25 / Maggio / 2019

eco-a-porter

Ci vuole una ‘Planet Rehab’ .. come quella di Juan Carlos Gordillo

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Planet Rehab Collection by Juan Carlos Gordillo

Lo scopo di eco-à-porter è da sempre quello di parlare, scoprire e sostenere gli eco-designer, se emergenti ancora meglio. Ad alcuni poi ci affezioniamo particolarmente perché, oltre a essere dei bravi creativi, sono anche delle belle persone. Uno di questi è Juan Carlos Gordillo, lo stilista guatemalteco di cui abbiamo parlato in occasione della Vienna Fashion Week, dove aveva sfilato con una collezione in partnership con l’azienda tessile austriaca Lenzing AG.

La collaborazione tra il designer e Lenzing si è rinnovata con la ‘Planet Rehab Collection’, una capsule che ha visto come partner, oltre alla compagnia austriaca, altre aziende tessili e di abbigliamento internazionali, tutte impegnate a ridurre il loro impatto sull’ambiente.

Planet Rehab Collection by Juan Carlos Gordillo

Gordillo ha lavorato con i tessuti in lyocell TENCEL ™ e TENCEL ™ x REFIBRA ™ di Lenzing, prodotti dal fornitore di tessuti spagnolo Tejidos Royo, pioniere nello sviluppo di materiali lavorati con il lyocell e impegnato da sempre nella produzione di “tessuti con valori”, la cui realizzazione prevede tra le altre cose la riduzione del consumo di energia e delle emissioni di CO2.

Officina +39, italianissima di Biella, ha fornito i coloranti Recycrom, realizzati con indumenti riciclati e scarti tessili elaborati attraverso un sofisticato processo che utilizza solo prodotti chimici sostenibili. I tessuti di scarto sono cristallizzati in una polvere incredibilmente fine che può essere usata come pigmentante.

Tonello, infine, anch’essa italiana, della provincia di Vicenza, si è occupata del lavaggio, mirato a ridurre significativamente il consumo di acqua e di sostanze chimiche pericolose tipicamente associate alla rifinitura del denim.

E il risultato? Quindici abiti femminili che celebrano la vita e la natura con un eccezionale tocco di colore e una decisa influenza latina, tipica dello stile di Juan Carlos Gordillo che dice: “Planet Rehab è il mio tributo all’oceano con i suoi colori profondi e le sue forme fluenti”, un tributo a 360°, dato che materiali e processi legati alla collezione sono il più possibile sostenibili. E continua: “Mentre tutti parlano di sostenibilità, queste aziende hanno il coraggio di creare effettivamente prodotti e processi sostenibili a vantaggio dell’industria, della società e del pianeta. Spero che questa collezione possa ispirare altri designer a dare priorità alla sostenibilità nei loro processi creativi”.

Lo speriamo anche noi Juan!

La ‘Planet Rehab Collection’ è rimasta esposta fino a ieri presso la Munich Fabric Start/Keyhouse, un hub per l’innovazione e la competenza tessili con sede a Monaco di Baviera.

Dietro L’Antina di Maddalena c’è tutto un mondo (eco)

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“Mi chiamo Maddalena, ho 34 anni e a settembre 2016 ho cambiato vita”. Come resistere a una lettera che si apre così, dicendo “ho cambiato vita”? Io, che personalmente sono un’aperta sostenitrice di coloro che con coraggio e un pizzico di incoscienza si buttano in nuove avventure (perché è una vita che lo faccio!), non solo ho letto con piacere la mail di Maddalena ma ho anche deciso di darle uno spazio su eco-à-porter, anche perché la sua scelta di vita abbraccia in pieno la filosofia del blog.

Maddalena, fino al 2016, aveva ciò che oggi è il sogno di tanti suoi coetanei ovvero un lavoro sicuro, “un tempo indeterminato di quelli ‘seri’, vecchio stile, che, cosa non da poco, considerava anche “il lavoro della vita” perfettamente coerente con il proprio percorso di studi. Quindi, nonostante stress, ritmi serrati e qualche momento di sconforto, non pensava affatto a rinunciare a quella stabilità vissuta come un gran privilegio.

La passione e l’interesse per la moda etica e le pratiche sostenibili erano già parte di lei, tanto che alcune attività collaterali avevano a che fare con collaborazioni con il Centro Moda dell’Università Cattolica di Milano e con l’organizzazione di feste di compleanno sostenibili.

E poi? Poi un bel giorno, anche se non ricorda quale sia stato, se c’è stato, l’episodio o il momento che le ha fatto scattare la decisione risoluta di cambiare, Maddalena chiude con “il lavoro della vita” e fa il suo personale salto nel vuoto aprendo, nel centro storico di Vigevano in provincia di Pavia, L’Antina.

Logo de L’Antina

A me il nome ha suggerito da subito qualcosa di magico e anche di nascosto, un po’ come quando si apre appunto l’anta di un armadio senza sapere ciò che si troverà al suo interno. E in effetti è un po’ così perché L’Antina è un negozietto in cui si organizzano swap party, incontri e laboratori creativi, ma dove si possono anche acquistare capi di abbigliamento usato, oggetti realizzati a mano con materiale di recupero e detersivi alla spina. Unico requisito di accesso: essere aperti alla condivisione e alla collaborazione. E, ovviamente, amare la natura!

