricerca, in infrastrutture e innovazione per ridurre gli scarti tessili e dell’abbigliamento e per costruire un’economia circolare.

From Fashion Revolution #2Fanzine – ‘Loved Clothes Last’

Azioni virtuose, non c’è dubbio. Me lo chiedo spesso quando mi capita di andare nei centri commerciali: dove finirà tutto quell’invenduto, che percorsi farà, quale il suo destino e quante volte verranno indossati gli abiti acquistati, che fine faranno anche loro una volta scartati? Perché si sa, come è emerso dai rapporti delle organizzazioni del settore, come quello di Humana People to People Italia, che se il cittadino decide ad esempio di deporre gli abiti negli appositi cassonetti, “si mette in moto una filiera complessa che dovrebbe avere come obiettivo il recupero e il riciclo degli indumenti”, ma che in molti casi finisce per alimentare traffici illeciti. E ciò succede proprio a causa di una legislazione non chiara che non considera tra i requisiti indispensabili nei bandi di gara per la gestione del materiale raccolto il criterio di trasparenza ovvero non viene richiesto per esempio un certificato antimafia, né chiarimenti su che fine faranno gli abiti usati. E questa è solo la punta dell’iceberg e sto comunque parlando, in questo caso, del nostro Paese e di un solo passaggio della filiera produttiva, quello finale che riguarda lo smaltimento degli abiti usati. Quindi c’è da tornare per forza sull’argomento.

Intanto sappiamo che Fashion Revolution è una realtà che cerca di dare risposte concrete alle problematiche citate sopra, che è un movimento che coinvolge cittadini e gruppi di tanti Paesi del mondo e che tutti noi siamo e saremo continuamente chiamati a chiedere e a rispondere alla domanda “who made my clothes”.

 

 

 

 

Dall’albero al tessuto: la rivoluzione lignea(h) di Ood

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Ood-Italy purse

Vestirsi di legno e profumare di albero. Una fantasia un po’ fanciullesca che sa di Libro della Giungla e di saghe nordiche. Romantico, senz’altro, ma un tantino selvaggio, direte voi.

Eppure da qualche anno si può; non solo vestirsi, di legno, ma rivestirci anche auto e mobili. Grazie ad un progetto tutto italiano nato da due teste, quelle di Marcello e di Marta Antonelli, padre e figlia; designer di moda lei, ex dirigente di un’azienda tessile lui, sono riusciti, nel 2011, dopo anni di ricerche, a brevettare un metodo di lavorazione che rende il legno malleabile, morbido e sottilissimo come un tessuto. Un prodotto tanto naturale quanto innovativo ribattezzato Ligneah® che è già al quarto posto nella lista dei materiali impiegati per la produzione tessile e che ha dato il nome al brand sostenibile che, dopo l’ultimo restyling del 2014, è cambiato in Ood.

Ligneah® – il tessuto ottenuto dalla lavorazione del legno

Una sfida di cervello dunque, partita però dal cuore. L’idea di base era infatti, come racconta Marta, trovare un sostituto ecologico e sostenibile alla pelle, che rispettasse l’ambiente e non sfruttasse gli animali. E stando alla gamma di prodotti e tipologie offerta nello shop online di Ood non ci sono dubbi: ce l’hanno fatta. Selezionati e originali gli accessori, bracciali, portachiavi, borse e pochette caratterizzati da linee essenziali, futuristiche ed eleganti, per i quali si può scegliere tra essenze diverse, che non sono profumi ma tipi di alberi e texture ispirate in tutto e per tutto alle tipologie di pelle animale. Serpente, coccodrillo, pesce. Cui non hanno niente da invidiare. Per fortuna, aggiungerei.

