16 / Gennaio / 2019

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‘Loved Clothes Last’: la fanzine #2 di Fashion Revolution è come una storia d’amore

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'Clothes worth wearing are worth repairing' - courtesy of fashionrevolution.org

Finalmente ho ricevuto anche il secondo numero, intendo la Fanzine #2 di Fashion Revolution! Era in pre-ordine e l’attendevo con impazienza ma l’attesa è stata ripagata da 122 pagine, sempre su carta riciclata, che propongono in modo creativo con illustrazioni, foto originali, poesie e tanto altro, possibilità e idee per prolungare la vita dei nostri abiti. ‘Loved Clothes Last’ è infatti il titolo della rivista e suona davvero come una dichiarazione d’amore verso quei vestiti che durano una vita perché di ottimi materiale e finiture o perché li abbiamo riparati un sacco di volte o perché li abbiamo trasformati in qualcosa d’altro, ancora più unico e prezioso. Perché i modi per non sprecare, per non buttare sono infiniti e a volte hanno a che fare soltanto con piccoli accorgimenti, come ricucire un bottone staccato o rispettare il tipo di lavaggio, quindi saper leggere correttamente le etichette.


Copertina della Fanzine #2 di Fashion Revolution – courtesy of fashionrevolution.org


Dopo una prefazione di Orsola de Castro, co-fondatrice di Fashion Revolution, che termina con un’intelligente citazione di Joan Crawford che dice: “Cura i tuoi abiti, come i buoni amici che sono”, seguono una serie di articoli che trattano il tema dello spreco, del riciclo e del consumo da diversi punti di vista, come quello storico di Jake Hall, che parla della mitica figura del “rag-and-bone man” (letteralmente l’uomo straccio e ossa) che, nell’800, girava le strade delle città europee raccogliendo appunto ‘rifiuti tessili’ in un sacco sulle spalle. Importante poi, sempre nell’800, la figura dello scozzese Benjamin Law che ottiene un tessuto ‘rigenerato’ ibrido unendo lana e stracci. Non mancano poi esempi di come, in diverse culture, si cerchino di ridurre gli sprechi tessili creando abiti ex-novo che diventano simboli della cultura stessa come il kimono, realizzato tramite il riassemblaggio di pezzi di tessuto ricuciti a mano.

Christina Dean, fondatrice di Redress, ONG ambientale che lavora per ridurre gli sprechi nell’industria della moda, racconta invece di cosa accade ai vestiti invenduti: finiscono super-scontati negli outlet ma, certo, anche il super-sconto non è garanzia di vendita ooppure vengono venduti con etichetta staccata (beh, basta andare anche al mercato locale per trovare intere bancarelle che vendono abiti nuovi, magari cartellinati ma senza l’etichetta!) e finiscono magari in altri continenti come l’Australia o, ancora, vengono donati ad associazioni come la nostra Caritas. E poi c’è l’alternativa meno piacevole da ammettere per i brand ovvero la distruzione tramite inceneritore.

C’è poi una bella poesia di Hollie McNish riprodotta su un fotogramma tratto dal cortometraggio ‘Loved Clothes Last’ prodotto da Fashion Revolution, l’immagine parla da sola ed è anche molto inquietante:


Dal film ‘Loved Clothes Last’ + poesia di Hollie McNish – courtesy of fashionrevolution.org


Ci sono le tecniche per rivedere il proprio guardaroba e i consigli per evitare di comprare nuovi vestiti, per esempio ricorrendo al vintage o all’usato o allo scambio con gli amici o ancora al noleggio.
Tutorial per riattaccare un bottone di Zoe Robinson e Nina Chakrabarti – courtesy of fashionrevolution.org

E sembra un vero e proprio manuale d’istruzioni d’uso quando t’imbatti nei consigli per smacchiare i tessuti o per capire se un capo è ben rifinito o per decifrare l’etichetta del lavaggio (cosa che anch’io, ancora adesso, fatico a fare, lo ammetto!) o per riattaccare quel famoso bottone di cui parlavo sopra.

Sass Brown consiglia poi sette brand da tenere d’occhio per il loro impegno nel riuso di materiali recuperati tra i più diversi: dalle reti da pesca del marchio spagnolo Ecoalf agli airbag del sud-coreano Recode ai materiali da imballaggio dell’inglese Bethany Williams, pare una gara a chi ha più fantasia e va bene così, anzi, così dovrebbe essere!

Ma la mia parte preferita è quella dedicata alla ‘Clothing Love Story’, cioè l’amore infinito per un capo che non abbiamo mai lasciato e mai lasceremmo; Anissa parla della sua t-shirt dicendo “la prima volta che ti ho visto ti ho voluto … non so da dove vieni ma so dove stai andando: con me il più a lungo possibile“, Scarlett dice delle sue infradito che ha dall’età di 6 anni “vorrei che i miei piedi fossero ancora dello stesso numero poter ‘ciabattare’ ancora in giro con voi“. Meraviglioso, vero? E voi ce l’avete una love story con un abito? Perché non me la raccontate?


‘What’s your clothing loves tory?’ – courtesy of fashionrevolution.org


Della fanzine ‘Loved Clothes Last’ non vi rivelo altro. Merita scoprirla sfogliandola.

‘The True Cost’, il vero costo della fast fashion

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Shima Akhter, operaia tessile, con la figlia Nadia - courtesy of The True Cost movie

“Questo film parla di vestiti. Dei vestiti che indossiamo, delle persone che li realizzano e dell’impatto sul nostro pianeta. E’ una storia di avidità e paura, potere e povertà. E’ complessa perché coinvolge tutto il mondo ma è anche semplice, mostra semplicemente quanto siamo legati a tante mani e a tanti cuori dietro ai nostri vestiti”. Si apre con queste parole ‘The True Cost’, il documentario di Andrew Morgan che indaga e mostra il costo reale dei tanti capi di abbigliamento che stanno appesi nel nostro guardaroba e delle tante scarpe che collezioniamo nelle nostre scarpiere e che spesso e volentieri accumuliamo fino alla nausea senza una vera utilità, visto che poi finiamo per mettere sempre le stesse cose, quelle con cui ci sentiamo meglio.

‘The True Cost’ locandina – courtesy of truecostmovie.com

‘The True Cost’ è uscito nel 2015 ma mi sembra una buona idea ritirarlo fuori e riparlarne, non solo perché è una pellicola quanto mai attuale ma anche e soprattutto perché in questa settimana della Fashion Revolution ricorre il quinto anniversario della tragedia di Rana Plaza e il documentario è un chiaro atto di accusa contro le cause che si nascondono dietro a quel crollo in cui morirono 1138 persone, tutti operai tessili sfruttati dall’industria della moda occidentale, in particolare della cosiddetta ‘fast fashion’.