Swap Party a L’Antina

E così, con L’Antina, Maddalena dà finalmente forma a passioni e interessi che le stanno da sempre a cuore ovvero sostenibilità, condivisione e riciclo. Non solo, con il suo progetto, che da due anni cresce costantemente, cresce anche Maddalena perché “avere un’attività in proprio è una sfida che fa tremare i polsi, ma è una sfida bellissima, che dà la possibilità di essere protagonisti del proprio percorso, in tutte le sue sfumature”. Come non darle ragione?

Proprio perché condivido pienamente la mentalità e le scelte di Maddalena, chiudo il post con la chiusura della sua lettera, che è un esempio per tutti coloro che vorrebbero seguire le proprie passioni realizzando un progetto o cambiando semplicemente vita ma sono frenati da mille dubbi e paure.

“Ultimamente ho messo a fuoco questo: chi sceglie di mettersi al centro del proprio progetto professionale deve lavorare ogni giorno per rendere sempre più sottile e sfumato quel delta che per definizione separa la propria identità personale dal proprio essere lavoratore. Credo che la chiave di volta sia lì: nel rendersi, in modo visibile, anima, logo e manifesto del proprio progetto, ma non come risultato di una strategia di marketing ma nel diventarlo naturalmente, nel riuscire a esprimersi al meglio, nel risolversi diventando espressione visibile dei propri principi. Io ci sto lavorando”.

E anche noi di eco-à-porter.

Teabag1928, tra recupero e metamorfosi

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Le shopper di Teabag1928

Solitamente non amo parlare dei prodotti in pelle, infatti credo che in un anno di blog non ne abbia mai scritto; per un fatto di coerenza non parlo di materiali che non sono cruelty-free e io stessa da anni non acquisto più capi e accessori in pelle. 

Ma oggi faccio un’eccezione e la faccio per Teabag1928, il brand di borse di Stefania e Federica nato nel 2014 nelle Marche (dove risiedo anch’io!) e che, nell’anno della sua fondazione, aveva già vinto il premio della Camera di Commercio ‘Impronta d’impresa innovativa, new made in Italy’.

Stefania e Federica di Teabag1928

Ne parlo volentieri perché la pelle che Stefania e Federica usano per realizzare le proprie creazioni, come gli altri tessuti utilizzati, proviene da avanzi di lavorazione di pelletterie e concerie, fine serie di tessuti, campionari dismessi. E la parola ‘avanzo’, a noi di eco-à-porter, piace, perché richiama tanti altri termini e pratiche virtuose come ‘recupero’, ‘riuso’, ‘upcycling’, ‘economia circolare’.

E il recupero non ha a che fare soltanto con i materiali ma anche con le lavorazioni e le persone. Come con le persone? Sì, perché fin da subito le due designer hanno sentito l’esigenza di ritornare a una dimensione assolutamente territoriale, votata al coinvolgimento di manodopera locale, per lo più femminile e over 40, con una manualità abile ma purtroppo afflitta dalla crisi.

Sporte

Si sa che le Marche sono una regione caratterizzata da un alto profilo artigianale, si pensi solo al comporto calzaturiero ma la crisi, appunto, ha minato il tessuto del territorio e continua a colpire pesantemente aziende e manodopera, quindi ben venga un progetto che si opponga alle delocalizzazioni spinte e dia respiro e opportunità ai lavoratori e alle lavorazioni locali.

Stefania e Federica ammettono di non avere una formazione accademica; si sono formate e si stanno formando tuttora sul campo, imparando le tecniche artigianali da chi opera nel settore da più tempo e sperimentando i materiali giorno per giorno, con un modello di business che non è altro che l’ascolto delle esigenze dei propri clienti.

Teabag1928 si pone così come una micro impresa dai molti valori aggiunti: produce sul territorio con manodopera locale, recupera materiali di scarto ma selezionandoli attentamente e sperimentando con essi, compie una ricerca attenta sui modelli e realizza pezzi unici, nessuno uguale all’altro, quindi prodotti in edizioni limitate e numerate.

E forse è l’unicità il valore più alto del marchio, il privilegio di avere a che fare con qualcosa di irripetibile e unico, appunto, poco contaminato dal sistema moda, che è un valore aggiunto anche questo e di questi tempi.

Dalle sacche alle borse, dalle shopper alle pochette ai foulard, ogni creazione si basa su combinazioni armoniche solo all’apparenza disarmoniche, su tessuti diversi tra loro che si rivelano poi un’epifania per gli occhi.

Dettaglio sacca nera

“Non ci inventiamo nulla” dicono Stefania e Federica “quello che facciamo è osservare il materiale insieme ai nostri modelli, immaginare il prodotto, valutare il sistema di chiusura o la lunghezza dei manici, cercare una soluzione pratica. Assegnare quello che sarà il suo numero identificativo. Immaginare come sarà fotografato. Ecco dopo tutto questo, il risultato è il nostro, con quelle determinate caratteristiche, con quei determinati equilibri, con quegli specifici materiali e quella combinazione di colori”.

Beh, sì, sono soddisfazioni! E comunque sapere di aver creato qualcosa contribuendo alla rigenerazione dei materiali e anche a quella economica, dà un gusto diverso al risultato finale.

Ultima cosa ma non meno importante, Stefania mi rivela che il nome del brand è un omaggio alla mamma, nata nel 1928 e amante della rosa Tea ma che è anche l’acronimo di Totally Eco Addict, un concetto che, casualmente, corrisponde al credo del marchio e a quello delle fondatrici. E anche al nostro!