Braccialetti Ood_Italy

La rivoluzione a quanto pare è solo agli inizi. Ligneah infatti è un marchio brevettato che Marta e Marcello offrono a tutte le aziende di moda e di design interessate a una politica commerciale che sia però anche sostenibile. Le applicazioni sarebbero molteplici: dall’arredamento all’automobile alla pelletteria. Una novità completamente naturale e pure molto efficiente dal punto di vista produttivo. Da un singolo albero, infatti, si ricavano 400 metri quadrati di impiallacciatura, cioè di materiale lavorabile. La pelle di un vitello, tanto per capirci, ne misura circa 3,5. Quella di un coccodrillo 4, di un pitone 2,5.

Ligneah® – Il tessuto richiama le foglie dell’edera

Numeri impressionanti che però non illustrano il vero vantaggio di una conversione ecologica. “A parer mio– sottolinea Marcello-dire che con un albero si realizzano 400 accessori e che con un coccodrillo se ne realizzano 20, con un vitello 25, con un pitone 10, non ha senso. L’aspetto importante è capire che il consumismo può causare danni e che la discriminante la fa l’impatto ambientale”. Al di là di un’analisi prettamente economica. “Noi– continua Marcello- abbiamo scelto il circolo virtuoso dell’economia circolare, del recupero e dell’impatto zero”.

L’uso delle foreste circolari, gestite cioè in modo sostenibile, obbligatorie da qualche anno per la produzione di legname, assicura la certificazione della materia prima, che viene costantemente rinnovata in modo da non creare squilibri, né ecologici, né di mercato. Grazie ad un accordo con Tree Nation, inoltre, per ogni prodotto venduto da Ood, si pianta un albero in Africa.

L’unico dubbio che rimane è quello sulla lavorazione. L’inghippo potrebbe essere lì: chimica. E invece no. Il procedimento è esclusivamente meccanico. Ve la faccio breve: il legno, attaccato a del cotone, viene rigato in modo fitto e sottile, tanto da creare una serie infinita di minuscoli solchi che lo rendono estremamente duttile. Il processo si conclude con una sorta di bagno in una miscela, ecologica pure questa, ignifuga.

Borsa Ood_Italy

Certo la gamma di abbigliamento è ancora agli inizi, ma le premesse lasciano ben sperare. Noi li teniamo d’occhio.

Novella Di Paolo

CamminaLeggero: “raro cade chi ben cammina”!

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vegan biker boots

Come primo marchio del 2018 scelgo un brand italiano di calzature e non è un caso; la scarpa intesa come sinonimo di cammino mi sembra un’ottima metafora per cominciare l’anno nuovo e CamminaLeggero questa idea se la porta scritta nel nome, insieme al concetto di leggerezza che, secondo una citazione di Italo Calvino riportata nel sito del marchio, è da associare alla ‘precisione e alla determinazione’.

black mary jane CamminaLeggero – vegan shoes

Ecco cosa c’è alla base del progetto di CamminaLeggero, nato a Pavia nel 2011 dalla mente vegana di Carolina Pini, anima riflessiva, amante delle forme pulite, minimali, del nero e delle edizioni limitate “che nella cura dei dettagli si allontanano dalla serialità”. Ma la caratteristica fondamentale del marchio è il suo essere cruelty-free, quindi estraneo a pelle, cuoio e qualsiasi altro materiale di origine animale e ‘a km 0’ ovvero progettato e realizzato interamente nel Nord Italia da manodopera artigiana del settore.

 Il desiderio di evitare l’utilizzo di materiali che comportino in qualche modo la sofferenza degli animali si unisce alla sensibilità ambientale e ad una produzione che privilegia la qualità piuttosto che la quantità;
CamminaLeggero materials

il materiale utilizzato per le tomaie è una microfibra di ultima generazione particolarmente resistente e insieme leggera, che in base al modello della scarpa può essere similpelle o similcamoscio. Il tessuto è invece di provenienza Fair Trade, il jeans è riciclato, mentre le suole sono VIBRAM® in gomma espansa, dotate di elasticità, resistenza al consumo e allo scivolamento. In alcuni modelli la Vibram® è sostituita dalla suola in pneumatico riciclato lavorata artigianalmente, che forse fa acquistare alla scarpa un po’ più di pesantezza ma che, come leggo nel blog di CamminaLeggero, ripaga in termini di “leggerezza rispetto al peso ambientale che la produzione di una suola nuova comporta per dispendio energetico e inquinamento”.

