21 / Aprile / 2019

eco-a-porter

Mani, anima e natura, le tre facce di aniMANIli

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capsule collection

Questo blog è nato per parlare di moda sostenibile nei suoi aspetti più vari ma non nascondo che una delle cose che preferisco è scoprire e poi scrivere di nuovi marchi o di marchi che operano da un po’ nel settore senza però trovare o avere l’opportunità di farsi conoscere a un pubblico più ampio. Mi riferisco soprattutto ai marchi auto-prodotti, piccole realtà dietro cui si nascondono stiliste che sono anche artigiane, perché producono a mano in edizione limitata.
Come Carlotta Fiorini, designer bolognese che nel 2012 ha creato aniMANIli, brand di abbigliamento e accessori che nel nome contiene già le passioni e le componenti della sua vita privata e professionale: gli animali, verso cui prova da sempre una profonda empatia (e come darle torto), l’anima, la loro e la propria, quella che mette anche nelle sue creazioni e, naturalmente, le mani, preziosi strumenti di lavoro.

aniMANIli logo – courtesy of Carlotta Fiorini


Stilista di formazione, con specializzazione nella calzatura ma con una mamma sarta che le fornisce un imprinting già nell’infanzia, Carlotta approda al suo brand dopo alcuni anni trascorsi a progettare scarpe femminili per aziende come Casadei, Diego Dolcini e Gucci e non prima di aver provato, “con infinite difficoltà e forse prematuramente”, come lei stessa ammette, a creare e commercializzare una propria linea di calzature vegane.

aniMANIli capsule collection

Mamma sarta, esperienza nella progettazione stilistica e capacità sartoriali, dunque perché scarpe e non, invece, una linea d’abbigliamento? Detto fatto Carlotta fonda aniMANIli con l’artista Serena Balbo, con cui collabora fruttuosamente per qualche anno, dopodiché Serena prosegue il proprio percorso artistico e Carlotta va avanti con la creazione delle collezioni che nel tempo mantengono invariate determinate caratteristiche come la ricerca stilistica, la realizzazione sartoriale, i dettagli e l’eccellenza delle materie prime ma soprattutto la convinzione che la moda possa e debba assumersi l’impegno di essere anche etica. Quindi, oltre alla totale esclusione di materiali di origine animale, legata anche alla sua ‘fede’ animalista ed ecologista, la designer privilegia tessuti organici a basso impatto ambientale, microfibre innovative e materiali di recupero di pregio che vengono da fine serie e campionari.

aniMANIli capsule collection


L’utilizzo di tessuti ‘recuperati’ permette così di offrire pezzi di alta qualità senza raggiungere costi proibitivi; il fatto a mano, il prodotto artigianale fa già levitare inevitabilmente il prezzo legato alla manodopera e il pubblico spesso non comprende che un capo realizzato completamente a mano ha il proprio costo. È un argomento delicato e di cui forse si parla poco, intendo quello dei costi e di come sia ancora difficile far comprendere alle persone il valore aggiunto che ha un capo artigianale, soprattutto quando è auto-prodotto. Il discorso l’ho affrontato recentemente con altri designer alla fiera ‘Fa’ la cosa giusta!‘, loro stessi mi hanno fatto notare quanto sia ancora arduo trasmettere questo tipo di messaggio al consumatore che vuole il ‘made in Italy’ e materiali di qualità e plaude alla sostenibilità ma poi si lamenta dei costi.
aniMANIli capsule collection – Differenti Fiori

L’amore di Carlotta per la natura, anzi Natura, come lei stessa giustamente la definisce, in tutte le sue forme, prende vita nelle collezioni di aniMANIli, la Natura che è fonte infinita di ispirazione, di emozione, così piena, così ricca, così varia. ‘Differenti Fiori’ è l’ultima capsule collection che parla di romanticismo e rigore, ossimoro stilistico che si traduce in capi che associano delicati motivi floreali dipinti a mano a costruzioni geometriche caratterizzate da pieghe e plissé. E così ecco che la leggerezza di un petalo duetta con la simmetria di una foglia, l’eterea trasparenza di una piuma contrasta con la geometria di un plissé, il tutto su materiali naturali che vanno dal cotone alla viscosa, dal bambù ai filati bio. Protagonista assoluta la Natura, “fine a cui rendere omaggio”.

 

 

Un telaio contro la ‘ndrangheta. L’alta moda etica di Cangiari

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Cangiari - loom Photo by Federica Parisi

È un nome che sa di storia, quella calabra, e di saggezza, quella delle calabresi. Si chiama Cangiari, che in dialetto significa cambiare, è il primo brand di fascia alta nel panorama italiano della moda etica e racchiude in una sola parola una montagna di significati che hanno tutti a che fare con la sostenibilità.

Cangiari – telai a mano

Un marchio sulla cui asta sventola la bandiera del coraggio e del cambiamento che si fa anche guardando indietro, tornando alle origini. Il futuro si costruisce dal passato, è questa l’idea di sostenibilità alla base del brand, nato all’interno di una comunità di persone e imprese sociali che offre lavoro a persone svantaggiate operando in opposizione alla ‘ndrangheta e che ha un nome biblico ‘Goel’, che vuol dire riscatto. Una comunità che ha compiuto quindici anni, diventando un gruppo cooperativo e che propone un modello di etica ‘efficace’, mettendo al centro della propria impresa la persona e l’ambiente, tramite l’uso esclusivo di filati e colorazioni biologiche. Dal recupero di una tradizione antica si è data nuova vita ai piccoli laboratori artigiani della filiera creativa e produttiva di Cangiari, tutta radicata nei paesi calabri della punta dello stivale.