A Mercatopoli anche gli oggetti hanno un’anima (parte 2)

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“Tutti gli oggetti hanno un’anima”. Potrebbe forse essere scontato che il proprietario di un negozio dell’usato dica così delle cose che vende e ritira, perché chi sceglie di passare le giornate circondato da oggetti appartenuti ad altri, è presupposto abbia una qualche passione in tal senso.

Ma Alessandro Solimei è qualcosa di più di un semplice appassionato. L’ho incontrato nel suo negozio Mercatopoli Parma Sud, dove sono stata a fare l’esperienza di compravendita che ho anticipato nello scorso post e durante la nostra chiacchierata è emerso un concetto poetico e insieme entusiastico della propria professione.

Alessandro mi racconta che ‘tutti gli oggetti hanno un’anima’ 

Mentre camminiamo tra i 1500 metri quadrati di esposizione, in uno spazio luminoso e ben arredato dove ogni tipologia di oggetto ha una propria disposizione, Alessandro mi racconta che ha cominciato nel 2000 con tre attività distinte ma in qualche modo legate tra loro: sgomberi, traslochi e vendita di antichità. Mosso già allora dalla passione per il mestiere, nel 2004 “mette al chiuso” e unisce le tre professioni per poi passare, nel 2008, a Mercatopoli Parma Sud. 

Alessandro definisce Mercatopoli “casa mia”, un piccolo mondo dove ogni cosa, dall’abbigliamento alle calzature alle borse, dai mobili ai libri agli strumenti musicali fino a curiosità introvabili, hanno un proprio spazio e ritrovano anche una dignità forse perduta.

La libreria vista dall’alto

Noi di eco-à-porter siamo interessati soprattutto ad abiti e accessori che si trovano al piano di sopra (bella questa cosa del negozio su più piani, dà proprio l’idea dello store!) ma non possiamo non soffermarci ad esempio nel reparto libri che è in tutto e per tutto una vera libreria divisa per generi e piena di titoli interessanti, dalla letteratura italiana a quella nordamericana, dalla fantascienza alla saggistica.

Al piano di sopra, dove incontro Fiorella, la moglie di Alessandro e anche Nella, la dolcissima cagnolina di famiglia (e qui permettetemi di aggiungere che i luoghi di lavoro dove sono ammessi i cani sono luoghi felici), c’è il vasto reparto abbigliamento uomo/donna, accessori, bigiotteria e tessile, con una sezione dedicata al vintage. 

Io e Alessandro ci sediamo su uno dei divani sistemati comodamente vicino ai camerini e continuiamo la nostra chiacchierata; preferisce parlare di ‘seconda mano’ piuttosto che di ‘usato’ per sottolineare il valore degli oggetti, perché gli piace pensare che le persone glieli affidino perché non vadano perduti, perché qualcuno li ami e li custodisca come hanno fatto loro stessi fino a quel momento. Poetico anche questo, vero? 

Chiacchiere sul divano

Oltre a questo aspetto romantico/sentimentale c’è anche l’idea, che è una vera e propria filosofia di pensiero, del riuso, del re-commerce, della circolarità, oltre che della valorizzazione della singolarità vs l’omologazione e la serialità. Quanto ne abbiamo parlato in questo blog, riguardo ad abiti, tessuti, scarpe ma anche storie, di quanto sia importante riconoscere la qualità, la cura, il lavoro o il vissuto legati a una creazione.

Con il mio bel pull!

Naturalmente dietro il successo di Alessandro Solimei e di Mercatopoli Parma Sud c’è anche tanta formazione e specializzazione, l’attenzione agli oggetti selezionati, alla stagionalità dei prodotti. Ho potuto constatarlo quando, alla fine della nostra chiacchierata, mi sono immersa nei vari reparti, soffermandomi maggiormente in quello dei vestiti, in cui ho anche trovato, portandomelo via, un pull della Pennyblack in ottimo stato che sembrava aspettare solo me😍

L’esperienza di compravendita è stata veloce e piacevole; Giorgia, che mi ha accolto alla cassa, ha registrato l’acquisto con la mia Mercatopoli card, mentre i due blazer di cui parlavo nello scorso post, sono stati ritirati da Fiorella al piano di sopra e chissà chi deciderà di ridargli una ‘nuova vita’. Comunque la sensazione è stata quella di ‘lasciarli in buone mani’. 

Come mi ha detto anche Alessandro, l’atteggiamento delle persone è cambiato, c’è più attenzione al consumo e le pratiche eco-sostenibili stanno entrando nella quotidianità e non solo per un mero aspetto economico.

I luoghi come Mercatopoli offrono sempre qualcosa in più “oltre a ciò che si vede” e si fruisce, l’esperienza dell’inatteso, della sorpresa ma anche del déjà vu. Si torna un po’ bambini. E credo che sia anche valorizzando questo aspetto, come fa Alessandro Solimei nel suo punto vendita di Parma Sud, che si possa insegnare alla gente l’importanza dell’usato, del riuso. Dell’anima delle cose.

Alessandro e Giorgia salutano eco-à-porter!

Tutte le foto sono state scattate da Francesca Chiodi🙏🏻❤️

L’operazione di decluttering che mi porta a Mercatopoli (parte 1)

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Il mio guardaroba pronto per il decluttering!