I modelli, concepiti per uomo, donna e bambino, prediligono forme lineari che vanno dalla mary jane alla sneaker, dal desert boot all’anfibio al sandalo e tonalità classiche come nero e marrone, ma anche cromie accese come rosso e giallo, un modo per andare incontro a gusti ed esigenze differenti.

CamminaLeggero produce anche una linea di accessori, sempre in edizione limitata e con gli stessi principi delle calzature ovvero la ricerca incessante di alternative sostenibili, “un modo nuovo di pensare ciò che indossiamo e mangiamo in un’ottica di sostenibilità e responsabilità”.

 

Grazie Stella

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Stella McCartney photo: Jaguar MENA

È probabile che per Stella McCartney, figlia di cotanto padre, non sia stato difficile come magari per altri designer farsi spazio nel business della moda ma le raccomandazioni servono a poco quando non c’è il talento; Stella di talento ne ha dimostrato parecchio fin dagli esordi, sia alla guida di marchi come Chloé, sia con la propria collezione, allontanando così lo spettro dell’invadente cognome e affermandosi con uno stile minimale, comodo ma capace di valorizzare il corpo delle donne e, cosa che in questo blog ci interessa maggiormente, 100% cruelty-free.

Cresciuta vegetariana in una fattoria biologica, Stella McCartney fin dagli esordi non ha mai ceduto all’utilizzo di pelle, pellami, piume o pelliccia per le sue creazioni e continua a farlo, sostituendogli materiali alternativi e innovativi prodotti tramite studi, ricerche e test che combinano fibre naturali e sintetiche. L’ultimo in ordine di tempo è stato un tessuto simile alla seta che la designer ha presentato nel backstage dell’ultima sfilata p/e 2018 a Parigi, sviluppato in partnership con la compagnia californiana Bolt Threads. E nella nuova collezione McCartney ha esteso per la prima volta l’uso della pelle veggie, finora utilizzata solo per scarpe e borse, anche agli abiti, tra cui un pantalone caramello con coulisse a chiudere l’orlo, così morbido e ampio da sembrare un track pant.

Stella McCartney S/S 2018
Ph. courtesy of www.showdetails.it

Si tratta dell’Eco Alter Nappa, materiale a base di poliestere riciclato e poliuretano (a base acquosa, quindi privo di solventi chimici) caratterizzato da un rivestimento realizzato per il 50% con olio vegetale, in modo da diminuire l’uso del petrolio.

Anche gli altri tessuti sono, o di derivazione biologica, come il cotone, usato poi anche per il jersey e il denim o ‘rigenerati’ come Re.Verso™, realizzato in Italia e ottenuto da scarti industriali non utilizzati, che sostituisce il cachemire, tanto prezioso quanto impattante dal punto di vista ambientale.

Stella McCartney S/S 2018
Ph. courtesy of www.showdetails.it

Consapevoli che la sostenibilità si basi su molti fattori e che ogni piccolo gesto faccia la differenza, Stella McCartney e il suo team considerano il proprio un viaggio che per certi aspetti è ancora all’inizio, un cammino fatto di piccoli passi capaci di rendere il marchio sempre più etico e responsabile, con il fine costante di restituire all’ambiente ciò che gli è stato sottratto e questo ad “ogni capo d’abbigliamento creato, negozio inaugurato e prodotto realizzato”.

A questo proposito McCartney ritiene che il modo migliore di creare una moda sostenibile sia di porsi domande sul come e dove viene realizzato un abito e con quali materiali e che “sta agli stilisti ora rinnovarsi cambiando la propria mentalità piuttosto che limitarsi a rinnovare un abito ad ogni stagione“.