Cangiari – tessitrice

Ripartire da ciò che si ha ovvero dalle ‘majestre’, le tessitrici, che conoscevano a memoria le composizioni, come spartiti musicali, dei 1800 fili del telaio e che per ricordarsele ci facevano canzoni, le stesse composizioni che oggi le donne del circuito hanno deciso di imparare a loro volta a memoria per trasformarle in creazioni di alta classe.

Una moda etica dunque che vuole riprendersi il territorio, troppo ricco di bellezza per essere lasciato nelle mani della malavita. Ma anche una moda esclusiva. Le creazioni sono infatti altamente personalizzabili proprio perché realizzate a mano dalle tessitrici calabresi, giovani donne che si sono rimesse in gioco portando una ventata di freschezza in un’arte antica come quella del telaio, radicata nella Locride dai tempi dei bizantini. Influenza chiaramente riconoscibile, insieme a quella greca, nei disegni che Cangiari propone stagione dopo stagione, nelle diverse declinazioni di tessuto progettato per vestire la donna e la casa con ‘Abitare Cangiari’.

Dettaglio ‘Abitare Cangiari’

La nuova capsule della primavera estate disegnata dalla fashion designer Denise Bonapace propone eleganti capi leggeri e versatili che giocano con i dettagli di tessuto progettati per essere personalizzati da chi li indossa. Un pregiato tocco di originalità.

Impalpabili poi gli abiti de ‘La Sposa Etica Cangiari’, esposti anche alla mostra evento ‘Le Stanze della Moda Sostenibile’ organizzata dalla Fondazione Michelangelo Pistoletto, che se osservati da vicino svelano la preziosità dei tessuti realizzati a telaio e dei raffinati ricami fatti col chiacchierino, altro strumento antico che rievoca le nenie del passato, che quasi si riescono a sentire sfiorando con le dita le rifiniture.

Pezzi unici che, secondo i creatori, sarebbe un peccato mostrare solo il giorno del matrimonio. Ed ecco allora la provocazione del vestito da sposa che diventa abito da sera. Un altro modo per perseguire l’obiettivo della sostenibilità, con un gesto che è quasi un sacrilegio, ma che nell’ottica della moda etica assume un po’ i tratti della rivoluzione.
Sempre però con uno sguardo alle radici. Senza le quali non c’è futuro.

Novella Di Paolo

Chic sostenibile: lo stile vegan italiano di NOAH

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NOAH Italian Vegan Shoes Mia Razza - courtesy of www.noah-shop.com

Alla qualità made in Italy non si rinuncia. In fatto di moda e artigianato il belpaese non lo batte nessuno. Ovunque si metta il naso, un profumo d’Italia lo si sente sempre. Una fragranza piacevole persino quando parliamo di scarpe, quelle del marchio NOAH, calzature vegan con passaporto tedesco ma di madrelingua italiana.


NOAH Italian Vegan Shoes Marica e Marco – courtesy of www.noah-shop.com


Un piccolo esercito di mocassini, stivaletti, ballerine, sneaker che si possono chiamare per nome, proprio come in una classe scolastica: Lorena, Stella, Agatha, Rebecca, Alessandro, Leonardo, Diego. Un modo per dare quasi una personalità alle calzature, quello scelto dai titolari dell’azienda che, invece, i loro nomi non ci tengono a farli. “Per noi – ci dicono dall’ufficio stampa – non è importante avere un designer, quanto raggiungere l’obiettivo di creare prodotti di qualità che offrano un’alternativa senza crudeltà, nel rispetto degli animali, oltre che delle persone che li producono e che li indossano, e anche dell’ambiente“.
Un traguardo che il marchio, nato in Germania nel 2009 con la volontà di unire la sapienza e lo stile italiani al rispetto per l’ambiente, cerca di perseguire su più livelli. Materie prime, qualità e condizioni di lavoro.
NOAH Italian Vegan Shoes Gloria
courtesy of www.noah-shop.com

Le calzature NOAH sono tutte prodotte con materiali 100% vegani. Micro-nappa e micro-suede derivati dalla tessitura di fibre di poliestere, per la tomaia; sughero, caucciù e materiali riciclati per le suole. Nel processo di lavorazione inoltre l’uso di colle è estremamente limitato e dove possibile sostituito con cuciture sapientemente realizzate da piccole aziende italiane selezionate. Il vero punto di forza del brand: gli artigiani.

NOAH Italian Vegan Shoes
courtesy of www.noah-shop.com

Per noi lo stile italiano è il migliore, precisano dalla Germania, per questo i nostri prodotti sono realizzati interamente in Italia. Dal materiale alle finiture“. Inoltre in Italia le condizioni di lavoro rispettano le normative nazionali ed europee, un punto su cui NOAH batte molto, perché la sua filosofia di sostenibilità passa prima dal rispetto per le persone, che successivamente si traduce in quello per l’ambiente e per gli animali, la cui tutela rappresenta il terzo grande capitolo della strategia aziendale, volta a dimostrare che un’alternativa innovativa alla tradizionale scarpa in pelle è possibile. A dirlo sono le numerose certificazioni (Peta, Vegan Society, Cruelty Free) e i premi rastrellati dal team nel corso degli anni, uno fra tutti il Vegan Fashion Award 2014 assegnato da Peta Deutschland a Dora lo stivaletto come migliore scarpa da donna.

NOAH Italian Vegan Shoes Eleonora
courtesy of www.noah-shop.com

La conquista sta inoltre, secondo i responsabili, nell’aver finalmente spezzato l’equazione: vegano uguale cibo. In altre parole smettere di mangiare carne non basta a cambiare il corso dell’industria mondiale o meglio non è l’unico strumento. La produzione di carne infatti va a braccetto con quella della pelle. Trovare dunque soluzioni alternative anche nell’ambito della moda accelererebbe il processo, perché sostituire la pelle con prodotti vegani significherebbe ad esempio più cereali a disposizione degli uomini invece che del bestiame, oltre che preservazione della biodiversità e di conseguenza contrasto ai cambiamenti climatici. Insomma, è una catena di buone azioni che portano altrettanto buoni risultati.