Alcuni dei termini che utilizziamo più spesso qui a eco-à-porter sono ‘riciclo’, ‘riuso’, ‘recupero’ e ormai sappiamo bene perché. Eco-moda non è solo utilizzo di materiali sostenibili e ricorso a pratiche produttive e di consumo meno inquinanti possibili ma anche evitare che tanti oggetti finiscano in discarica o negli inceneritori, a inquinare il suolo e in generale l’ambiente.

C’è un altro termine che forse abbiamo nominato meno ma che è entrato a far parte di questa serie di vocaboli legati alle pratiche sostenibili ed è il ‘decluttering’ ovvero eliminare qualcosa per fare spazio, ordine. Ormai è diventato un termine di tendenza, oltre che un principio di eco-sostenibilità e chi lo pratica non ha il mero scopo di buttare via gli oggetti ma di selezionare ed eliminare ciò che per vari motivi non usa più per liberarsi fuori ma anche dentro. Diciamo pulizia fisica che diventa anche interiore, esistenziale.

Il decluttering è strettamente legato al riciclo e al riuso perché tante cose di cui ci liberiamo non devono forzatamente finire nell’immondizia ma possono vivere nuove vite nelle mani di altre persone che sicuramente finiscono per apprezzarle più di noi che le abbiamo scartate, messe da parte, trascurate, dimenticate. 

Personalmente il decluttering lo pratico da sempre, anche quando non era ancora un termine inglesizzato; sono poco tollerante all’accumulazione seriale di roba, sia che si tratti di abbigliamento che di altro ma affezionandomi alle cose faccio anche fatica a separarmene o a fargli fare una brutta fine, quindi cerco sempre di considerare la spazzatura come ultima spiaggia. Allora o li regalo o li rivendo.

Mi dà un’emozione particolare vedere una cosa mia utilizzata da qualcun altro, come quando vedo un paio di miei jeans addosso a un’amica (a cui magari stanno pure meglio! 😜) o una maglia cui mia mamma, che ricicla davvero tutto, ha tagliato le maniche trasformandola in gilet. 

Poi ci sono i mercatini e qui, oltre a ridare vita alle cose, ci guadagno anche. E allora perché no? Mi piace frequentarli e ci porto da sempre di tutto, in particolare abiti e accessori. Mercatopoli è uno di questi negozi e mi fa piacere potergli rendere merito nel blog dopo tanti anni di compravendite, anche se ultimamente, per motivi logistici e di tempo, vado molto meno.

#iovendoconMercatopoli perché i negozi Mercatopoli si trovano in tutta Italia e spesso sono enormi spazi, anche su più piani, magari essi stessi trasformati per l’occasione da qualcosa in qualcos’altro, come alberghi, magazzini, ecc, in cui si trova veramente di tutto. Io, come già detto, visito soprattutto la parte dedicata all’abbigliamento e agli accessori ma anche quella dei libri e degli oggetti da arredo. E capita di trovarci delle vere chicche!

La prova da frequentatrice è la mia Mercatopoli card, con cui acquisto e lascio le cose in vendita e controllo online lo stato dei miei oggetti nella mia area riservata My Mercatopoli.

La mia card Mercatopoli

Avendo cambiato casa da poco, l’operazione di decluttering è stata necessaria e non è nemmeno terminata. La faccio a tappe perché sotto certi aspetti è anche faticosa e dolorosa. Liberarsi delle cose è liberarsi anche del proprio passato per fare spazio a nuove parti di se.

Stavolta a Mercatopoli porterò due blazer; amo le giacche maschili, trovo che su noi donne accentuino paradossalmente la sensualità e comunque si possono abbinare a tutto. Ma questi due blazer hanno fatto il loro tempo, anzi, uno non l’ha proprio fatto. Me l’ha regalato un’amica qualche anno fa, lei l’aveva appena comprato ma le stava davvero grande, così l’ha passato a me. Ma io non l’ho mai portato. E sapete perché? Bello il colore, blu navy, bello il taglio, leggermente avvitato e asimmetrico ma 100% poliestere! Se non si tratta di poliestere riciclato, questo è un materiale che cerco di non indossare più. 

Blazer n°1

Si tratta di una delle fibre più inquinanti al mondo, come tutte le plastiche non è biodegradabile e proviene principalmente dal petrolio, che è una fonte non rinnovabile. Ma è tanto utilizzato, soprattutto dai marchi di fast fashion, perché costa poco. Questo per quanto riguarda il blazer numero uno.

Il numero due ha un’altra storia e anche un’altra componente materica: è in lana, è gessato ed è un modello che è tornato molto di moda: spalle solide, revers a lancia e lunghezza ben oltre i fianchi. Ma fa parte di un passato che non voglio ricordare. L’ho indossato in momenti che sotto l’apparente felicità nascondevano inquietudine e tristezza, ne ricordo uno in particolare, quindi basta. Blazer numero due non ti voglio più. Un po’ a malincuore.

Blazer n°2

Ecco, porterò queste due giacche a Mercatopoli, così nel prossimo post potrò raccontarvi nei dettagli la mia esperienza di vendita e presentarvi chi crede così tanto nel recupero e nell’usato da averci fatto un lavoro.