Guardare ‘The True Cost’ è un bel pugno nello stomaco perché ci sbatte in faccia la nostra avidità di consumatori compulsivi e continuamente insoddisfatti, il nostro far parte di una società basata sul profitto e sull’”interesse aziendale”, la nostra incontrollabile sete di possesso di beni materiali a poco prezzo, che acquistiamo solo perché rappresentano un ottimo affare, per il basso costo. E non pensiamo invece che quel costo, il vero costo di quell’abito o di quel paio di jeans o di quelle decolleté è pari al sudore, alla fatica e al sangue di un essere umano come noi nato però dalla parte ‘sbagliata’ del globo, quella più povera ed emarginata. Come il Bangladesh, dove appunto è avvenuta la tragedia di Rana Plaza e dove Andrew Morgan segue e intervista Shima Akhter, operaia tessile di 23 anni costretta a lasciare la propria bambina ai genitori presso il villaggio natio dove torna una/due volte l’anno. Shima lavora a Dhaka, si commuove teneramente quando parla della figlia ma piange di rabbia e di dolore quando ricorda la strage di Rana Plaza e dice “non voglio che qualcuno indossi qualcosa che è stato prodotto con il nostro sangue”.


Shima Akhter – courtesy of The True Cost movie

Il Bangladesh è il secondo esportatore più grande di abbigliamento dopo la Cina ed è scelto dalle grandi catene occidentali perché la produzione ha un costo praticamente nullo, i sindacati hanno un potere limitato, ostacolati come sono dal governo locale che ha il proprio tornaconto nello sfruttamento della manodopera. E così gli operai o meglio le operaie, perché l’85% sono donne e spesso purtroppo anche bambini, sono costrette a subire cucendo in silenzio, magari con il figlio neonato o poco più che dorme su un telo per terra accanto a loro perché non sanno dove lasciarlo.


Un’operaia tessile con il proprio bambino steso a terra – courtesy of The True Cost movie

Le proteste sono sedate con la violenza e anche con il sangue come racconta Shima, a capo di un sindacato tramite cui ha presentato alcune richieste ai manager della fabbrica; la risposta sono state botte violente con sedie, bastoni, bilance, forbici, calci e pugni all’addome, teste sbattute contro il muro. O come è successo a Phnom Penh, in Cambogia, nel 2014, quando la polizia ha soffocato nel sangue gli scioperi degli operai tessili che chiedevano un aumento del salario che era di 80$ al mese. Anche lì, quattro morti e numerosi feriti.

Un contadino utilizza fertilizzante sul raccolto – courtesy of The True Cost movie

Ma il documentario di Andrew Morgan tocca anche la questione altrettanto spinosa dell’agricoltura intensiva, della “terra trattata come una fabbrica”, di come il settore agricolo, per stare al passo con l’industria della ‘fast fashion’ che va sempre più veloce con ben 52 stagioni all’anno invece delle classiche due, riprogetti l’intero ciclo di produzione, come capita ad esempio con la pianta del cotone. Nel Punjab, considerato il ‘granaio dell’India’, gli agricoltori si indebitano per comprare le sementi e poi i pesticidi che tengano lontano i parassiti: “la tragedia delle sostanze chimiche, che siano fertilizzanti o pesticidi – dice l’ambientalista Vandana Shiva – è che sono ciò che è stato definito come narcotico ecologico ovvero che più li usi più hai bisogno di usarli. Per un po’ il raccolto aumenta e poi inizia a diminuire perché hai contaminato il suolo”. E alla fine il contadino, indebitato fino al collo, perderà la propria terra e si toglierà la vita bevendo quello stesso pesticida che ha ucciso il suo raccolto. Negli ultimi 16 anni sono stati registrati più di 250.000 suicidi di contadini in India, la maggiore ondata di suicidi registrata nella storia. Per non parlare degli effetti di queste sostanze chimiche sulla salute; studi approfonditi hanno dimostrato l’aumento di difetti congeniti, di tumori e malattie mentali nella regione.

Inquinamento da conceria – courtesy of The True Cost movie

A Kanpur ci sono invece le fabbriche che lavorano il cuoio, responsabili dell’inquinamento del Gange, il fiume sacro; ogni giorno più di 50 milioni di litri di acque reflue tossiche defluiscono dalle concerie locali, sostanze chimiche pesanti come il cromo 6 finiscono persino nell’acqua potabile. L’ambiente locale è contaminato, il suolo è contaminato.

Pugni nello stomaco, l’avevo detto. Ma il documentario dà anche una speranza, rappresentata da quelle persone che credono nella possibilità del cambiamento e in un approccio gentile e sostenibile, come Safia Minney, fondatrice del marchio fair trade People Tree. Premiata come Outstanding Social Entrepreneur dal World Economic Forum, Safia si dice sicura di un cambiamento profondo che toccherà i prossimi dieci anni e che il commercio equo è la risposta per correggere l’ingiustizia sociale. Intanto continua ad occuparsi del suo marchio etico che, collezione dopo collezione, dà occupazione e opportunità alle comunità e alle persone più emarginate, dal Nepal al Perù, dall’India al Bangladesh, coinvolgendole in ogni singolo passaggio della filiera produttiva di un capo. Anche LaRhea Pepper, produttrice texana di cotone, si dice fermamente convinta che le cose debbano e possano cambiare; dopo la morte del marito avvenuta a soli 50 anni per un tumore al cervello provocato dall’uso delle sostanze chimiche nell’agricoltura, LaRhea ha deciso che cambiare tipo di coltivazione era fondamentale, fondamentale nei confronti del pianeta in cui viviamo e dei nostri figli. E da allora si è convertita al cotone biologico.

Quanto mai attuale, ‘The True Cost’ invita davvero a una riflessione profonda sul nostro stile di vita, sui nostri desideri più inconsci e sui motivi per cui tutti noi, in fondo, cerchiamo la felicità nel consumo delle cose.

