19 / Settembre / 2019

eco-a-porter

‘Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza’

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Fibre e tessuti tinti con i colori ricavati dai residui del carciofo bianco di Pertosa

Il 21 marzo scorso, presso l’Auditorium ‘Giuseppe Avolio’ di Roma, anche sede della Cia-Agricoltori Italiani, l’associazione che riunisce gli imprenditori agricoli di tutta Italia, si è tenuta una giornata cui mi sarebbe piaciuto partecipare, se non mi fossi trovata dall’altra parte d’Italia. E allora rimedio oggi con questo post, oltretutto in linea perfetta con gli argomenti solitamente trattati da eco-à-porter.

L’appuntamento romano riguardava la presentazione del volume ‘Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza’, redatto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) insieme a Donne in Campo-Cia, l’associazione italiana di imprenditrici e donne dell’agricoltura e a Cia-Agricoltori Italiani appunto. Il volume è il frutto di un’indagine condotta da queste associazioni sulla produzione eco-compatibile di fibra da fonti naturali e/o di recupero, di filati da tessitura artigianale, tintura e confezioni naturali presenti sul territorio nazionale e rappresenta un impegno nei confronti di un argomento, la sostenibilità, che come abbiamo più volte ribadito nei nostri post e come descritta nell’agenda 2030 dell’Onu, è argomento molteplice e complesso, che coinvolge nello stesso tempo ambiente, economia e società.

La necessità di studiare e sviluppare sistemi di filiera produttiva a minore impatto ambientale anche nel campo dei tessuti, perché si sa e non lo ripetiamo, la moda inquina e “la produzione mondiale di indumenti è destinata a crescere del 63% entro il 2030”, va di pari passo con una filiera del tessile ecologicamente orientata che ha potenzialità enormi e che va quindi sostenuta e incentivata.

‘Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza’ presenta così esperienze di persone che credono e operano nel settore del tessile responsabile e tante di loro sono donne perché, “la vicinanza tra le donne e il tessere è vivissima, nella storia e ancora oggi, come testimonia il grande contributo del mondo femminile alla sostenibilità della filiera dei tessuti naturali, cui apportano valore aggiunto e spiccata sensibilità” (Pina Terenzi, presidente nazionale ‘Donne in Campo’ di Cia-Agricoltori Italiani).

Lino, attrezzi e prodotti nel laboratorio di Assunta Perilli

Allora c’è ad esempio Assunta Perilli, archeologa tessitrice che a Campotosto, paese sulle sponde dell’omonimo lago artificiale in provincia dell’Aquila, ha raccolto l’eredità di nonna Laurina, riscoprendo un’antica varietà di lino autoctona e le sue lavorazioni tradizionali. Questa coltivazione è talmente unica che le Università di Cambridge e di Copenaghen hanno iniziato a studiarla, studi che continuano con il progetto ‘Il lino di Campotosto’, supportato dal Parco del Gran Sasso e i Monti della Laga che, tra l’altro, ha investito Assunta Perilli della carica di ambasciatrice del Parco nel mondo. Assunta ha confezionato anche il kilt donato a Carlo d’Inghilterra dal sindaco di Amatrice nella sua visita dopo il terremoto del Centro Italia.

Ha ricevuto il titolo di migliore donna manager europea dalla European Women Association per i risultati raggiunti nel campo dell’innovazione e della creatività Daniela Troina Magrì, che ha presentato i suoi lavori artistici sulla seta pura, scelta nelle Seterie del Comasco, dove i suoi dipinti vanno a decorare foulard, cravatte, scialli, sciarpe, kaftani. “L’arte, dice Daniela, è strumento di comunicazione umana nel senso di completezza dell’umanità con tutte le sue caratteristiche, il suo vissuto, la sua capacità di esprimere cose belle e di migliorare la qualità della vita”.

I foulard in seta di Daniela Troina Magrì

Non solo storie al femminile però; il fiorentino Stefano Panconesi, quarta generazione di tintori naturali, dal bisnonno che tingeva le trecce di paglia per i cappelli sulle colline fiorentine, al babbo Memo che gli ha trasmesso la passione per questa attività, mette a sua disposizione la grande esperienza maturata in questo campo nel biellese dove, dal 2010, collabora con la tintoria IRIDE di Adorno Micca, creando all’interno un reparto di tintura in pezza (tintura applicata a tessuti di varie metrature) con coloranti naturali certificata ICEA-GOTS.