L’ultima sfida di NOAH, o forse la prima, è quella puramente fashion: realizzare tutto ciò con stile e eleganza. Quelli italiani ovviamente, per lasciare sì un’impronta sul pianeta, ma tutta ecologica.

Novella Di Paolo

Anekdot: l’intimo è questione di aneddoti

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Anekdot Looking for Nothing - Photo: Colette Pomerleau - courtesy of anekdotboutique.com

Anekdot è un marchio di intimo e swimwear sostenibile che ho scoperto su Instagram; la prima cosa che mi ha colpito, insieme ovviamente ai capi stessi, sono state le immagini: letti sfatti, vecchi muri stonacati, finestre luminose, piante vive e fiori secchi, l’acqua, il mare, la natura selvaggia. E poi modelle in pose naturali, che si stirano, che fanno yoga, che camminano sulla spiaggia, che si affacciano da una finestra, raramente guardano l’obiettivo e se lo fanno ridono o sorridono quasi sempre, distese, rilassate, a proprio agio con l’ambiente come fosse casa propria. Per di più non è male nemmeno quell’aura di soffuso erotismo che certe immagini emanano.


Anekdot Winter Garden collection – Photo: Livia Faden – courtesy of anekdotboutique.com


Anekdot, ho pensato, è un marchio felice e allora ne voglio sapere di più. Scopro quindi che c’è dal 2015, che è ideato e prodotto a Berlino da Sofie Andersson, designer svedese, educata in Italia (come tiene a precisare nella sua bio e a noi fa piacere) poi formatasi a Londra da pionieri del fashion sostenibile come Christopher Raeburn e From Somewhere (quest’ultimo è il brand fondato da Orsola de Castro, una delle ideatrici del movimento Fashion Revolution) da cui ha appreso le tecniche dell’upcycling, filosofia che è alla base delle creazioni di Anekdot.

Ma cos’è di preciso l’upcycling? Ne ho accennato diverse volte parlando delle varie tecniche legate alla moda sostenibile ma una vera e propria definizione non credo di averla mai data; in realtà io stessa ho fatto spesso confusione tra ‘recycling’ e ‘upcycling’, cioè tra ‘riciclo’ e ‘riuso creativo’ (ma il termine inglese rende meglio!) ma la differenza sostanziale è che nel primo caso si riutilizzano scarti che vengono sottoposti ad una trasformazione o ad un processo per cui il risultato finale è quasi sempre di qualità minore rispetto all’originale, senza contare che il dispendio energetico per la trasformazione è spesso enorme. Nel caso dell’upcycling, invece, i vecchi prodotti vengono lavorati ottenendo un valore maggiore di quello iniziale; energia spesa, nulla o quasi e massima prevenzione della produzione di scarti!

Anekdot – courtesy of anekdotboutique.com

Ho aperto questa parentesi perché possa essere chiara la tecnica che Sofie applica all’intimo e ai costumi da bagno che realizza; lei stessa precisa, con una certa ironia, che ‘upcycling’ non significa indossare l’intimo degli altri, ci mancherebbe, ma recuperare qualcosa, in questo caso rimanenze tessili da fabbriche, mercati, altri brand, per trasformarlo in qualcos’altro di maggiore valore e bellezza. Che siano avanzi, scarti, fine pezza, stock, pezzi vintage, il team di artigiani di Anekdot li lavora a mano ricavandone pezzi unici che, proprio per le ragioni di cui sopra, sono anche limitati perché difficilmente riproducibili.

Anekdot – courtesy of anekdotboutique.com

Interessante in questo senso la filosofia che è alla base di Anekdot ovvero ideare e lavorare su ciò che si ha disposizione; ciò che potrebbe essere visto come un limite è invece una sfida per guardare avanti, un lavoro di fantasia, uno stimolo creativo paradossalmente illimitato. Si sviluppano così storie intorno ad ogni capo creato (ed ecco che torna il potere creativo del tessuto e delle tecniche di riuso di cui parla anche Cristiano Toraldo di Francia nel suo ‘Rivestire’) e i dettagli, gli aneddoti appunto, acquistano maggiore importanza, proprio perché rappresentano lo sforzo creativo e la fantasia del loro creatore.

Storie che sono come viaggi come ‘Looking for nothing’, descritta sul sito del marchio come “una collezione aromatica di essenziali senza compromessi che ti invitano a prendere una pausa, a riflettere e a conoscere tutte le cose buone che ti circondano”. Si tratta di deliziosi coordinati di pizzo in rosso acceso, verde salvia, rosa pallido e nero satinato realizzati con rimanenze di fabbrica provenienti da Sri Lanka, Francia, Regno Unito e Italia (e noi c’entriamo sempre!).

Oppure c’è ‘Winter Garden’, dolce nel titolo ma piena di verve “per prendere d’assalto ogni giorno”; una collezione all black “per i cuori ribelli e coraggiosi che vivono ogni momento e lo vivono totalmente”.

‘Secret Bay(b)’ e ‘On the Rocks’ sono invece collezioni swimwear che ci parlano di un viaggio in Sri Lanka, di natura incontaminata, mare cristallino e rocce su cui sentire ancora il calore del sole al tramonto. I costumi sono realizzati con un surplus di tessuto proveniente da una fabbrica e con nylon rigenerato prodotto da reti da pesca riciclate, oltre da altri nylon scartati. Anche qui nero e linee pulite con qualche piccolo ‘frill’.