Moodìa, l’umore sartoriale per ogni corpo di donna

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Moodìa Collezione 'Vivian' - FW 18/19 - foto di Gaia Marconi

Quando la primavera scorsa siamo state a Milano a ‘Fa la cosa giusta!‘, Moodìa è stato uno dei marchi che ci è piaciuto di più, sia per la raffinata sobrietà dei capi sia per il bel gruppo tutto al femminile che ci ha accolto presso lo stand. Ci eravamo così ripromesse di dedicargli un post e oggi eccoci qua.

Manuela Orsucci al lavoro – foto di Chiara Fortunati

Piccola ma grintosa maison di moda sartoriale, Moodìa è stata fondata circa dieci anni fa da Manuela Orsucci, designer con un passato da restauratrice d’arte e una mamma sarta che le ha trasmesso l’amore ma anche la manualità per questo mestiere. Già molto prima di Moodìa e dell’Accademia di moda, che ha frequentato in età adulta per completare le proprie conoscenze in merito a progettazione, disegno e tecniche della modellistica, Manuela realizzava capi d’abbigliamento su commissione, quindi la fondazione del marchio è apparsa quasi come una tappa ‘obbligata’ del percorso.

E l’attenzione per l’universo femminile e le sue mille sfaccettature c’è già tutto nel nome, Moodìa come ‘mood’, uno stato, un modo di essere, inclinazioni e ispirazioni racchiuse nella personalità di ogni donna che si traducono in un ‘umore sartoriale’ creato per essere indossato in modo mutevole, secondo il proprio stile. Quindi non pezzi dettati dalle tendenze del momento, non omologazione e serialità ma unicità, concretezza e versatilità.

Manuela al lavoro

I capi, ideati e lavorati principalmente nel laboratorio di Manuela a Monterotondo, in provincia di Roma, prendono forma dalla materia ovvero sono le stoffe, scelte con cura, rigorosamente ‘made in Italy’, e la loro tattilità, insieme a trame, colori e consistenze, a ispirare i modelli di ciascuna collezione che, non è un caso, s’ispira a pittori, fotografi o personaggi di quell’arte che la designer ha respirato nei suoi anni da restauratrice.

E i giochi di sovrapposizioni e di asimmetrie, che caratterizzano lo stile del marchio, sono anche quelli che più ci avevano colpito a Milano; capospalla che richiamano i kimono, da legare in vita con fusciacche morbide, abiti e pantaloni ampi e insieme avvolgenti, abiti fluidi che accarezzano con garbo le linee del corpo. Ma anche dettagli inattesi come la giacca asimmetrica Penny dell’ultima collezione ‘Vivian’, in pura lana vergine, che si può portare con il collo che scende sul retro, il davanti accollato e la chiusura laterale oppure fronte come una classica giacca o le camicie con maxi-polsini e colletto anch’esso asimmetrico.

Non è un caso che il messaggio legato a Moodìa sia ‘fatto a mano per te’, perché tutti i capi sono pensati per essere indossati assecondando e adattandosi allo stile di ogni donna, al suo corpo, al suo ‘umore’, poi abbinati e reinventati ogni giorno, anche in base alla concretezza della quotidianità fatta di impegni e ritmi frenetici.

‘Vestimenta’, oltre l’abito, un linguaggio

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Screenshot da 'Vestimenta'

“Le persone hanno dei bisogni e io col mio lavoro mi impegno per soddisfarli“. Mi piace citare le parole di Denise Bonapace, la poliedrica creativa che è stata nostra ospite a febbraio scorso e che vede la moda come un ‘servizio’ alle persone intese come “insieme di fisicità, pensieri, impulsi e desideri“. Tutto ciò per creare un rapporto costante tra l’abito e il corpo che lo abita, un corpo che non deve avere più canoni ne misure, perché la bellezza è, come scriveva Eco, politeistica.

Dell’abito inteso come casa che ospita un determinato corpo plasmandosi su di esso in base alle sue necessità, ne abbiamo parlato anche recensendo il libro ‘Ri-vestire’ di Cristiano Toraldo di Francia e con il post di oggi riprendiamo idealmente il discorso parlando del bel documentario di Denise Bonapace che ha un titolo simbolico e significativo: ‘Vestimenta, abiti abitati’.

Locandina di ‘Vestimenta, abiti abitati’

Inserito e proiettato nella selezione ufficiale di diverse rassegne internazionali, tra cui il ‘Fashion Film Festival Chigago’ e l”Artfools-EcoFashion Film Festival’ di Larissa, in Grecia e presente anche al Sarajevo Fashion Film Festival che si terrà dall’1 dicembre prossimo, ‘Vestimenta, abiti abitati’ è un cortometraggio che parla del significato culturale e sociale dell’abito che, strutturato come un linguaggio, racconta della nostra personalità, dei nostri atteggiamenti e modi di essere.

“L’abito è il primo oggetto che sta intorno al corpo e in quanto tale progettabile” dice Denise Bonapace introducendo il proprio documentario “ha un significato sia sociale sia culturale, attraverso l’abito noi parliamo di noi stessi e quando un designer sceglie un tessuto, un filato, un taglio, un volume, mette in scena il corpo sociale e culturale, tanto quanto uno scrittore sceglie le parole per scrivere un romanzo”.

Screenshot da ‘Vestimenta’

L’ultima collezione di Denise affronta proprio la tematica del dialogo, quello che si instaura tra chi indossa un determinato capo e il capo stesso; si tratta di sei pezzi, ‘Dialoghi d’amore’, che avevamo in parte già illustrato nell’articolo di cui parlavo all’inizio, ispirati a un’immagine dell’artista brasiliana Ligya Clark chiamata ‘Hand Dialogue’ ovvero una fascia elastica che due persone usano per collegare le loro mani in un dialogo tattile. Ecco così che un cardigan zippato presenta un nastro sul polso che può essere indossato come bracciale o per legare la mano di un’altra persona.