Il volume naturalmente raccoglie tante altre esperienze che toccano sia la coltivazione che la tessitura e la tintura di fibre naturali, alcune impensabili come quella realizzata con le foglie del carciofo bianco.

Per chi fosse interessato ‘Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza’ si può scaricare sul sito dell’ISPRA. Per quanto ci riguarda, credo che in futuro andremo a conoscere da vicino i protagonisti di queste storie, per vederli sul campo e toccare con mano i loro prodotti e creazioni.

A-lab Milano, da caso-studio ad atelier, “luogo prima che brand”

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Alessandro Biasi

I miei lettori più attenti si saranno forse accorti che questo mese l’intervista non è uscita di 23 come d’abitudine; è stato un periodo molto intenso e stavolta, nonostante ci abbia provato, non sono riuscita a tenere fede all’appuntamento ma poco male, eccoci qua, agli sgoccioli di marzo, con Alessandro Biasi, fondatore e direttore creativo di A-lab Milano, che Aquafil mi ha introdotto nella scorsa intervista.

Come sempre quando comincio le mie interviste con un designer, mi piace conoscere gli inizi e soprattutto qualcosa di particolare che ‘ha segnato la strada’ per arrivare a fare ciò che fa. Ti va di raccontarti, Alessandro Biasi?

Ciao Barbara, grazie per questa chiacchierata sul tema della sostenibilità che sento molto vicino. Quando mi chiedono come ho cominciato sorrido, perché i miei ricordi vanno ai miei primi esperimenti con forbici, ago e filo (o, più spesso, colla e tanto nastro adesivo!). Ero un bimbo vivace cui piaceva immaginare mondi fantastici e avventure e le mie ‘collezioni’ erano disegnate per i personaggi che amavo impersonare: samurai, ninja e un sacco di supereroi, con un posto speciale per Batman! Di quella fase porto ancora con me l’amore per il ‘saper fare’, per lo ‘sporcarsi le mani’, mettendomi sempre in prima persona nella creazione dei capi per non perdere di vista ciò che voglio raccontare.

Dopo quella fase di gioco e sperimentazione sono passati diversi anni e mi sono trovato (ancora una volta quasi per gioco) a realizzare degli sketches per una mia amica che in quel periodo stava frequentando una scuola di moda. Io frequentavo una scuola d’arte ma presto ho avuto voglia di sperimentare mondi diversi da quello di accademia. E l’occasione è arrivata quando, vedendo i miei disegni, una delle insegnanti di questa amica, volle conoscermi. Da quel momento grazie a lei, pur non essendo mai stato amante della moda in senso letterale, ne ho scoperto il lato più puro e creativo, soprattutto attraverso il lavoro di John Galliano e Alexander McQueen, nei quali ho ritrovato molti legami con il mondo dell’arte da cui provenivo. Dopo aver frequentato la NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) a Milano, tutto si è poi sviluppato in modo quasi naturale. La decisione di fondare un marchio che rispecchiasse l’idea di donna che avevo in mente è stata un processo fatto ancora una volta di sperimentazione. Per la mia tesi di laurea avevo organizzato un gruppo di lavoro, un collettivo creativo, che lavorasse in sinergia per realizzare collezioni fatte da pezzi unici, numerati e non ripetibili. L’atmosfera era quella di un atelier contemporaneo, un laboratorio di idee che è rimasto il mio più grande riferimento. Una volta laureatomi ho sentito che quel gruppo di persone aveva creato molto di più di un caso-studio per una tesi di laurea e ho voluto dare vita ad A-lab Milano, un luogo, prima che un brand, in cui esprimere le mie visioni, supportato da un continuo confronto con altre persone e diverse discipline.

Una bella evoluzione! E a proposito delle tue creazioni, nel sito le descrivi come “architetture nitide”, pensate come fossero un edificio disegnato sul corpo. E poi parli del “naturale e dell’artificiale” che convivono. Me lo ‘traduci’ in abiti, tessuti, superfici, dettagli?