Di viaggi il team di Anekdot ne ha fatti tanti altri; vi invito quindi a visitare il sito per scoprire quali altre storie e ‘voyages’ racconta questo bel marchio originale e sostenibile, oltretutto con servizi fotografici sempre affascinanti. Questione di aneddoti.

 

L’abito-casa: la moda trasformabile di Denise Bonapace

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Schizzi di Denise Bonapace

Sostenibile è la moda che include e che non ha icone, perché ogni corpo è un’anima e ogni anima ha diritto di essere un corpo. Di donna, preferibilmente. Almeno secondo Denise Bonapace che proprio non ce la fa a pensare agli uomini quando crea. “Di quelli occupiamocene in privato” confessa. La moda, per questa poliedrica creativa, è donna, come la casa. Quella che lei ha tra le montagne di granito scuro intriso di acqua del ghiacciaio dell’Adamello e le candide vette delle Dolomiti del Brenta. Lì da generazioni vive la sua famiglia e lì torna pure lei appena può. Nella sua Itaca. Il resto del tempo lo passa tra Milano e New York, dove insegna e espone le proprie creazioni, che poi mette in vendita. Le sue collezioni sono insiemi di pezzi unici indefiniti; sono abiti, nel senso più pratico o filosofico del termine ma anche cose da abitare, dunque case, in cui ci si rifugia e attraverso cui si comunica. 

Schizzi di Denise Bonapace –
Photo credits: Pierluigi Anselmi, Lorenza Daverio

Non si lascia etichettare Denise perché, dice lei, le etichette sono inutili e addirittura dannose. Comunque definirla sarebbe difficile. Progettista di formazione, laureata in industrial design, diventa consulente, insegnante, artista, stilista. Mette su un marchio che porta il suo nome e fa solo maglieria; perché, sottolinea, le maglie aprono nuovi orizzonti. “Si parte sempre da un filo, ma ci puoi creare cose sorprendenti“. E forse sanno pure un po’ di casa e saggezza, come le donne di tutte le forme che fotografa per i suoi progetti. “Senz’età“, ad esempio. Capi creati per corpi non più giovani che le hanno rivelato che a un certo punto della vita le maniche diventano troppo lunghe e non si trova più il posto dove tenere il fazzolettino che si vuole sempre avere a portata di naso. Ed ecco che la creatività si mette a servizio della persona. E magicamente una bolla di mohair seta all’estremità di una manica diventa contenitore o, srotolato, manicotto. Il vestito in questo modo diviene luogo da abitare. Questa è la rivoluzione che Denise insegue e insegna, al Fashion institute of Technology di New York e alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (Naba).

 

‘Senz’età’ di Denise Bonapace – Photo credits: Pierluigi Anselmi, Lorenza Daverio

 

Le persone hanno dei bisogni e io col mio lavoro mi impegno per soddisfarli“. La moda, secondo Denise, deve mettersi al servizio delle persone, intese come “insieme di fisicità, pensieri, impulsi e desideri“, per creare un rapporto costante tra l’abito e il corpo che lo abita, un corpo che non deve avere più canoni ne misure, perché la bellezza è, come scriveva Eco, politeistica. 

Una creativa a tutto tondo Denise Bonapace, che non guarda l’orologio, non segue trend e nemmeno scadenze, per questo le sue creazioni non sono mai fuori moda. Il suo sito è insieme una galleria d’arte e un diario personale pieno di pieghe e angoli nascosti. Finestre, armadi e corridoi, una casa appunto. Come le tasche degli abiti in cui ci invita a curiosare. I titoli delle sue numerose istallazioni raccontano già storie, quasi racconti fantastici dentro cui ciascuno si crea il proprio finale. E lo stesso accade per le sue creazioni, gli abiti trasformabili, che si adattano cioè alle esigenze di chi li indossa. Mai viceversa.

Il divenire è dunque alla base della filosofia artistica di Denise, che attraverso gli abiti parla. In maniera molto creativa. Vedi ad esempio la collezione di guanti ‘Mancanti’ o i tessuti che prendono vita assieme al corpo diventando bluse, casacche, abiti, cappelli. ‘Àmano’, ‘Àcapo’, ‘Il quadrato’. Gioca sulle forme e dà consigli d’uso, senza però dare ordini. Con un cappello ad esempio ci si può avvolgere le spalle. 

La curiosità però non ruba spazio all’utilità, perché i capi creati da Denise sono sì forme d’arte ma rimangono al servizio della persona nella sua totalità, corpo e anima e nel suo rapporto con lo spazio circostante. E solo su questa strada la moda può avere un futuro, sostenibile.

                                                                        Novella Di Paolo

PS: è un caso piacevole che questo articolo segua la recensione del libro ‘Ri-vestire’ di Cristiano Toraldo di Francia in cui si parla dell’abito che si fa dimora e che si plasma sul corpo e in base alle sue necessità.

‘Ri-vestire’: strategie rivoluzionarie intorno alla ri-costruzione dell’abito

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Libro Ri-vestire di Toraldo di Francia

Se l’abito è architettura perché deve rappresentarci ma insieme coprirci, allora l’architetto può essere visto come un designer. Ma se quell’architetto è Cristiano Toraldo di Francia, allora il progetto, che sia un edificio o un abito, si forma e acquista valore o, addirittura, esiste, dal momento in cui esso viene abitato. Non è un caso che Toraldo di Francia abbia sempre avuto un debole per Roland Barthes che infatti parlava del vestito come di “ciò attraverso cui il corpo diviene portatore di segni”, portando avanti la creatività sperimentale del Superstudio, da lui stesso fondato nel 1966, nel ripensare il design e l’architettura in modo radicale.