Consiglio la visione a chi non avesse ancora avuto modo. Qui sotto il trailer:

C&A, il cuore della grande distribuzione

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C&A logo

A chi è andato in Germania, Austria o nei Paesi Bassi, sarà forse capitato di entrare o almeno di imbattersi, nelle vie centrali dello shopping delle grandi città, nella catena di abbigliamento olandese C&A, da Clemens e August Brenninkmeijer, i due fratelli che la fondarono nel lontano 1841. Io l’ho conosciuta a Vienna e fino a qualche tempo fa l’ho sempre considerata, né più né meno, come altre catene della grande distribuzione che si trovano in quantità, soprattutto nei Paesi nordeuropei, offerta vasta e variegata e piani su piani di scale mobili, dove alla fine non sai più cosa cerchi realmente, magari ti ci perdi e ne esci esausta.

C&A Mannheim – courtesy of 4028mdk09


Invece C&A mi ha riservato delle sorprese positive fatte facendo ricerche per il blog, soprattutto per articoli che riguardavano concorsi e premi per il design e le innovazioni sostenibili o per la stessa Fashion Revolution di cui, a breve, si festeggia la settimana.

Innanzitutto essere sul mercato da più di 170 anni non è male, nella storia del brand leggo che i legami con l’industria tessile risalgono almeno al XVII secolo, quindi non solo radici antiche ma anche un aspetto pionieristico che per un’attività commerciale significa esperienza e capacità di affrontare cambiamenti epocali come sono stati quelli che hanno caratterizzato questi ultimi due secoli. Ma ciò che più importa è che il concetto di sostenibilità è parte integrante della visione di C&A, concetto che viene portato avanti dalla C&A Foundation, fondata nel 2011 dopo l’Instituto C&A nel 1991 in Brasile e la Fundación C&A Mexico nel 1999. La fondazione opera a stretto contatto con l’azienda su più fronti che vanno dall’utilizzo di materiali e processi più sostenibili rispetto alle tecniche di produzione convenzionali al sostegno a start-up innovative, come Fashion for Good, dalla tutela dei lavoratori a quella degli animali (angora e pelliccia bandite già da anni) al supporto al lavoro femminile con campagne ad hoc come ‘Inspiring Women’, che riconosce alle donne di essere la forza che guida l’industria dell’abbigliamento e il brand stesso: l’80% delle dipendenti di C&A sono infatti donne, come anche quelle che lavorano nella catena di approvvigionamento.

C&A organic cotton t-shirts courtesy of C&A

In cima alla lista dei materiali sostenibili più utilizzati da C&A c’è il cotone organico; l’anno scorso Textile Exchange, una delle più importanti organizzazioni non-profit che promuovono a livello internazionale lo sviluppo responsabile e sostenibile nel settore tessile, ha nominato per la quinta volta C&A il più grande compratore mondiale di cotone organico certificato e oggi oltre il 70% del cotone che l’azienda utilizza è certificato come cotone organico o coltivato come Better Cotton. Aderendo a ‘The Transparency Pledge‘, il documento che garantisce la totale trasparenza dell’intera filiera produttiva della merce, C&A ha pubblicato la lista dei propri fornitori mondiali di primo e secondo livello, promuovendo, insieme alla cultura della trasparenza, anche i valori di integrità e responsabilità nei confronti dei lavoratori e dei consumatori.

Con la collezione #Wearthechange, lanciata nel febbraio scorso, C&A offre capi più sostenibili come le t-shirt Cradle to Cradle Certified™ di livello Gold realizzate al 100% in cotone bio e prodotte con energie rinnovabili, i jeans fatti con cotone riciclato e le giacche di poliestere anch’esso riciclato.

#Wearthechange C&A courtesy of C&A


La C&A Foundation lavora poi regolarmente con associazioni come Human Rights Watch e altre organizzazioni internazionali di diritti dei lavoratori per eliminare le cattive prassi come i carichi eccessivi di lavoro, il subappalto non dichiarato e le restrizioni alla libertà di associazione.

Inoltre la fondazione spicca anche tra i sostenitori della Fashion Revolution, anche se il movimento stesso tiene a precisare che il fatto che la C&A Foundation sia uno dei loro ‘sponsor’ ufficiali, il marchio omonimo non gode ovviamente di favoritismi ma si tratta di due ‘entità ben distinte. Ci mancherebbe, altrimenti che rivoluzione sarebbe?!

Mani, anima e natura, le tre facce di aniMANIli

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capsule collection

Questo blog è nato per parlare di moda sostenibile nei suoi aspetti più vari ma non nascondo che una delle cose che preferisco è scoprire e poi scrivere di nuovi marchi o di marchi che operano da un po’ nel settore senza però trovare o avere l’opportunità di farsi conoscere a un pubblico più ampio. Mi riferisco soprattutto ai marchi auto-prodotti, piccole realtà dietro cui si nascondono stiliste che sono anche artigiane, perché producono a mano in edizione limitata.
Come Carlotta Fiorini, designer bolognese che nel 2012 ha creato aniMANIli, brand di abbigliamento e accessori che nel nome contiene già le passioni e le componenti della sua vita privata e professionale: gli animali, verso cui prova da sempre una profonda empatia (e come darle torto), l’anima, la loro e la propria, quella che mette anche nelle sue creazioni e, naturalmente, le mani, preziosi strumenti di lavoro.

aniMANIli logo – courtesy of Carlotta Fiorini


Stilista di formazione, con specializzazione nella calzatura ma con una mamma sarta che le fornisce un imprinting già nell’infanzia, Carlotta approda al suo brand dopo alcuni anni trascorsi a progettare scarpe femminili per aziende come Casadei, Diego Dolcini e Gucci e non prima di aver provato, “con infinite difficoltà e forse prematuramente”, come lei stessa ammette, a creare e commercializzare una propria linea di calzature vegane.

aniMANIli capsule collection

Mamma sarta, esperienza nella progettazione stilistica e capacità sartoriali, dunque perché scarpe e non, invece, una linea d’abbigliamento? Detto fatto Carlotta fonda aniMANIli con l’artista Serena Balbo, con cui collabora fruttuosamente per qualche anno, dopodiché Serena prosegue il proprio percorso artistico e Carlotta va avanti con la creazione delle collezioni che nel tempo mantengono invariate determinate caratteristiche come la ricerca stilistica, la realizzazione sartoriale, i dettagli e l’eccellenza delle materie prime ma soprattutto la convinzione che la moda possa e debba assumersi l’impegno di essere anche etica. Quindi, oltre alla totale esclusione di materiali di origine animale, legata anche alla sua ‘fede’ animalista ed ecologista, la designer privilegia tessuti organici a basso impatto ambientale, microfibre innovative e materiali di recupero di pregio che vengono da fine serie e campionari.