Un modello della p/e 2019 di A-Lab Milano

Quelle parole sono di una scrittrice, oltreché carissima amica, che mi ha regalato alcune righe preziose sul mio lavoro, parole in cui mi ritrovo perché ritengo che esprimano i punti chiave della mia ricerca. L’architettura si traduce in abito quando, pur assecondando necessità e forme del corpo, le esalta e definisce. Con nitido mi piace intendere immediato, netto, senza chiassose sovrapposizioni spiccatamente decorative. Voglio che i miei abiti siano insieme complessi per chi conosce la materia, l’arte della sartoria e la storia del costume, ma immediati e comunicativi anche per un osservatore inesperto. Ho sempre amato le contrapposizioni di elementi diversi e al lusso naturale di cotoni e sete mi piace affiancare tessuti tecnici dalle alte prestazioni. Questo è successo quando molti anni fa ho sperimentato l’uso del neoprene, tessuto rubato allo sport, ricamandolo e arricchendolo con tecniche tradizionali di decorazione, ma anche recentemente con la sperimentazione della stampa digitale su ECONYL®.

ECONYL, appunto. Com’è cominciata la collaborazione con Aquafil e quali sono stati i traguardi raggiunti? Avete in mente altri progetti?

Da sinistra: Alessandro Biasi, Valentina Siragusa, Livia Firth, Carlo Capasa, Roberta Bonazzi e Giulio Bonazzi

La collaborazione con Aquafil è nata proprio da alcune ricerche che stavo effettuando con il mio studio per il concept di un progetto con cui nel 2018 ho partecipato alle selezioni per i Green Carpet Fashion Awards di Eco-age e della Camera Nazionale della Moda. Cercavo un tessuto sostenibile che non presentasse il tipico aspetto grezzo dei tessuti di origine vegetale. Inoltre non mi piaceva l’idea che venisse considerato sostenibile qualcosa che è spesso realizzato tramite un intenso sfruttamento del terreno. Mi sono quindi imbattuto in Aquafil e subito innamorato dell’aspetto tecnico di ECONYL. Recuperando un po’ dell’intraprendenza di quando si è studenti, mi sono messo in contatto con l’azienda e ho trovato in Aquafil un interlocutore immediatamente entusiasta. Pur non avendo raggiunto le fasi finali del concorso abbiamo fortemente voluto mantenere viva la collaborazione e da subito tracciato insieme le linee guida di un nuovo progetto. Ho quindi disegnato due abiti perché fossero realizzati in ECONYL per la serata di consegna dei Green Carpet Fashion Awards, uno di questi indossato da Roberta Bonazzi, la splendida moglie di Giulio (CEO & Chairman di Aquafil) e l’altro da Valentina Siragusa, mia grande amica e musa, con cui abbiamo realizzato anche un progetto video sostenuto da Aquafil. Ma la collaborazione non si è fermata ed ECONYL è entrato a pieno titolo a far parte della mia collezione per l’autunno inverno 2019/20, dando vita ad una capsule di cinque pezzi molto forti stampati realizzati in atelier. Di questa famiglia fa parte anche un abito che ho realizzato sempre per Roberta Bonazzi, che ha preso parte all’esclusiva serata di gala legata alla sostenibilità e organizzata da Maison de Mode a Los Angeles, durante la settimana degli Oscar recentemente conclusasi. Sul futuro preferisco non sbilanciarmi ma sicuramente sento Aquafil un prezioso alleato.

Oltre alla tua collaborazione con Aquafil, in cosa consiste il tuo impegno nella sostenibilità?

Posso dire che il mio impegno nella sostenibilità sia un obiettivo quotidiano. Spesso non ci accorgiamo che gesti semplici come spegnere la luce o chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci laviamo i denti, sono piccoli segni di rispetto per il nostro pianeta. Nel mio lavoro cerco di selezionare tessuti di origine certificata e di dare a ogni capo il peso di qualcosa che occupa un posto in più nel mondo, un mondo che è così pieno di vestiti che dovrebbe essere arricchito soltanto da capi davvero speciali.

Ottima risposta, che condivido in pieno. Alessandro, lo chiedo a te come a ogni mio intervistato: potremo un giorno parlare di eco-à-porter?

Sono certo di sì, perché la sostenibilità oggi non è soltanto un obiettivo ma anche e soprattutto una grande necessità. La moda è da sempre la più sensibile cartina al tornasole dei cambiamenti sociali e oggi deve fare i conti anche con quelli climatici, di cui è parzialmente responsabile. So di essere in buona compagnia tra i designer della mia generazione impegnati a disegnare un futuro più consapevole e sostenibile.

Certo che lo sei e a noi di eco-à-porter piace scoprirvi ogni giorno. Alessandro, anch’io ti ringrazio di questa bella chiacchierata, tienimi aggiornata sulle tue creazioni e collaborazioni sostenibili!