 

In ‘Arms dialogue’ invece una manica s’allunga attraverso un inserto a contrasto andando incontro all’altra, mentre ‘Minds dialogue’ detto anche ‘Bacio’ sono due capi uniti da una zip intorno al collo che possono vivere separatamente o insieme.

‘Minds dialogue’ by D.Bonapace – screenshot from ‘Vestimenta’

Si tratta insomma di capi modellabili sul corpo e intorno al corpo, involucri materici che assumono quasi un’esistenza propria quando oltrepassano il ‘sistema’ corpo-abito e si proiettano verso l’esterno instaurando naturalmente (e culturalmente) un dialogo e quindi un rapporto, non solo col corpo che abitano ma anche con il mondo esterno e altre persone.

E a proposito di dialoghi, Denise Bonapace ha poi uno scambio interessante con Benedetta Barzini che, diretta e ironica, riflette sulla moda di oggi, una moda in un certo senso ‘disperata’, in cui il corpo della donna è ancora imprigionato in stereotipi che fanno di lei non più di ‘un oggetto di bellezza’. Da qui la considerazione della Bonapace su una moda costruita per corpi standardizzati, mentre sappiamo bene che i corpi sono tanti, con proporzioni e forme diverse. Che bella sfida sarebbe per un designer poter progettare su corpi veri e diversi, quindi poter davvero sperimentare nuovi tagli e forme!

Denise e B.Barzini – screenshot from ‘Vestimenta’

Ancora una considerazione della Barzini su tante donne designer che progettano con la mentalità maschile ovvero sul ‘rendere sexy’ piuttosto che comoda, a proprio agio. Insomma, tante evoluzioni e cambiamenti nel costume ma certi stereotipi sono duri a morire!

Significativo anche il discorso di Denise Bonapace sul ruolo dell’etichetta, il “rifiuto per antonomasia dell’abito” perché non può essere recuperato; avendo collaborato per anni con Conau, il Consorzio Nazionale Abiti e Accessori Usati, e girato varie aziende dove gli abiti vengono raccolti per essere rigenerati, Denise nota una montagna di etichette messe in un angolo. Da qui nasce l’idea di un abito, ‘Label’, alto 3 metri, realizzato a oggi con circa 1500 etichette; l’intento è quello di condividere e riflettere intorno al valore dell’etichetta, un oggetto tanto importante per ciò che comunica, quanto inutile visto in un’ottica di prodotto.

Abito ‘Label’ – screenshot from ‘Vestimenta’

‘Vestimenta, abiti abitati’ condensa in 12 minuti scarsi un’importante riflessione sulla moda nei suoi significati più profondi e reconditi, significati che vanno ben oltre l’estetica e toccano aspetti sociali, filosofici, semantici e culturali. Non solo; ci fa capire quanto il corpo femminile sia ancora imprigionato in cliché che sacrificano la sostanza a favore di una forma lontana dalla realtà, confinata ai diktat della giovinezza, della magrezza, dell’altezza.

‘Vestimenta’ è anche una sfida, perché no, a questi stereotipi, un richiamo al coraggio di andare oltre, indagando le tante fisicità e i tanti pensieri del genere umano.

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Cortometraggio di Denise Bonapace
Con la partecipazione di Benedetta Barzini
Produzione DESIGNinVIDEO
Direzione, fotografia e montaggio Emilio Tremolada
Contenuti Denise Bonapace

“Dialogues” video crediti Pierluigi Anselmi
“Label” foto crediti Lorenza Davvero

Saneras, l’eleganza italiana in armonia con la Natura

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Saneras FW1819 - courtesy of Saneras

Credo che non sia la prima volta che parlo delle fantastiche connessioni che si creano grazie a questo blog, una sorta di sorprendente effetto domino in cui un designer richiama un brand che ne richiama un altro che a sua volta introduce un evento, una fiera, una fashion week, in cui scopro un altro marchio e così via.

Siliana e Serena Arena di Saneras – courtesy of Saneras

Con Saneras è successo così. Tra i brand che hanno partecipato all’ultima Helsinki Fashion Week, mi ha colpito questo nuovissimo marchio italiano ready-to-wear (RTW) nato dall’unione dei nomi e delle idee delle sorelle gemelle romane Siliana e Serena Arena, laurea in fashion design all’Accademia di Belle Arti e un’esperienza pluriennale nella moda e in altri settori che le fanno approdare, quest’anno, alla realizzazione del proprio brand.

E che idea di moda hanno in mente Siliana e Serena? Innanzitutto qualcosa che le rispecchi e mi pare anche giusto: le due sorelle si definiscono anime erranti, profondamente innamorate dei viaggi verso luoghi remoti, poco battuti dal turismo, aperte in modo sincero verso il mondo con i suoi colori, odori, profumi e sensazioni, amanti della Natura e della Terra da custodire con sensibilità e rispetto.

Inevitabile quindi che Saneras rifletta questo sentire armonico tra essere umano e Natura, scegliendo materiali di alta qualità, naturali e sostenibili e proponendo capi che si affrancano dai trend passeggeri, perché l’idea è quella di una bellezza eterna, fatta per durare nel tempo, quindi, sì, anche classica ma ricca di dettagli inattesi e accattivanti.