aniMANIli capsule collection


L’utilizzo di tessuti ‘recuperati’ permette così di offrire pezzi di alta qualità senza raggiungere costi proibitivi; il fatto a mano, il prodotto artigianale fa già levitare inevitabilmente il prezzo legato alla manodopera e il pubblico spesso non comprende che un capo realizzato completamente a mano ha il proprio costo. È un argomento delicato e di cui forse si parla poco, intendo quello dei costi e di come sia ancora difficile far comprendere alle persone il valore aggiunto che ha un capo artigianale, soprattutto quando è auto-prodotto. Il discorso l’ho affrontato recentemente con altri designer alla fiera ‘Fa’ la cosa giusta!‘, loro stessi mi hanno fatto notare quanto sia ancora arduo trasmettere questo tipo di messaggio al consumatore che vuole il ‘made in Italy’ e materiali di qualità e plaude alla sostenibilità ma poi si lamenta dei costi.
aniMANIli capsule collection – Differenti Fiori

L’amore di Carlotta per la natura, anzi Natura, come lei stessa giustamente la definisce, in tutte le sue forme, prende vita nelle collezioni di aniMANIli, la Natura che è fonte infinita di ispirazione, di emozione, così piena, così ricca, così varia. ‘Differenti Fiori’ è l’ultima capsule collection che parla di romanticismo e rigore, ossimoro stilistico che si traduce in capi che associano delicati motivi floreali dipinti a mano a costruzioni geometriche caratterizzate da pieghe e plissé. E così ecco che la leggerezza di un petalo duetta con la simmetria di una foglia, l’eterea trasparenza di una piuma contrasta con la geometria di un plissé, il tutto su materiali naturali che vanno dal cotone alla viscosa, dal bambù ai filati bio. Protagonista assoluta la Natura, “fine a cui rendere omaggio”.

 

 

Un telaio contro la ‘ndrangheta. L’alta moda etica di Cangiari

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Cangiari - loom Photo by Federica Parisi

È un nome che sa di storia, quella calabra, e di saggezza, quella delle calabresi. Si chiama Cangiari, che in dialetto significa cambiare, è il primo brand di fascia alta nel panorama italiano della moda etica e racchiude in una sola parola una montagna di significati che hanno tutti a che fare con la sostenibilità.

Cangiari – telai a mano

Un marchio sulla cui asta sventola la bandiera del coraggio e del cambiamento che si fa anche guardando indietro, tornando alle origini. Il futuro si costruisce dal passato, è questa l’idea di sostenibilità alla base del brand, nato all’interno di una comunità di persone e imprese sociali che offre lavoro a persone svantaggiate operando in opposizione alla ‘ndrangheta e che ha un nome biblico ‘Goel’, che vuol dire riscatto. Una comunità che ha compiuto quindici anni, diventando un gruppo cooperativo e che propone un modello di etica ‘efficace’, mettendo al centro della propria impresa la persona e l’ambiente, tramite l’uso esclusivo di filati e colorazioni biologiche. Dal recupero di una tradizione antica si è data nuova vita ai piccoli laboratori artigiani della filiera creativa e produttiva di Cangiari, tutta radicata nei paesi calabri della punta dello stivale.

Cangiari – tessitrice

Ripartire da ciò che si ha ovvero dalle ‘majestre’, le tessitrici, che conoscevano a memoria le composizioni, come spartiti musicali, dei 1800 fili del telaio e che per ricordarsele ci facevano canzoni, le stesse composizioni che oggi le donne del circuito hanno deciso di imparare a loro volta a memoria per trasformarle in creazioni di alta classe.

Una moda etica dunque che vuole riprendersi il territorio, troppo ricco di bellezza per essere lasciato nelle mani della malavita. Ma anche una moda esclusiva. Le creazioni sono infatti altamente personalizzabili proprio perché realizzate a mano dalle tessitrici calabresi, giovani donne che si sono rimesse in gioco portando una ventata di freschezza in un’arte antica come quella del telaio, radicata nella Locride dai tempi dei bizantini. Influenza chiaramente riconoscibile, insieme a quella greca, nei disegni che Cangiari propone stagione dopo stagione, nelle diverse declinazioni di tessuto progettato per vestire la donna e la casa con ‘Abitare Cangiari’.

Dettaglio ‘Abitare Cangiari’

La nuova capsule della primavera estate disegnata dalla fashion designer Denise Bonapace propone eleganti capi leggeri e versatili che giocano con i dettagli di tessuto progettati per essere personalizzati da chi li indossa. Un pregiato tocco di originalità.

Impalpabili poi gli abiti de ‘La Sposa Etica Cangiari’, esposti anche alla mostra evento ‘Le Stanze della Moda Sostenibile’ organizzata dalla Fondazione Michelangelo Pistoletto, che se osservati da vicino svelano la preziosità dei tessuti realizzati a telaio e dei raffinati ricami fatti col chiacchierino, altro strumento antico che rievoca le nenie del passato, che quasi si riescono a sentire sfiorando con le dita le rifiniture.

Pezzi unici che, secondo i creatori, sarebbe un peccato mostrare solo il giorno del matrimonio. Ed ecco allora la provocazione del vestito da sposa che diventa abito da sera. Un altro modo per perseguire l’obiettivo della sostenibilità, con un gesto che è quasi un sacrilegio, ma che nell’ottica della moda etica assume un po’ i tratti della rivoluzione.
Sempre però con uno sguardo alle radici. Senza le quali non c’è futuro.

Novella Di Paolo

Chic sostenibile: lo stile vegan italiano di NOAH

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NOAH Italian Vegan Shoes Mia Razza - courtesy of www.noah-shop.com

Alla qualità made in Italy non si rinuncia. In fatto di moda e artigianato il belpaese non lo batte nessuno. Ovunque si metta il naso, un profumo d’Italia lo si sente sempre. Una fragranza piacevole persino quando parliamo di scarpe, quelle del marchio NOAH, calzature vegan con passaporto tedesco ma di madrelingua italiana.