Per quanto riguarda invece la prossima ‘Intervista del mese’ dispenso Alessandro Biasi dalla ‘nomination’ perché il 23 aprile comincerà la settimana della Fashion Revolution e riprenderemo la rubrica nel mese di maggio.

‘Embedded’ all’ISKO Denim Seminar in quel di Castelfranco Veneto

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Ai miei più fedeli lettori, a chi insomma sono mancati i miei articoli e si è anche chiesto che fine avessi fatto, eccomi rientrata alla base. Sulla pagina Facebook di eco-à-porter qualche giorno fa ho pubblicato un post relativo proprio ai motivi della mia assenza, che ovviamente sono andati a sommarsi ad altri impegni ma di questo credo vi importi poco. Quindi, il mio post di rientro lo dedico proprio all’esperienza che mi ha portata in quel di Castelfranco Veneto, su al Nord-Est, a seguire un seminario molto intensivo sul denim organizzato da ISKO, colosso mondiale del denim di cui abbiamo parlato più volte per il suo impegno nella sostenibilità.

Il ‘Denim Seminar’, tenutosi il 18 e 19 marzo scorsi a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, nella Creative Room, il centro italiano di ISKO specializzato in design e ricerca stile, fa parte del più ampio progetto formativo ISKO I-SKOOL, rivolto agli studenti delle scuole di moda, ai loro insegnanti e ai designer specializzati nel denim, cui vengono offerti laboratori ed esperienza nel settore, oltre all’opportunità di partecipare al contest che ogni anno si sviluppa attorno a una particolare tematica.

Uno dei locali della Creative Room

Ed è proprio dalla Creative Room che viene il tema su cui i finalisti del concorso, provenienti dalle scuole di moda più importanti del mondo, lavorano seguiti costantemente dal team creativo di Isko e il seminario è in questo senso un’importante occasione di incontro, scambio e formazione. Avendolo seguito da vicino entrambi i giorni, posso dire che è proprio così!

Rosey Cortazzi

La full immersion è stata inaugurata da Rosey Cortazzi, ISKO Global Marketing Director, che, presentando ISKO e il suo ruolo di produttore globale di denim, ha puntato molto sulla sostenibilità, non nascondendo che si tratta di un discorso complesso, dalle mille sfaccettature, che abbraccia tutte le fasi di produzione del tessuto, a partire dal principale ingrediente, che è il cotone organico certificato. Ironica Rosey quando, parlando proprio di sostenibilità, l’ha paragonata al sesso adolescenziale ovvero tutti ne parlano ma pochi lo fanno davvero. Touché!

Dopo un breve excursus sulla storia del denim introdotto da Jacques Stuyt, ISKO Senior Sales Manager, la lezione ‘From field to fabric’ (‘Dalla pianta al tessuto’) di Baris Ozden, ISKO R&D Manager, ha esaminato i passaggi che trasformano il cotone grezzo in filato e poi in tessuto, un processo elaborato sottoposto ai più rigidi controlli qualitativi per rispettare le certificazioni di cui ISKO gode e che coprono tutto il Life Cycle Assessments (LCA), una metodologia globalmente riconosciuta utilizzata per valutare e quantificare l’impronta ambientale di un prodotto lungo il suo intero ciclo di vita, dalla materia prima appunto al prodotto finito. A Baris ho poi chiesto che significato ha per lui il termine ‘sostenibilità’, naturalmente applicata al suo lavoro e la risposta è stata “innovazione responsabile” ovvero un miglioramento continuo e responsabile in tutte le fasi della produzione, dalla filatura alla finitura e che questa responsabilità sia trasmessa anche al cliente finale.

Perché in effetti, se ci pensiamo bene, ‘sostenibilità’ può volere dire tutto e niente, soprattutto quando si pensa a una produzione tanto complessa come quella che trasforma un materiale grezzo in qualcosa di ben più articolato, come un filato, come un tessuto. I fattori in gioco sono molteplici e allora ‘responsabilità’ credo sia il termine giusto: responsabilità nella coltivazione (della pianta del cotone, in questo caso), responsabilità nella lavorazione, responsabilità nei confronti di chi quel materiale lo coltiva o lo raccoglie o, ancora, lo lavora. E così via.