Architetto radicale, dunque, Cristiano Toraldo di Francia esce in questi giorni con un libro edito da Quodlibet Studio Design, che è anche una sorta di autobiografia ricca di immagini legate sì all’esperienza del Superstudio ma soprattutto a ‘Ri-vestire’, titolo del testo (sottotitolato ‘Vestire il pianeta/vestire un corpo: dalla Supersuperficie al Librabito’) e nome del corso-laboratorio che l’architetto tiene all’interno del corso di laurea in Disegno Industriale e Ambientale della Scuola di Architettura e Disegno Industriale dell’Università di Camerino (Unicam), nelle Marche (che è anche la regione di eco-à-porter!). E ‘Ri-vestire’ è proprio il motivo per cui oggi occupa, anzi, abita, la pagina del blog.

Copertina di ‘Ri-vestire’ di Cristiano Toraldo di Francia Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

Dal 2011 Toraldo di Francia si interessa al sistema della moda e a come esso rientri in pieno nell’economia dei consumi e ‘nel ciclo del continuo cambiamento dei modelli’ e per un radicale come lui il passaggio al cercare e sperimentare strategie (critiche) legate al sistema produzione-consumo è spontaneo. All’interno di ‘Ri-vestire’ quindi, insieme ai suoi studenti, mette in pratica destrutturazioni, contaminazioni, riciclo e riuso, ‘tenendo presente l’importanza nell’era del virtuale del recupero del ‘fare bene’ manuale’, favorito in questo caso dal tipico know-how marchigiano, ricco di una tradizione che dall’attività delle filande arriva fino all’artigianato dell’abito.

L’abito, come gli oggetti ri-pensati ai tempi del Superstudio, svela il proprio senso nel momento in cui viene utilizzato, indossato, diventa cioè uno ‘spazio abitato’ e i tessuti utilizzati per crearlo diventano ‘materiale di base, punto di partenza dell’idea progettuale’. Il corso ‘Ri-vestire’ dà così il via a una serie di esercizi progettuali-creativi che si muovono in più territori, dalle arti all’architettura, dal design alla messa in scena di vere e proprie performance ed eventi con al centro il corpo umano e il suo comfort. La sostenibilità dei materiali impiegati (dal riciclo allo smaltimento), la decostruzione dell’abito, la libertà di interpretazione da parte di chi lo indossa e il fai da te sono alcune delle regole della sperimentazione.

Ecco nascere quindi tutta una serie di storie legate alla costruzione-decostruzione dell’abito sul corpo di chi lo indossa, che a loro volta fanno scaturire passioni, desideri, emozioni. Come quelli legati a ‘Speed Former’, relazione di tesi di Chiara Tripodi, che ha realizzato uno zaino/gilet con ritagli di tessuti di scarto provenienti da Trame, una piccola azienda artigianale di Corropoli, comune del teramano, che trasforma e lavora i tessuti attraverso vari tipi di tecniche tra cui la trapuntatura, come quella con l’ovatta. Chiara ha realizzato il suo prodotto partendo da un cartamodello per creare la sagoma dello zaino/gilet, poi ha unito a patchwork i tessuti a sua disposizione servendosi di tre cerniere per chiudere lo zaino e la parte anteriore del gilet e di alcuni rivetti per una parte del collo. Il prodotto è scomponibile in due moduli trasformabili: uno zaino ed un cappuccio che diventano rispettivamente un gilet e una borsa a sacco.

‘Abito quotidiano’ vuole mettere in primo piano quella capacità manuale estromessa dal digitale, utilizzando un materiale solitamente estraneo al mondo tessile: la carta di giornale, in particolare dei quotidiani. ‘La non applicabilità della meccanica della cucitura ma solo dell’uso di nastri di carta gommati diventa esercizio per piegature e intrecci complessi, spesso usati in vere e proprie sculture indossabili, realizzate con il supporto di fili metallici’. Qui Toraldo di Francia ricorda che in generale il cartamodello viene sempre realizzato con la carta velina e che anche nel suo mestiere di architetto ha sempre privilegiato questo tipo di carta come supporto di schizzi di dettagli o di design di grandi dimensioni. Inoltre, in fatto di recupero, la carta è frutto di una lavorazione che utilizza il riciclo degli stracci di tessuti di lino e canapa.

 

‘Abito quotidiano’ Photo:
courtesy of Quodlibet edizioni

 

‘Tre giacche’ Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

‘Tre giacche’ nasce da un dono di 140 giacche un po’ datate ma con stoffe attuali; consegnate a ogni studente tre giacche tre, ognuno ha il compito di smontarle e riassemblarle ottenendo un abito completo; ecco che c’è chi rovescia la fodera all’esterno e chi porta le maniche verso le gambe creando dei pantaloni. E in questo caso è impossibile non pensare alle destrutturazioni firmate Martin Margiela, ora diventato Maison Margiela.

‘Soprabito’ Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

Ancora riciclo, questa volta per la realizzazione di un ‘Soprabito’; qui Toraldo di Francia fa un piacevole flashback sulla propria infanzia quando nel 1952, seguendo il padre che va a insegnare all’Eastman Kodak University nella città di Rochester, Stati Uniti, arriva a scuola con il suo cappotto ricavato da un altro appartenuto al nonno e si accorge che i compagni portano giacche a vento e berretti col pelo. A ogni Paese il proprio stile. Comunque tornando al cappotto, è interessante la riflessione sul fatto che è, in fondo, una striscia (abbondante) di tessuto che ‘annulla la divisione verticale del corpo sopra e sotto il bacino’ mettendo in secondo piano ‘la divisione tipologica, tanto funzionale al mercato, tra abiti del busto e abiti delle gambe’. L’esercizio progettuale del ‘Soprabito’ entra nello specifico della costruzione dell’abito, con il riciclo di fine pezza forniti da tre diverse aziende, spesso modellati direttamente sul corpo. E torna il discorso sull’abito che si fa portatore di significati plasmando il corpo che lo indossa e mettendolo in discussione alterandone simmetrie e proporzioni come fanno i designer giapponesi che danno all’abbigliamento un valore meta-stilistico, di maschera, di fuga dalla ‘perfezione patinata’.