Saneras FW1819 – courtesy of Saneras

Saneras, oltre ai materiali sostenibili, vuole sostenere anche la produzione di moda locale, perciò i capi sono studiati, disegnati e realizzati con la collaborazione di selezionati laboratori artigianali di Roma, piccole realtà ambasciatrici della cultura sartoriale italiana.

Le collezioni si sviluppano intorno al concetto di ‘capsule wardrobe’, una rappresentazione essenziale del guardaroba femminile, con lo scopo di fornire a ogni donna capi essenziali ma funzionali nelle combinazioni e porre più attenzione su ogni singolo capo, rendendo l’esperienza del vestire Saneras un calmo riappropriarsi di tempo e sensazioni. Insomma, qualità e non quantità.

‘Richiamo-capitolo I’ è il titolo della ‘capsule wardrobe’ invernale 2018/2019 ed è la rappresentazione estetica dei valori alla base del brand. Le caratterizzazioni dei capi sono un chiaro esempio del know-how sartoriale del brand, coniugato a una visione etica e sostenibile nella scelta dei materiali che comprendono fibre di origine naturale e vegetale certificate GOTS, in mischia tra loro o pure al 100%, trattate per ottenere una mano ‘pesca’ e un finish morbido a contatto con la pelle per un comfort totale.

Parlavo prima di uno stile classico, eterno, fatto per durare nel tempo ma con dettagli inaspettati, come nodi che legano i polsini delle giacche, chiusure avvolgenti e cinte a fusciacca, drappeggi e plissé lì dove meno te li aspetti, ad esempio sul retro di un abito.

Canapa e ortica, fibre tornate alla ribalta negli ultimi anni, sono tra i materiali utilizzati da Saneras; la canapa, che sta tornando a essere coltivata anche in Italia, è une delle fibre più sostenibili perché necessita di poca acqua, sfrutta poco terreno e non ha bisogno di pesticidi o altre sostanze chimiche. Anche l’ortica non richiede l’utilizzo di diserbanti e anti-parassitari ma, rispetto alla canapa, è una fibra molto difficile da coltivare, anche per questo molto pregiata, il tessuto che se ne ottiene presenta una tessitura ‘ariosa’ tipo il lino, ma con una brillantezza simile alla seta.

Anche la scelta del cotone biologico rispetta l’etica del marchio.

All’ultima edizione della Helsinki Fashion Week, dove le ho scoperte, Siliana e Serena hanno portato la prosecuzione della loro ‘capsule wardrobe’ ovvero ‘Richiamo – Capitolo II’, estate 2019. Ciò che mi auguro e che gli auguro è che Saneras sia come un libro infinito ricco di capitoli sempre nuovi e avvincenti che eco-à-porter sarà ben lieto di condividere.

In bocca al lupo ragazze (e sempre w il lupo!😉)

 

 

 

 

 

Notizie sostenibili dall’ultima Parigi Fashion Week

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Forse non mi sono mai scusata con voi, miei cari lettori, per certi vuoti che ogni tanto si creano tra un post e l’altro; mi piacerebbe garantire una certa continuità al blog ma non ne sono sempre in grado, perché seguo anche altri lavori e perché a volte capitano momenti in cui problemi e pensieri mi tengono lontana. Questo è uno di quei momenti, perdonatemi quindi, cerco comunque di esserci, come e quando posso.

Una delle mie altre occupazioni è anche seguire le varie fashion week internazionali; le seguo per una rivista specializzata ma le seguo anche perché solo così posso sapere se anche la moda mainstream inserisce e quindi considera gli eco-designer (come è successo alla Milano Fashion Week per Tiziano Guardini) o se qualche marchio del lusso comincia a  usare tecniche e/o materiali sostenibili nelle proprie collezioni.

È stato quindi un piacere constatare che sempre più designer, e mi riferisco sia a marchi storici del prêt-à-porter che a brand più recenti ma di tendenza, soprattutto tra i giovani, abbiano cominciato a sviluppare una certa sensibilità in questo senso, convincendo anche le dirigenze delle varie case di moda ad abbracciare un certo tipo di policy.

Oggi voglio portare due esempi che vengono da marchi diametralmente opposti sotto tanti aspetti ma che mi hanno piacevolmente sorpreso per le scelte fatte nelle loro ultime collezioni.

Julie de Libran – © IMAXtree.com

Il primo è Sonia Rykiel, storica maison francese fondata dall’omonima designer a fine anni ’60, che si è concentrata da subito sulla maglieria, quindi sulla lana, dandole la stessa importanza che gli altri stilisti normalmente riservavano a tessuti più pregiati. La Rykiel è scomparsa due anni fa e oggi la direzione creativa del marchio è nelle mani di Julie de Libran che, all’ultima Fashion Week parigina, conclusasi pochi giorni fa, ha presentato una collezione dedicata al quartiere Saint Germain e soprattutto al mercato bio della domenica.

Già le note di sfilata riportavano che si trattava della prima collezione che ha utilizzato in modo consistente materiali ‘più gentili con il Pianeta’. Quali? Pelle organica, con cui ha realizzato ad esempio abiti lavorati a macramè sfrangiato, poliestere riciclato e le tettoie delle bancarelle del mercato riciclate per le shopper. Plauso alla de Libran dunque, che ha intercesso con i vertici del marchio per convincerli della necessità di questa svolta sostenibile. Ciò che ci auguriamo ora è che la scelta sia coerente e che abbia dunque seguito. Aspettiamo dunque la prossima collezione.