Altre lezioni interessanti, dalla trasformazione del tessuto in capo finito alla modellistica, dal finissaggio all’innovazione in chiave sostenibile, sono state tenute sia dai membri interni della Creative Room sia dai partner ufficiali di ISKO, come Reca Group, azienda italiana specializzata in etichette, cartellini e packaging, Riri Group, produttrice di cerniere, Jeanologia, compagnia spagnola che sviluppa tecnologie eco-efficienti nel settore delle finiture, quindi trattamenti e lavorazioni con il laser ad esempio. Di Jeanologia ho visto in azione, presso la lavanderia industriale Everest, dei macchinari di ultima generazione in grado di velocizzare o sostituire tutte le lavorazioni vintage sul capo, realizzando anche stampe all over.

Presente tra i partner anche Lenzing, l’azienda austriaca di cui abbiamo parlato più volte per il suo impegno nella produzione sostenibile (o dovremmo dire responsabile😉) di fibre di Modal, viscosa e Lyocell, con la dettagliata presentazione di Hale Öztürk, Project Manager di Lenzing, che ha illustrato le diverse fasi di produzione delle fibre la cui materia prima deriva dalla polpa del legno, proveniente da foreste certificate (quindi non foreste antiche e in via di estinzione) con la supervisione della ONG Canopy. I sottoprodotti della polpa hanno poi diverse destinazioni, come lo xylan che diventa poi xilitolo per i chewing gum o l’acido acetico utilizzato nell’industria alimentare, mentre il sistema di produzione a ‘ciclo chiuso’ permette di controllare le emissioni e i tassi di recupero chimico.

La presentazione di Hale Öztürk per Lenzing

Ultimo ma non meno importante appuntamento del seminario, il workshop con Marina Tonella, qualcosa di diverso rispetto alle presentazioni classiche, mirato a stimolare lo sviluppo creativo degli studenti, toccando il loro modo di osservare, parlare, ascoltare. Perché per esprimere al meglio la propria creatività c’è da aprire la mente, guardandosi dentro e anche fuori.

Il workshop di Marina Tonella

Con la testa piena di cose sono tornata al mio blog e i ragazzi alle loro scuole, dove continueranno a lavorare per il concorso che avrà il suo momento finale il prossimo luglio a Berlino durante la Fashion Week. Avremo modo di riparlarne. Intanto vorrei concludere con le parole di alcuni dei finalisti, cui ho chiesto cosa significa per loro ‘sostenibilità’ e come vorrebbero applicarla al loro futuro lavoro.

Danielle Cinelli, 24 anni, da Los Angeles, Denim Design Professional:Sostenibilità per me significa trovare modi per migliorare la produzione della merce, un passo alla volta. Un’azienda o una produzione sostenibili non si verificano da un giorno all’altro, sono necessari piccoli passi. La sostenibilità sta per esempio riducendo il consumo di acqua, l’uso di prodotti chimici e gli scarti di denim o di altro tessuto. Si tratta di essere intelligenti nella creazione di modelli per avere meno sprechi e anche trasparenti nei confronti del consumatore. Per quanto mi riguarda mi sforzo di imparare il più possibile sulla tecnologia laser e sui processi e i macchinari eco-compatibili. Un giorno spero che il mio prodotto rientri nella linea eco-americana con componenti chiave come tessuti in denim etico, poca acqua e zero prodotti chimici”.

Carmen Moser, 25 anni, da Berlino, Denim Design Professional: “La prima cosa che mi viene in mente quando penso alla sostenibilità è la durata, qualcosa che duri nel tempo, quindi di conseguenza la qualità dei materiali che si utilizzano per fare un determinato prodotto. Ma una moda sostenibile coinvolge per me anche il concetto di genderless, qualcosa aperto a tutti, senza barriere di genere. E poi, mi vengono in mente la tutela dei diritti dei lavoratori e la consapevolezza dei consumatori; uno degli scopi del mio lavoro è e sarà proprio quello di educare le persone alla responsabilità e in generale penso che questo sia uno dei compiti principali di ogni designer”.

Mao Xiuquing, 33 anni, da Hangzhou, Zhejiang, Cina, Denim Design Professional. Parlando poco l’inglese, Mao ha voluto comunicarmi il concetto di sostenibilità con delle immagini relative alla sua interpretazione del tema del concorso ‘New denim codes’, che naturalmente non mostrerò per ovvi motivi ma che posso riassumere dicendo che l’idea è quella del ‘non si butta via niente’, che ‘tutto è caro’, come da tradizione cinese e che qui si adatta a una visione multidimensionale di tagli e pieghe che si adattano alla forma del corpo, accogliendola.

L’upcycling di Irene Elena va a … Random!