Grazie Stella dunque, perché il vero talento è stato quello di aver messo il tuo ‘credo’ al servizio, sì, del lusso ma soprattutto di un’etica che rispetta animali e ambiente, aprendo la strada a una moda che dall’alto in basso diventa ogni stagione un poco più responsabile, sia per chi la produce che per chi la fruisce. E questo senza rinunciare alla bellezza.

La sostenibilità è sexy anche per Vogue!

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Toni Maticevski's catwalk Photo: Peter Duhon

In questi scampoli di 2017 m’imbatto in un articolo di Emily Farra per Vogue.com che parla di come questo sia stato l’anno in cui la moda sostenibile è diventata sexy; ottima cosa che lo dica una delle riviste più autorevoli del mondo del fashion ma per paradosso forse lo fa perché, in generale, la sostenibilità è un argomento ormai sulla bocca di tutti e in tutti i settori, quindi un trend appetibile da non lasciarsi sfuggire.

Comunque sia è una bella notizia perché la moda è la seconda industria più inquinante al mondo, tra pesticidi utilizzati per le colture del cotone, acqua consumata a volontà, materiali sintetici che finiscono nelle discariche e milioni di abiti buttati ogni anno perché la fast fashion produce tanto ma spesso a bassa qualità e a scapito di chi quegli stessi abiti li confeziona nei laboratori tessili di Paesi come India e Cina.

Emily Farra cita, tra i pionieri della moda sostenibile, che hanno cominciato ben prima del 2017 a fare del proprio stile un fatto etico, Vivienne Westwood, Edun e Stella McCartney, a cui aggiunge il sempre impeccabile Tom Ford che nel settembre scorso ha ricevuto il Green Carpet Fashion Award come ‘Best International Designer supporting Made in Italy’ per aver migliorato le proprie pratiche di produzione etica e il suo supporto all’artigianato italiano, Gucci per aver annunciato, ad ottobre, il suo addio alle pellicce naturali a partire dalla prossima collezione (preceduto da Armani lo scorso anno) e tanti altri designer che hanno cominciato ad utilizzare faux-fur nelle proprie collezioni.

Nell’articolo vengono poi nominate anche le partnership tra brand e società hi-tech per la produzione di tessuti alternativi, ad esempio quella tra Stella McCartney e Bolt Threads di cui ho parlato nel post ‘La tela del ragno‘ per la realizzazione di un tessuto simile alla seta. E pare che molti scienziati, nel segreto dei loro laboratori, stiano modificando il DNA per creare “pelliccia senza l’animale, seta senza la larva e pelle senza il bovino” (sperando che non creino mostri!).

Vogue.com nomina naturalmente nomi illustri del settore, brand di altissima gamma e star che si sono votate alla causa ma il mondo è davvero pieno di marchi, già consolidati ed emergenti, anche di accessori e underwear, che fanno di etica e sostenibilità il loro credo, senza per questo sfilare in passerella o ricevere premi eccellenti (in oro etico però!).

Quando anche Vogue parlerà di loro mettendoli pure in copertina, forse potremo davvero dire che ‘la sostenibilità’ è sexy!

 

Q-Bottles Quagga, dress responsibly

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E’sempre un piacere parlare di una realtà italiana che fa moda sostenibile, ancora di più se, oltre all’accurata ricerca e selezione dei materiali (e dei fornitori) e all’attenzione al contesto in cui essa viene prodotta, c’è anche il valore aggiunto del riciclo.

Quagga è un marchio ‘made in Italy’ (Piemonte) che esiste dal 2010, realizza abbigliamento outdoor altamente performante, conoscevo già le sue giacche tecniche dalle linee minimali ma ricche di dettagli, fatte di tessuti idrorepellenti e di ovatte termiche in fibra riciclata; di recente il brand ha lanciato una campagna di crowdfunding chiamata ‘Q-Bottles’, conclusasi con successo lo scorso ottobre. Il progetto consiste nella produzione di capospalla per l’autunno/inverno 2018/2019 realizzati con una fibra ricavata dal riciclo di bottiglie di plastica e trasformata in tessuto; da polimeri rinnovati, questa fibra si ottiene con un processo meccanico di filatura a caldo, senza l’uso di sostanze chimiche. Il tessuto ottenuto può avere la consistenza della seta o del cotone sottile, al tatto è morbido e si trova in versione opaca o lucida e, a fine vita del capo, può essere nuovamente riciclato, gettandolo nel cassonetto come fosse una bottiglia di plastica.