NOAH Italian Vegan Shoes Marica e Marco – courtesy of www.noah-shop.com


Un piccolo esercito di mocassini, stivaletti, ballerine, sneaker che si possono chiamare per nome, proprio come in una classe scolastica: Lorena, Stella, Agatha, Rebecca, Alessandro, Leonardo, Diego. Un modo per dare quasi una personalità alle calzature, quello scelto dai titolari dell’azienda che, invece, i loro nomi non ci tengono a farli. “Per noi – ci dicono dall’ufficio stampa – non è importante avere un designer, quanto raggiungere l’obiettivo di creare prodotti di qualità che offrano un’alternativa senza crudeltà, nel rispetto degli animali, oltre che delle persone che li producono e che li indossano, e anche dell’ambiente“.
Un traguardo che il marchio, nato in Germania nel 2009 con la volontà di unire la sapienza e lo stile italiani al rispetto per l’ambiente, cerca di perseguire su più livelli. Materie prime, qualità e condizioni di lavoro.
NOAH Italian Vegan Shoes Gloria
courtesy of www.noah-shop.com

Le calzature NOAH sono tutte prodotte con materiali 100% vegani. Micro-nappa e micro-suede derivati dalla tessitura di fibre di poliestere, per la tomaia; sughero, caucciù e materiali riciclati per le suole. Nel processo di lavorazione inoltre l’uso di colle è estremamente limitato e dove possibile sostituito con cuciture sapientemente realizzate da piccole aziende italiane selezionate. Il vero punto di forza del brand: gli artigiani.

NOAH Italian Vegan Shoes
courtesy of www.noah-shop.com

Per noi lo stile italiano è il migliore, precisano dalla Germania, per questo i nostri prodotti sono realizzati interamente in Italia. Dal materiale alle finiture“. Inoltre in Italia le condizioni di lavoro rispettano le normative nazionali ed europee, un punto su cui NOAH batte molto, perché la sua filosofia di sostenibilità passa prima dal rispetto per le persone, che successivamente si traduce in quello per l’ambiente e per gli animali, la cui tutela rappresenta il terzo grande capitolo della strategia aziendale, volta a dimostrare che un’alternativa innovativa alla tradizionale scarpa in pelle è possibile. A dirlo sono le numerose certificazioni (Peta, Vegan Society, Cruelty Free) e i premi rastrellati dal team nel corso degli anni, uno fra tutti il Vegan Fashion Award 2014 assegnato da Peta Deutschland a Dora lo stivaletto come migliore scarpa da donna.

NOAH Italian Vegan Shoes Eleonora
courtesy of www.noah-shop.com

La conquista sta inoltre, secondo i responsabili, nell’aver finalmente spezzato l’equazione: vegano uguale cibo. In altre parole smettere di mangiare carne non basta a cambiare il corso dell’industria mondiale o meglio non è l’unico strumento. La produzione di carne infatti va a braccetto con quella della pelle. Trovare dunque soluzioni alternative anche nell’ambito della moda accelererebbe il processo, perché sostituire la pelle con prodotti vegani significherebbe ad esempio più cereali a disposizione degli uomini invece che del bestiame, oltre che preservazione della biodiversità e di conseguenza contrasto ai cambiamenti climatici. Insomma, è una catena di buone azioni che portano altrettanto buoni risultati.

L’ultima sfida di NOAH, o forse la prima, è quella puramente fashion: realizzare tutto ciò con stile e eleganza. Quelli italiani ovviamente, per lasciare sì un’impronta sul pianeta, ma tutta ecologica.

Novella Di Paolo

Anekdot: l’intimo è questione di aneddoti

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Anekdot Looking for Nothing - Photo: Colette Pomerleau - courtesy of anekdotboutique.com

Anekdot è un marchio di intimo e swimwear sostenibile che ho scoperto su Instagram; la prima cosa che mi ha colpito, insieme ovviamente ai capi stessi, sono state le immagini: letti sfatti, vecchi muri stonacati, finestre luminose, piante vive e fiori secchi, l’acqua, il mare, la natura selvaggia. E poi modelle in pose naturali, che si stirano, che fanno yoga, che camminano sulla spiaggia, che si affacciano da una finestra, raramente guardano l’obiettivo e se lo fanno ridono o sorridono quasi sempre, distese, rilassate, a proprio agio con l’ambiente come fosse casa propria. Per di più non è male nemmeno quell’aura di soffuso erotismo che certe immagini emanano.


Anekdot Winter Garden collection – Photo: Livia Faden – courtesy of anekdotboutique.com


Anekdot, ho pensato, è un marchio felice e allora ne voglio sapere di più. Scopro quindi che c’è dal 2015, che è ideato e prodotto a Berlino da Sofie Andersson, designer svedese, educata in Italia (come tiene a precisare nella sua bio e a noi fa piacere) poi formatasi a Londra da pionieri del fashion sostenibile come Christopher Raeburn e From Somewhere (quest’ultimo è il brand fondato da Orsola de Castro, una delle ideatrici del movimento Fashion Revolution) da cui ha appreso le tecniche dell’upcycling, filosofia che è alla base delle creazioni di Anekdot.

Ma cos’è di preciso l’upcycling? Ne ho accennato diverse volte parlando delle varie tecniche legate alla moda sostenibile ma una vera e propria definizione non credo di averla mai data; in realtà io stessa ho fatto spesso confusione tra ‘recycling’ e ‘upcycling’, cioè tra ‘riciclo’ e ‘riuso creativo’ (ma il termine inglese rende meglio!) ma la differenza sostanziale è che nel primo caso si riutilizzano scarti che vengono sottoposti ad una trasformazione o ad un processo per cui il risultato finale è quasi sempre di qualità minore rispetto all’originale, senza contare che il dispendio energetico per la trasformazione è spesso enorme. Nel caso dell’upcycling, invece, i vecchi prodotti vengono lavorati ottenendo un valore maggiore di quello iniziale; energia spesa, nulla o quasi e massima prevenzione della produzione di scarti!

Anekdot – courtesy of anekdotboutique.com

Ho aperto questa parentesi perché possa essere chiara la tecnica che Sofie applica all’intimo e ai costumi da bagno che realizza; lei stessa precisa, con una certa ironia, che ‘upcycling’ non significa indossare l’intimo degli altri, ci mancherebbe, ma recuperare qualcosa, in questo caso rimanenze tessili da fabbriche, mercati, altri brand, per trasformarlo in qualcos’altro di maggiore valore e bellezza. Che siano avanzi, scarti, fine pezza, stock, pezzi vintage, il team di artigiani di Anekdot li lavora a mano ricavandone pezzi unici che, proprio per le ragioni di cui sopra, sono anche limitati perché difficilmente riproducibili.