‘Librabito’ Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

Gli esercizi progettuali di Toraldo di Francia e dei suoi studenti non possono che culminare con il ‘Librabito’, costruito e illustrato partendo da testi di letteratura, filosofia, architettura donati dalla stessa casa editrice Quodlibet e applicati a una tuta di Tyvek, tessuto non tessuto simile alla carta facilmente tagliabile ma difficilmente strappabile, ‘efficace protezione dalle polveri sottili – scrive Toraldo di Francia – ma non dai pensieri’.

Radicale nell’architettura, Cristiano Toraldo di Francia si fa radicale anche nel fashion design, scardinando quel principio di omologazione a un unico grande mercato cui ormai, dagli anni ’60 ad oggi (e oggi più di allora), sembra asservirsi il mondo. E lo fa ricorrendo a quei principi del riciclo, del riuso, del vintage, della manualità creativa che diventano strumenti critici e, sì, a questo punto si può dire, rivoluzionari. Per il pianeta, l’ambiente, la moda e per noi stessi.

Osklen, dal Brasile sostenibilità deluxe

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Ipanema Beach - Rio De Janeiro

L‘eco-moda ha tante sfaccettature, lo stiamo vedendo dai marchi presentati qui, lo stiamo capendo dalle parole di coloro che la moda etica la seguono da una vita, come la giornalista inglese Sass Brown di cui è uscita l’intervista pochi giorni fa; c’è il riciclo, il riuso, l’upcycling, il vintage, ci sono le tradizioni locali, l’handmade, brand di nicchia, catene che cercano di praticare una politica sostenibile e luxury brand che, appunto, appartengono alla fascia alta ma che hanno fatto della sostenibilità il proprio codice stilistico, come ad esempio Stella McCartney, a cui ho dedicato un pezzo.

Oggi voglio parlare di Osklen, marchio brasiliano deluxe che ho scoperto anni fa seguendo la São Paulo Fashion Week; fondato nel 1989 da Oskar Metsavaht, medico-surfista carioca specializzato in medicina dello sport la cui preparazione ha poi influenzato il pensiero e lo stile alla base del suo marchio, Osklen può essere considerato uno dei primi brand di lusso che promuove la sostenibilità e se ne fa portavoce, non solo all’interno delle collezioni che realizza con successo da anni ma anche in vari progetti a tema, tra cui E-brigade, un movimento che mira a sensibilizzare e diffondere informazioni ambientali, trasformando così i concetti in atteggiamenti. E-brigade fa a sua volta parte dell’Instituto e che sviluppa progetti come quello sugli e-fabrics: in collaborazione con altre aziende, istituzioni e centri di ricerca, il progetto identifica tessuti e materiali sviluppati sulla base di criteri socio-ambientali, come la iuta amazzonica, il lattice, il cotone biologico che Metsavaht acquista direttamente dalle popolazioni indigene. Un’immersione ‘creativa’ nella tribù Ashaninka, che vive nello Stato brasiliano dell’Acre, ha ispirato a Metsavaht, qualche stagione fa, una collezione dedicata proprio alla cultura e all’estetica di quella comunità indigena.

Oskar Metsavaht

Per il suo impegno ambientale su più fronti, nel 2012 Metsavaht è intervenuto anche come rappresentante ufficiale dell’UNESCO a Rio +20 e in quell’occasione il suo Instituto-e ha progettato l’e-Prize, premio ufficiale per la sostenibilità dato ad alcune delle più importanti iniziative sviluppate a partire da Il Summit della Terra, la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente tenutasi proprio a Rio de Janeiro nel 1992.

Perché, vi chiederete, tutte queste informazioni sul designer e non sul brand? Perché parlare di Oskar Metsavaht, di quello che è e che fa è il modo migliore per conoscere Osklen e la sua estetica e insieme capire i motivi della sua unicità che l’ha reso uno dei marchi brasiliani più importanti in tutto il mondo, per esempio ci sono delle boutique anche in Italia, a Roma e a Milano.

Osklen rispecchia in toto la filosofia del suo fondatore; la conoscenza del corpo umano derivante dagli studi medici ha permesso a Metsavaht di creare un’estetica quasi tecnorganica, che rende il corpo simile ad un involucro rivestito di materiali organici, alcuni citati sopra, pieni però di appeal grazie a forme pulite e ispirazioni decorative e cromatiche legate al lifestyle brasiliano, alla sua natura, ai suoi paesaggi.

L’arte, che è un’altra passione del designer insieme a fotografia e regia, influenza spesso le collezioni di Osklen, come la capsule collection della prossima estate, ispirata all’artista brasiliana degli anni ’20/’30 Tarsila do Amaral, che con la propria anima visionaria ha esplorato la diversità etnica e culturale del proprio Paese in modo personale, sapendola però contemporaneamente inserire nell’estetica del movimento modernista europeo. La collezione è infatti ricca dei dipinti e degli schizzi dell’artista, vividi e colorati ma anche grezzi, che giganteggiano su abiti e gonne fluidi; nei 20 modelli proposti ci sono anche look in tinta unita, tra cui rosso acceso, il colore preferito della pittrice. Questa collezione sarà distribuita a New York da febbraio in concomitanza con una mostra su Tarsila al MoMA.