Virgil Abloh, fondatore di Off-White – © IMAXtree.com

Off-White c/o Virgil Abloh è invece il brand fondato da Virgil Abloh, stilista americano (del momento) di origini ghanesi, vero artista poliedrico o ‘multi-sfaccettato’ come ama auto-definirsi, dato che oltre a fare il designer, è dee-jay, consulente creativo di Kanye West, profumiere, proprietario del proprio marchio, fresco direttore creativo di Louis Vuitton uomo e, il che non guasta, laureato in ingegneria con master in architettura (e ha anche ricevuto una nomination ai Grammy per il Best Recording Package per il ruolo di art director dell’album del 2011 Watch the Throne di Jay-Z/Kanye West). E ha solo 38 anni. Questo enfant prodige a 360°, è diventato, insieme alla sua etichetta, un fenomeno globale; lo streetwear deluxe di Off-White fa impazzire i giovani, roba che se Abloh lancia una tendenza, state sicuri che creerà migliaia, anzi, milioni di adepti in un nano-secondo.

Alle ultime sfilate parigine la sua collezione, ‘Track and Field’, si è imposta perché intrisa di sportswear con capi tecnici ultra-performanti, con l’accattivante aggiunta di elementi sartoriali e di tulle da grande soirée, impossibile quindi non conquistare i vari Millennial e Centennial. Ma ciò che ci è piaciuto di più sono i capi upcycled, realizzati con un collage di calzini della Nike (altro brand con cui Abloh collabora), non solo sostenibili ma anche belli da vedere.

Che poi un colosso mondiale come Nike, comunque non nuovo a pratiche sostenibili, se ne faccia promotore tramite collaborazioni con designer cool e seguitissimi come Virgil Abloh, è un ulteriore fatto positivo, perché coinvolge il vasto mondo dello sport e naturalmente i giovanissimi.

Anche in questo caso auspichiamo che ci sia una continuità, terremo d’occhio il lavoro di Abloh, ammesso che si riesca a seguirlo in tutte le sue varie attività! 😅 Ma a noi ci basta la moda.

Dalle foreste austriache di Lenzing alle atmosfere latine di Juan Carlos Gordillo

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Juan Carlos Gordillo alla Vienna Fashion Week - courtesy of Lenzing

Di Lenzing AG, storica azienda austriaca che opera nel settore tessile, ho già parlato nel blog, per esempio a proposito delle compagnie che si stanno impegnando a produrre viscosa sostenibile; Lenzing è una di queste appunto, con la cellulosa, materiale di base per le sue fibre, che è una componente naturale del legno, estratta e lavorata secondo un modello circolare sostenibile, puntando sulla conservazione delle risorse e sulla protezione dell’ambiente.

Juan Carlos Gordillo – courtesy of Lenzing

Tra i materiali prodotti da Lenzing c’è Tencel™, fibra dalle mille qualità e dai mille usi declinata anche in versione jeans con la denominazione di Tencel™Denim ed è proprio qui che volevo arrivare, perché all’ultima edizione della Vienna Fashion Week appena conclusasi, il designer guatemalteco Juan Carlos Gordillo ha sfilato con una collezione eco-oriented ovvero tra i 30 outfit della collezione, 15 sono stati realizzati con tessuti riciclati e 15, appunto, con Tencel™Denim.

Juan Carlos Gordillo, che ha iniziato la propria attività con un’iniziativa di crowdfunding, non ama seguire le tendenze; il suo stile è piuttosto legato a istinti creativi che nascono dalla passione per l’estetica country ma soprattutto da un vero impegno a lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato. Da qui l’uso di tessuti naturali e riciclati e la costante ricerca di modi sostenibili per produrre i propri abiti.

La collaborazione con Lenzing è quindi nata in modo naturale, con il designer ben lieto di poter utilizzare un materiale realizzato tramite un processo che rispetta l’ambiente e con l’azienda austriaca che, dall’altra parte, ha sostenuto volentieri il lavoro di Gordillo per il suo impegno in una moda eco-sostenibile.

Juan Carlos Gordillo con le sue modelle e Marco Schlimpert, SVP Lenzing – Courtesy of Lenzing

E la collezione? Dal titolo ‘Discover’, è prima di tutto un invito a esplorare noi stessi e ad acquisire consapevolezza del mondo che ci circonda, aprendoci agli scenari più inesplorati. Protagonista una moderna cowgirl che, percorrendo la mitica Route 66, sente nascere un forte desiderio di evasione e di avventura; tradotto, linee oversize alternate a linee slim, abiti di varie lunghezze con applicazioni a contrasto, camicie e giacche patchwork. E poi volant, asimmetrie, stampe floreali, il tutto con un forte accento latino. E il Tencel™Denim con le sue caratteristiche note di blu.

 

Juan Carlos Gordillo ci piace, quindi penso che approfondiremo presto il lavoro di questo designer impegnato e sensibile, magari con un’intervista! E ci piacciono anche le collaborazioni tra brand e aziende quando hanno obiettivi comuni in termini di sostenibilità. Se poi succede a Vienna, un luogo meraviglioso che conosco e amo particolarmente, ancora meglio!

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