Anekdot – courtesy of anekdotboutique.com

Interessante in questo senso la filosofia che è alla base di Anekdot ovvero ideare e lavorare su ciò che si ha disposizione; ciò che potrebbe essere visto come un limite è invece una sfida per guardare avanti, un lavoro di fantasia, uno stimolo creativo paradossalmente illimitato. Si sviluppano così storie intorno ad ogni capo creato (ed ecco che torna il potere creativo del tessuto e delle tecniche di riuso di cui parla anche Cristiano Toraldo di Francia nel suo ‘Rivestire’) e i dettagli, gli aneddoti appunto, acquistano maggiore importanza, proprio perché rappresentano lo sforzo creativo e la fantasia del loro creatore.

Storie che sono come viaggi come ‘Looking for nothing’, descritta sul sito del marchio come “una collezione aromatica di essenziali senza compromessi che ti invitano a prendere una pausa, a riflettere e a conoscere tutte le cose buone che ti circondano”. Si tratta di deliziosi coordinati di pizzo in rosso acceso, verde salvia, rosa pallido e nero satinato realizzati con rimanenze di fabbrica provenienti da Sri Lanka, Francia, Regno Unito e Italia (e noi c’entriamo sempre!).

Oppure c’è ‘Winter Garden’, dolce nel titolo ma piena di verve “per prendere d’assalto ogni giorno”; una collezione all black “per i cuori ribelli e coraggiosi che vivono ogni momento e lo vivono totalmente”.

‘Secret Bay(b)’ e ‘On the Rocks’ sono invece collezioni swimwear che ci parlano di un viaggio in Sri Lanka, di natura incontaminata, mare cristallino e rocce su cui sentire ancora il calore del sole al tramonto. I costumi sono realizzati con un surplus di tessuto proveniente da una fabbrica e con nylon rigenerato prodotto da reti da pesca riciclate, oltre da altri nylon scartati. Anche qui nero e linee pulite con qualche piccolo ‘frill’.

Di viaggi il team di Anekdot ne ha fatti tanti altri; vi invito quindi a visitare il sito per scoprire quali altre storie e ‘voyages’ racconta questo bel marchio originale e sostenibile, oltretutto con servizi fotografici sempre affascinanti. Questione di aneddoti.

 

L’abito-casa: la moda trasformabile di Denise Bonapace

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Schizzi di Denise Bonapace

Sostenibile è la moda che include e che non ha icone, perché ogni corpo è un’anima e ogni anima ha diritto di essere un corpo. Di donna, preferibilmente. Almeno secondo Denise Bonapace che proprio non ce la fa a pensare agli uomini quando crea. “Di quelli occupiamocene in privato” confessa. La moda, per questa poliedrica creativa, è donna, come la casa. Quella che lei ha tra le montagne di granito scuro intriso di acqua del ghiacciaio dell’Adamello e le candide vette delle Dolomiti del Brenta. Lì da generazioni vive la sua famiglia e lì torna pure lei appena può. Nella sua Itaca. Il resto del tempo lo passa tra Milano e New York, dove insegna e espone le proprie creazioni, che poi mette in vendita. Le sue collezioni sono insiemi di pezzi unici indefiniti; sono abiti, nel senso più pratico o filosofico del termine ma anche cose da abitare, dunque case, in cui ci si rifugia e attraverso cui si comunica. 

Schizzi di Denise Bonapace –
Photo credits: Pierluigi Anselmi, Lorenza Daverio

Non si lascia etichettare Denise perché, dice lei, le etichette sono inutili e addirittura dannose. Comunque definirla sarebbe difficile. Progettista di formazione, laureata in industrial design, diventa consulente, insegnante, artista, stilista. Mette su un marchio che porta il suo nome e fa solo maglieria; perché, sottolinea, le maglie aprono nuovi orizzonti. “Si parte sempre da un filo, ma ci puoi creare cose sorprendenti“. E forse sanno pure un po’ di casa e saggezza, come le donne di tutte le forme che fotografa per i suoi progetti. “Senz’età“, ad esempio. Capi creati per corpi non più giovani che le hanno rivelato che a un certo punto della vita le maniche diventano troppo lunghe e non si trova più il posto dove tenere il fazzolettino che si vuole sempre avere a portata di naso. Ed ecco che la creatività si mette a servizio della persona. E magicamente una bolla di mohair seta all’estremità di una manica diventa contenitore o, srotolato, manicotto. Il vestito in questo modo diviene luogo da abitare. Questa è la rivoluzione che Denise insegue e insegna, al Fashion institute of Technology di New York e alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (Naba).

 

‘Senz’età’ di Denise Bonapace – Photo credits: Pierluigi Anselmi, Lorenza Daverio

 

Le persone hanno dei bisogni e io col mio lavoro mi impegno per soddisfarli“. La moda, secondo Denise, deve mettersi al servizio delle persone, intese come “insieme di fisicità, pensieri, impulsi e desideri“, per creare un rapporto costante tra l’abito e il corpo che lo abita, un corpo che non deve avere più canoni ne misure, perché la bellezza è, come scriveva Eco, politeistica. 

Una creativa a tutto tondo Denise Bonapace, che non guarda l’orologio, non segue trend e nemmeno scadenze, per questo le sue creazioni non sono mai fuori moda. Il suo sito è insieme una galleria d’arte e un diario personale pieno di pieghe e angoli nascosti. Finestre, armadi e corridoi, una casa appunto. Come le tasche degli abiti in cui ci invita a curiosare. I titoli delle sue numerose istallazioni raccontano già storie, quasi racconti fantastici dentro cui ciascuno si crea il proprio finale. E lo stesso accade per le sue creazioni, gli abiti trasformabili, che si adattano cioè alle esigenze di chi li indossa. Mai viceversa.

Il divenire è dunque alla base della filosofia artistica di Denise, che attraverso gli abiti parla. In maniera molto creativa. Vedi ad esempio la collezione di guanti ‘Mancanti’ o i tessuti che prendono vita assieme al corpo diventando bluse, casacche, abiti, cappelli. ‘Àmano’, ‘Àcapo’, ‘Il quadrato’. Gioca sulle forme e dà consigli d’uso, senza però dare ordini. Con un cappello ad esempio ci si può avvolgere le spalle. 

La curiosità però non ruba spazio all’utilità, perché i capi creati da Denise sono sì forme d’arte ma rimangono al servizio della persona nella sua totalità, corpo e anima e nel suo rapporto con lo spazio circostante. E solo su questa strada la moda può avere un futuro, sostenibile.

                                                                        Novella Di Paolo

PS: è un caso piacevole che questo articolo segua la recensione del libro ‘Ri-vestire’ di Cristiano Toraldo di Francia in cui si parla dell’abito che si fa dimora e che si plasma sul corpo e in base alle sue necessità.