Osklen 2018 S/S collection

Osklen 2018 S/S collection Photo: courtesy of Osklen

Uno stile “minimalista con un accento sofisticato-tropicale“, come l’ha definito lo stesso Metsavaht, che caratterizza anche beachwear e swimwear, altra specializzazione del brand ma sarebbe strano il contrario, parlando di un marchio made in Rio de Janeiro! Detto questo parrebbe di aver detto tutto, invece no, è solo un assaggio perché la vita e gli interessi di Oskar Metsavaht sono davvero infiniti, così come i suoi impegni per l’ambiente e la sostenibilità che sono il punto centrale della sua filosofia di vita, poi applicata anche al marchio.


Abaporu, 1928 – Tarsila Do Amaral Uno dei dipinti presente nella collezione di Osklen

Fashion Revolution: we are the people

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From Fashion Revolution Fanzine

“Siamo la ‘Fashion Revolution’. Siamo persone che da tutto il mondo fanno funzionare l’industria della moda. Siamo persone che indossano vestiti. E siamo le persone che li fanno. Siamo designer, accademici, scrittori, imprenditori, politici, marchi, rivenditori, distributori, produttori, creatori, lavoratori e amanti della moda. Siamo l’industria e siamo il pubblico. Siamo cittadini del mondo. Siamo voi”.

From Fashion Revolution IG account

Questa è le bella presentazione che si legge sul sito di Fashion Revolution, il movimento globale nato all’indomani della tragedia del Rana Plaza; di Fashion Revolution ho parlato in diversi miei post e torno a parlarne con piacere, non solo perché è fonte di continue ed interessanti notizie sul mondo della moda sostenibile ma anche perché edita la fanzine omonima (che ho ordinato, quindi presto ve la illustrerò di persona) in edizione limitata che illustra le storie che si nascondono dietro alla produzione dei vestiti, esplorando temi come trasparenza, sostenibilità, diseguaglianza ed etica nell’industria della moda.

Fashion Revolution #2Fanzine Cover

È nel secondo numero della fanzine ‘Loved Clothes Last’ che si trova, tra le altre cose, un’interessante lista di sei azioni che rispondono alla domanda: “Cosa dovrebbero fare i governi per affrontare il problema degli scarti dell’industria della moda?”, redatta da Sarah Ditty, a capo della policy di Fashion Revolution. Ecco le risposte:

  1. Rendere più facile alle persone il riuso e la riparazione di abiti e scarpe;
  2. Facilitargli anche il riciclo di abiti usati e tessuti;
  3. Fornire alle persone maggiori informazioni sul riuso, la riparazione e il riciclo di abiti usati e tessuti;
  4. Far passare la legge sulla responsabilità estesa del produttore in modo che le imprese siano responsabili dei rifiuti tessili che creano;
  5. Aumentare le tasse sull’utilizzo di materiali vergini e le sanzioni per la produzione di rifiuti tessili, diminuirle per l’uso di materiali di riciclo e per il riciclo di abiti e tessuti;
  6. Investire nella ricerca, in infrastrutture e innovazione per ridurre gli scarti tessili e dell’abbigliamento e per costruire un’economia circolare.

From Fashion Revolution #2Fanzine – ‘Loved Clothes Last’

Azioni virtuose, non c’è dubbio. Me lo chiedo spesso quando mi capita di andare nei centri commerciali: dove finirà tutto quell’invenduto, che percorsi farà, quale il suo destino e quante volte verranno indossati gli abiti acquistati, che fine faranno anche loro una volta scartati? Perché si sa, come è emerso dai rapporti delle organizzazioni del settore, come quello di Humana People to People Italia, che se il cittadino decide ad esempio di deporre gli abiti negli appositi cassonetti, “si mette in moto una filiera complessa che dovrebbe avere come obiettivo il recupero e il riciclo degli indumenti”, ma che in molti casi finisce per alimentare traffici illeciti. E ciò succede proprio a causa di una legislazione non chiara che non considera tra i requisiti indispensabili nei bandi di gara per la gestione del materiale raccolto il criterio di trasparenza ovvero non viene richiesto per esempio un certificato antimafia, né chiarimenti su che fine faranno gli abiti usati. E questa è solo la punta dell’iceberg e sto comunque parlando, in questo caso, del nostro Paese e di un solo passaggio della filiera produttiva, quello finale che riguarda lo smaltimento degli abiti usati. Quindi c’è da tornare per forza sull’argomento.

Intanto sappiamo che Fashion Revolution è una realtà che cerca di dare risposte concrete alle problematiche citate sopra, che è un movimento che coinvolge cittadini e gruppi di tanti Paesi del mondo e che tutti noi siamo e saremo continuamente chiamati a chiedere e a rispondere alla domanda “who made my clothes”.

 

 

 

 

Dall’albero al tessuto: la rivoluzione lignea(h) di Ood

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Ood-Italy purse

Vestirsi di legno e profumare di albero. Una fantasia un po’ fanciullesca che sa di Libro della Giungla e di saghe nordiche. Romantico, senz’altro, ma un tantino selvaggio, direte voi.

Eppure da qualche anno si può; non solo vestirsi, di legno, ma rivestirci anche auto e mobili. Grazie ad un progetto tutto italiano nato da due teste, quelle di Marcello e di Marta Antonelli, padre e figlia; designer di moda lei, ex dirigente di un’azienda tessile lui, sono riusciti, nel 2011, dopo anni di ricerche, a brevettare un metodo di lavorazione che rende il legno malleabile, morbido e sottilissimo come un tessuto. Un prodotto tanto naturale quanto innovativo ribattezzato Ligneah® che è già al quarto posto nella lista dei materiali impiegati per la produzione tessile e che ha dato il nome al brand sostenibile che, dopo l’ultimo restyling del 2014, è cambiato in Ood.