Quagga prepara così la sua prossima collezione invernale e manda contemporaneamente un segnale significativo legato all’importanza del riciclo, del rispetto dell’ambiente e dell’utilizzo delle certificazioni, fondamentali queste ultime per dimostrare che i materiali riciclati sono (ri)usati in modo cosciente e sicuro perché trattati appunto in aziende certificate, dove si eliminano tutte le sostanze potenzialmente dannose tramite tinture e finissaggi.

Last but not the least, Quagga si avvale anche della certificazione ‘Animal Free’, cioè che esclude il ricorso a componenti di origine animale. E non è un caso che il marchio si chiami come il mite equino simile alla zebra che popolava il Sudafrica fino a fine ‘800, estintosi perché cacciato sia per la qualità delle sue carni che del suo pellame ma riportato recentemente in vita in seguito ad un particolare procedimento di selezione chiamato breeding back, che ha permesso di ricrearne una specie analoga, poi reintrodotta nell’ambiente.

La tela del ragno

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Spider web covered with dew drops

Tra le ragioni che mi hanno spinto ad aprire questo blog (Perché il blog) c’è la speranza, che in realtà propende maggiormente verso la convinzione, che moda ed etica creino sempre più sinergie in modo che in un futuro non troppo lontano si possa parlare di eco-à-porter. La direzione del settore pare proprio questa, anche secondo una fonte autorevole come il New York Times che, in un articolo uscito pochi giorni fa, parla dell’interesse crescente del mondo del fashion di alta gamma e dei marchi di sportswear verso l’utilizzo di tessuti riciclati e alternativi ricavati ad esempio dai funghi, dalle arance e dalla tela del ragno o meglio ispirati ad essa.In quest’ultimo caso è Stella McCartney, designer vegana da sempre impegnata in una moda cruelty-free e sostenibile, ad aver utilizzato un tipo di seta prodotta in laboratorio per due suoi outfit che ha presentato nel backstage dell’ultima collezione sfilata a Parigi lo scorso ottobre. Non testata ancora completamente, la fibra è stata sviluppata dalla Bolt Threads, società californiana che produce materiali alternativi dalle proteine presenti in natura, con cui McCartney ha firmato un accordo a lungo termine per l’utilizzo e l’ulteriore sviluppo della fibra che si chiama Microsilk.

Dopo aver studiato il DNA dei ragni e le loro tele, gli ingegneri della Bolt Threads hanno ricreato proteine ​​simili che sono state iniettate in lievito e zucchero e quindi sottoposte a un processo di fermentazione brevettato. La seta liquida risultante è stata poi trasformata in una fibra attraverso un processo di filatura a umido che ha permesso di ottenere filati poi lavorati a maglia nel tessuto.E perché proprio la tela del ragno? Perché questi Aracnidi producono fibre di seta con proprietà straordinarie tra cui l’alta resistenza alla trazione, l’elasticità, la durata e la morbidezza.Certo si tratta di un materiale ancora in fase di sviluppo, quindi la produzione iniziale continua ad essere limitata e i prodotti finiti, costosi; recentemente, sempre la Bolt Threads ha presentato una lotteria per vendere le sue prime cravatte di seta realizzate con la Microsilk a 314 dollari l’una. Ma come con qualsiasi nuova tecnologia, alle prime fasi seguono perfezionamenti e risultati che permettono di abbassare i costi e rendere i prodotti più accessibili. Sta poi a stilisti e CEO lungimiranti capirne la portata rivoluzionaria “riconoscendo che questi fantastici materiali di domani potrebbero essere qualcosa che la gente vuole comprare oggi”.

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