‘Ri-vestire’: strategie rivoluzionarie intorno alla ri-costruzione dell’abito

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Libro Ri-vestire di Toraldo di Francia

Se l’abito è architettura perché deve rappresentarci ma insieme coprirci, allora l’architetto può essere visto come un designer. Ma se quell’architetto è Cristiano Toraldo di Francia, allora il progetto, che sia un edificio o un abito, si forma e acquista valore o, addirittura, esiste, dal momento in cui esso viene abitato. Non è un caso che Toraldo di Francia abbia sempre avuto un debole per Roland Barthes che infatti parlava del vestito come di “ciò attraverso cui il corpo diviene portatore di segni”, portando avanti la creatività sperimentale del Superstudio, da lui stesso fondato nel 1966, nel ripensare il design e l’architettura in modo radicale.

Architetto radicale, dunque, Cristiano Toraldo di Francia esce in questi giorni con un libro edito da Quodlibet Studio Design, che è anche una sorta di autobiografia ricca di immagini legate sì all’esperienza del Superstudio ma soprattutto a ‘Ri-vestire’, titolo del testo (sottotitolato ‘Vestire il pianeta/vestire un corpo: dalla Supersuperficie al Librabito’) e nome del corso-laboratorio che l’architetto tiene all’interno del corso di laurea in Disegno Industriale e Ambientale della Scuola di Architettura e Disegno Industriale dell’Università di Camerino (Unicam), nelle Marche (che è anche la regione di eco-à-porter!). E ‘Ri-vestire’ è proprio il motivo per cui oggi occupa, anzi, abita, la pagina del blog.

Copertina di ‘Ri-vestire’ di Cristiano Toraldo di Francia Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

Dal 2011 Toraldo di Francia si interessa al sistema della moda e a come esso rientri in pieno nell’economia dei consumi e ‘nel ciclo del continuo cambiamento dei modelli’ e per un radicale come lui il passaggio al cercare e sperimentare strategie (critiche) legate al sistema produzione-consumo è spontaneo. All’interno di ‘Ri-vestire’ quindi, insieme ai suoi studenti, mette in pratica destrutturazioni, contaminazioni, riciclo e riuso, ‘tenendo presente l’importanza nell’era del virtuale del recupero del ‘fare bene’ manuale’, favorito in questo caso dal tipico know-how marchigiano, ricco di una tradizione che dall’attività delle filande arriva fino all’artigianato dell’abito.

L’abito, come gli oggetti ri-pensati ai tempi del Superstudio, svela il proprio senso nel momento in cui viene utilizzato, indossato, diventa cioè uno ‘spazio abitato’ e i tessuti utilizzati per crearlo diventano ‘materiale di base, punto di partenza dell’idea progettuale’. Il corso ‘Ri-vestire’ dà così il via a una serie di esercizi progettuali-creativi che si muovono in più territori, dalle arti all’architettura, dal design alla messa in scena di vere e proprie performance ed eventi con al centro il corpo umano e il suo comfort. La sostenibilità dei materiali impiegati (dal riciclo allo smaltimento), la decostruzione dell’abito, la libertà di interpretazione da parte di chi lo indossa e il fai da te sono alcune delle regole della sperimentazione.

Ecco nascere quindi tutta una serie di storie legate alla costruzione-decostruzione dell’abito sul corpo di chi lo indossa, che a loro volta fanno scaturire passioni, desideri, emozioni. Come quelli legati a ‘Speed Former’, relazione di tesi di Chiara Tripodi, che ha realizzato uno zaino/gilet con ritagli di tessuti di scarto provenienti da Trame, una piccola azienda artigianale di Corropoli, comune del teramano, che trasforma e lavora i tessuti attraverso vari tipi di tecniche tra cui la trapuntatura, come quella con l’ovatta. Chiara ha realizzato il suo prodotto partendo da un cartamodello per creare la sagoma dello zaino/gilet, poi ha unito a patchwork i tessuti a sua disposizione servendosi di tre cerniere per chiudere lo zaino e la parte anteriore del gilet e di alcuni rivetti per una parte del collo. Il prodotto è scomponibile in due moduli trasformabili: uno zaino ed un cappuccio che diventano rispettivamente un gilet e una borsa a sacco.

‘Abito quotidiano’ vuole mettere in primo piano quella capacità manuale estromessa dal digitale, utilizzando un materiale solitamente estraneo al mondo tessile: la carta di giornale, in particolare dei quotidiani. ‘La non applicabilità della meccanica della cucitura ma solo dell’uso di nastri di carta gommati diventa esercizio per piegature e intrecci complessi, spesso usati in vere e proprie sculture indossabili, realizzate con il supporto di fili metallici’. Qui Toraldo di Francia ricorda che in generale il cartamodello viene sempre realizzato con la carta velina e che anche nel suo mestiere di architetto ha sempre privilegiato questo tipo di carta come supporto di schizzi di dettagli o di design di grandi dimensioni. Inoltre, in fatto di recupero, la carta è frutto di una lavorazione che utilizza il riciclo degli stracci di tessuti di lino e canapa.

 

‘Abito quotidiano’ Photo:
courtesy of Quodlibet edizioni

 

‘Tre giacche’ Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

‘Tre giacche’ nasce da un dono di 140 giacche un po’ datate ma con stoffe attuali; consegnate a ogni studente tre giacche tre, ognuno ha il compito di smontarle e riassemblarle ottenendo un abito completo; ecco che c’è chi rovescia la fodera all’esterno e chi porta le maniche verso le gambe creando dei pantaloni. E in questo caso è impossibile non pensare alle destrutturazioni firmate Martin Margiela, ora diventato Maison Margiela.

‘Soprabito’ Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

Ancora riciclo, questa volta per la realizzazione di un ‘Soprabito’; qui Toraldo di Francia fa un piacevole flashback sulla propria infanzia quando nel 1952, seguendo il padre che va a insegnare all’Eastman Kodak University nella città di Rochester, Stati Uniti, arriva a scuola con il suo cappotto ricavato da un altro appartenuto al nonno e si accorge che i compagni portano giacche a vento e berretti col pelo. A ogni Paese il proprio stile. Comunque tornando al cappotto, è interessante la riflessione sul fatto che è, in fondo, una striscia (abbondante) di tessuto che ‘annulla la divisione verticale del corpo sopra e sotto il bacino’ mettendo in secondo piano ‘la divisione tipologica, tanto funzionale al mercato, tra abiti del busto e abiti delle gambe’. L’esercizio progettuale del ‘Soprabito’ entra nello specifico della costruzione dell’abito, con il riciclo di fine pezza forniti da tre diverse aziende, spesso modellati direttamente sul corpo. E torna il discorso sull’abito che si fa portatore di significati plasmando il corpo che lo indossa e mettendolo in discussione alterandone simmetrie e proporzioni come fanno i designer giapponesi che danno all’abbigliamento un valore meta-stilistico, di maschera, di fuga dalla ‘perfezione patinata’.