Ligneah® – il tessuto ottenuto dalla lavorazione del legno

Una sfida di cervello dunque, partita però dal cuore. L’idea di base era infatti, come racconta Marta, trovare un sostituto ecologico e sostenibile alla pelle, che rispettasse l’ambiente e non sfruttasse gli animali. E stando alla gamma di prodotti e tipologie offerta nello shop online di Ood non ci sono dubbi: ce l’hanno fatta. Selezionati e originali gli accessori, bracciali, portachiavi, borse e pochette caratterizzati da linee essenziali, futuristiche ed eleganti, per i quali si può scegliere tra essenze diverse, che non sono profumi ma tipi di alberi e texture ispirate in tutto e per tutto alle tipologie di pelle animale. Serpente, coccodrillo, pesce. Cui non hanno niente da invidiare. Per fortuna, aggiungerei.

Braccialetti Ood_Italy

La rivoluzione a quanto pare è solo agli inizi. Ligneah infatti è un marchio brevettato che Marta e Marcello offrono a tutte le aziende di moda e di design interessate a una politica commerciale che sia però anche sostenibile. Le applicazioni sarebbero molteplici: dall’arredamento all’automobile alla pelletteria. Una novità completamente naturale e pure molto efficiente dal punto di vista produttivo. Da un singolo albero, infatti, si ricavano 400 metri quadrati di impiallacciatura, cioè di materiale lavorabile. La pelle di un vitello, tanto per capirci, ne misura circa 3,5. Quella di un coccodrillo 4, di un pitone 2,5.

Ligneah® – Il tessuto richiama le foglie dell’edera

Numeri impressionanti che però non illustrano il vero vantaggio di una conversione ecologica. “A parer mio– sottolinea Marcello-dire che con un albero si realizzano 400 accessori e che con un coccodrillo se ne realizzano 20, con un vitello 25, con un pitone 10, non ha senso. L’aspetto importante è capire che il consumismo può causare danni e che la discriminante la fa l’impatto ambientale”. Al di là di un’analisi prettamente economica. “Noi– continua Marcello- abbiamo scelto il circolo virtuoso dell’economia circolare, del recupero e dell’impatto zero”.

L’uso delle foreste circolari, gestite cioè in modo sostenibile, obbligatorie da qualche anno per la produzione di legname, assicura la certificazione della materia prima, che viene costantemente rinnovata in modo da non creare squilibri, né ecologici, né di mercato. Grazie ad un accordo con Tree Nation, inoltre, per ogni prodotto venduto da Ood, si pianta un albero in Africa.

L’unico dubbio che rimane è quello sulla lavorazione. L’inghippo potrebbe essere lì: chimica. E invece no. Il procedimento è esclusivamente meccanico. Ve la faccio breve: il legno, attaccato a del cotone, viene rigato in modo fitto e sottile, tanto da creare una serie infinita di minuscoli solchi che lo rendono estremamente duttile. Il processo si conclude con una sorta di bagno in una miscela, ecologica pure questa, ignifuga.

Borsa Ood_Italy

Certo la gamma di abbigliamento è ancora agli inizi, ma le premesse lasciano ben sperare. Noi li teniamo d’occhio.

Novella Di Paolo

CamminaLeggero: “raro cade chi ben cammina”!

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vegan biker boots

Come primo marchio del 2018 scelgo un brand italiano di calzature e non è un caso; la scarpa intesa come sinonimo di cammino mi sembra un’ottima metafora per cominciare l’anno nuovo e CamminaLeggero questa idea se la porta scritta nel nome, insieme al concetto di leggerezza che, secondo una citazione di Italo Calvino riportata nel sito del marchio, è da associare alla ‘precisione e alla determinazione’.

black mary jane CamminaLeggero – vegan shoes

Ecco cosa c’è alla base del progetto di CamminaLeggero, nato a Pavia nel 2011 dalla mente vegana di Carolina Pini, anima riflessiva, amante delle forme pulite, minimali, del nero e delle edizioni limitate “che nella cura dei dettagli si allontanano dalla serialità”. Ma la caratteristica fondamentale del marchio è il suo essere cruelty-free, quindi estraneo a pelle, cuoio e qualsiasi altro materiale di origine animale e ‘a km 0’ ovvero progettato e realizzato interamente nel Nord Italia da manodopera artigiana del settore.

 Il desiderio di evitare l’utilizzo di materiali che comportino in qualche modo la sofferenza degli animali si unisce alla sensibilità ambientale e ad una produzione che privilegia la qualità piuttosto che la quantità;
CamminaLeggero materials

il materiale utilizzato per le tomaie è una microfibra di ultima generazione particolarmente resistente e insieme leggera, che in base al modello della scarpa può essere similpelle o similcamoscio. Il tessuto è invece di provenienza Fair Trade, il jeans è riciclato, mentre le suole sono VIBRAM® in gomma espansa, dotate di elasticità, resistenza al consumo e allo scivolamento. In alcuni modelli la Vibram® è sostituita dalla suola in pneumatico riciclato lavorata artigianalmente, che forse fa acquistare alla scarpa un po’ più di pesantezza ma che, come leggo nel blog di CamminaLeggero, ripaga in termini di “leggerezza rispetto al peso ambientale che la produzione di una suola nuova comporta per dispendio energetico e inquinamento”.

I modelli, concepiti per uomo, donna e bambino, prediligono forme lineari che vanno dalla mary jane alla sneaker, dal desert boot all’anfibio al sandalo e tonalità classiche come nero e marrone, ma anche cromie accese come rosso e giallo, un modo per andare incontro a gusti ed esigenze differenti.

CamminaLeggero produce anche una linea di accessori, sempre in edizione limitata e con gli stessi principi delle calzature ovvero la ricerca incessante di alternative sostenibili, “un modo nuovo di pensare ciò che indossiamo e mangiamo in un’ottica di sostenibilità e responsabilità”.

 

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