‘Librabito’ Photo: courtesy of Quodlibet edizioni

Gli esercizi progettuali di Toraldo di Francia e dei suoi studenti non possono che culminare con il ‘Librabito’, costruito e illustrato partendo da testi di letteratura, filosofia, architettura donati dalla stessa casa editrice Quodlibet e applicati a una tuta di Tyvek, tessuto non tessuto simile alla carta facilmente tagliabile ma difficilmente strappabile, ‘efficace protezione dalle polveri sottili – scrive Toraldo di Francia – ma non dai pensieri’.

Radicale nell’architettura, Cristiano Toraldo di Francia si fa radicale anche nel fashion design, scardinando quel principio di omologazione a un unico grande mercato cui ormai, dagli anni ’60 ad oggi (e oggi più di allora), sembra asservirsi il mondo. E lo fa ricorrendo a quei principi del riciclo, del riuso, del vintage, della manualità creativa che diventano strumenti critici e, sì, a questo punto si può dire, rivoluzionari. Per il pianeta, l’ambiente, la moda e per noi stessi.

Osklen, dal Brasile sostenibilità deluxe

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Ipanema Beach - Rio De Janeiro

L‘eco-moda ha tante sfaccettature, lo stiamo vedendo dai marchi presentati qui, lo stiamo capendo dalle parole di coloro che la moda etica la seguono da una vita, come la giornalista inglese Sass Brown di cui è uscita l’intervista pochi giorni fa; c’è il riciclo, il riuso, l’upcycling, il vintage, ci sono le tradizioni locali, l’handmade, brand di nicchia, catene che cercano di praticare una politica sostenibile e luxury brand che, appunto, appartengono alla fascia alta ma che hanno fatto della sostenibilità il proprio codice stilistico, come ad esempio Stella McCartney, a cui ho dedicato un pezzo.

Oggi voglio parlare di Osklen, marchio brasiliano deluxe che ho scoperto anni fa seguendo la São Paulo Fashion Week; fondato nel 1989 da Oskar Metsavaht, medico-surfista carioca specializzato in medicina dello sport la cui preparazione ha poi influenzato il pensiero e lo stile alla base del suo marchio, Osklen può essere considerato uno dei primi brand di lusso che promuove la sostenibilità e se ne fa portavoce, non solo all’interno delle collezioni che realizza con successo da anni ma anche in vari progetti a tema, tra cui E-brigade, un movimento che mira a sensibilizzare e diffondere informazioni ambientali, trasformando così i concetti in atteggiamenti. E-brigade fa a sua volta parte dell’Instituto e che sviluppa progetti come quello sugli e-fabrics: in collaborazione con altre aziende, istituzioni e centri di ricerca, il progetto identifica tessuti e materiali sviluppati sulla base di criteri socio-ambientali, come la iuta amazzonica, il lattice, il cotone biologico che Metsavaht acquista direttamente dalle popolazioni indigene. Un’immersione ‘creativa’ nella tribù Ashaninka, che vive nello Stato brasiliano dell’Acre, ha ispirato a Metsavaht, qualche stagione fa, una collezione dedicata proprio alla cultura e all’estetica di quella comunità indigena.

Oskar Metsavaht

Per il suo impegno ambientale su più fronti, nel 2012 Metsavaht è intervenuto anche come rappresentante ufficiale dell’UNESCO a Rio +20 e in quell’occasione il suo Instituto-e ha progettato l’e-Prize, premio ufficiale per la sostenibilità dato ad alcune delle più importanti iniziative sviluppate a partire da Il Summit della Terra, la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente tenutasi proprio a Rio de Janeiro nel 1992.

Perché, vi chiederete, tutte queste informazioni sul designer e non sul brand? Perché parlare di Oskar Metsavaht, di quello che è e che fa è il modo migliore per conoscere Osklen e la sua estetica e insieme capire i motivi della sua unicità che l’ha reso uno dei marchi brasiliani più importanti in tutto il mondo, per esempio ci sono delle boutique anche in Italia, a Roma e a Milano.

Osklen rispecchia in toto la filosofia del suo fondatore; la conoscenza del corpo umano derivante dagli studi medici ha permesso a Metsavaht di creare un’estetica quasi tecnorganica, che rende il corpo simile ad un involucro rivestito di materiali organici, alcuni citati sopra, pieni però di appeal grazie a forme pulite e ispirazioni decorative e cromatiche legate al lifestyle brasiliano, alla sua natura, ai suoi paesaggi.

L’arte, che è un’altra passione del designer insieme a fotografia e regia, influenza spesso le collezioni di Osklen, come la capsule collection della prossima estate, ispirata all’artista brasiliana degli anni ’20/’30 Tarsila do Amaral, che con la propria anima visionaria ha esplorato la diversità etnica e culturale del proprio Paese in modo personale, sapendola però contemporaneamente inserire nell’estetica del movimento modernista europeo. La collezione è infatti ricca dei dipinti e degli schizzi dell’artista, vividi e colorati ma anche grezzi, che giganteggiano su abiti e gonne fluidi; nei 20 modelli proposti ci sono anche look in tinta unita, tra cui rosso acceso, il colore preferito della pittrice. Questa collezione sarà distribuita a New York da febbraio in concomitanza con una mostra su Tarsila al MoMA.


Osklen 2018 S/S collection

Osklen 2018 S/S collection Photo: courtesy of Osklen

Uno stile “minimalista con un accento sofisticato-tropicale“, come l’ha definito lo stesso Metsavaht, che caratterizza anche beachwear e swimwear, altra specializzazione del brand ma sarebbe strano il contrario, parlando di un marchio made in Rio de Janeiro! Detto questo parrebbe di aver detto tutto, invece no, è solo un assaggio perché la vita e gli interessi di Oskar Metsavaht sono davvero infiniti, così come i suoi impegni per l’ambiente e la sostenibilità che sono il punto centrale della sua filosofia di vita, poi applicata anche al marchio.


Abaporu, 1928 – Tarsila Do Amaral Uno dei dipinti presente nella collezione di Osklen

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