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Demetra 'Le dee dentro la donna' by Random Moda

Il week-end scorso si è tenuta a Milano la nuova edizione di ‘Fa’ la cosa giusta’, fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili che noi di eco-à-porter abbiamo visitato l’anno scorso, scoprendo diversi marchi di cui abbiamo poi parlato individualmente, perché ci piacevano.

Non li abbiamo però esauriti, anzi, oggi tocca a Random, il cui nome completo è Random Upcycling Ethic Couture e non è difficile intuire il perché; la filosofia del marchio, fondato nel 2015 da Irene Elena Roliti, emiliana di Castelvetro, è l’upcycling, tecnica che ritorna spesso nei nostri post, basata, ci piace ricordarlo, sull’ottenere qualcosa di nuovo e di maggiore valore da qualcosa di usato, scartato e di valore minore. Irene Elena di questa tecnica ama tutto, a partire dal termine inglese ‘up’ e ‘recycling’ che “indica chiaramente l’intento di fare qualcosa di maggior valore. Non si tratta di semplice riciclo, in quell’ ‘up’ c’è la creatività, l’artigianalità, la cura nel trasformare uno scarto in qualcosa di nuovamente bello”.

Irene Elena Roliti in un’immagine che ci ha fornito per gli ultimi auguri natalizi

Ma da dove viene questa passione della designer emiliana per l’upcycling? E cos’è che l’ha portata a fondare un marchio che unisce moda etica e couture? Beh, alcuni di noi hanno la fortuna di capire fin da bambini cosa vogliono ‘fare da grandi’, così Irene Elena, che sapeva, già da piccolissima, di voler fare la stilista e che faceva pratica creando abiti per le sue Barbie, per poi passare ai vestiti dei cugini più grandi che, essendo di seconda mano, potevano essere tagliati e modificati. A 13 anni, con la prima macchina da cucire e il primo giornale ‘Burda’ con i cartamodelli, la passione aumenta, insieme alla possibilità di sperimentare e creare da se anche i propri abiti.

Dopo gli studi d’Arte, all’Istituto Secoli, scuola di moda di alta formazione, la designer scopre la modellistica e se ne innamora tanto da dire “da subito ho avuto la sensazione di conoscere già questa meravigliosa materia e che la scuola mi stava soltanto rinfrescando la memoria”. 

Gli ingredienti ci sono ormai tutti e quello di lavorare su scarti e usato, già sperimentato nell’adolescenza, si aggiunge ufficialmente dopo un viaggio a Londra, nel 2012, esperienza che Irene Elena mi aveva raccontato anche quando l’ho conosciuta in fiera: “Ero nel centro della via principale dello shopping, che rispetto al centro storico della mia città è enorme. Mi venne una bizzarra considerazione: ma com’è possibile che la gente riesca a indossare tutti gli abiti di questi infiniti negozi? L’offerta mi sembrava sproporzionata rispetto alla domanda o alla reale necessità. E sempre a Londra ho potuto vivere la realtà dei Charity Shop, veri e propri negozi dell’usato derivante da beneficenza. Questo fenomeno era poco diffuso in Italia, relegato alle chiese e a luoghi poco accattivanti”.

Un modello by Random

E così, tre anni dopo, nasce Random. E ‘Random’ perché? Sì, la casualità c’entra, in un certo senso o meglio, c’entra per essere smentita perché, come dice il libro di Robert H. Hopcke ‘Nulla succede per caso’, che a Irene Elena ha cambiato la vita, esistono degli eventi simbolici, delle ‘sincronicità’ che ci guidano nella vita, si tratta di coincidenze significative che hanno un senso, anche se non ce ne accorgiamo. Per esempio, se gettiamo casualmente dei colori su un foglio o dei tessuti su un tavolo, in realtà ci stiamo affidando all’intuito e alla creatività. 

E così le creazioni di Irene Elena sono un mix di tutte queste cose, con una componente anche magica e spirituale insieme, come nella sua ultima collezione ‘Le dee dentro la donna’ ispirata al libro omonimo di Jean S. Bolen, in cui vengono descritte tutte le tipologie di donna attraverso sette dee greche che coincidono con altrettanti archetipi di femminilità. A questo concetto la designer ha unito quello dei chakra indiani ovvero ogni abito rappresenta non solo una dea ma anche un chakra affine a quella personalità, con il suo colore e con l’abito costruito in modo da esaltare la parte del corpo ad esso collegato. 

Si tratta di una collezione più artistica che commerciale, molto couture, ma serve come spunto per i dettagli di abiti ordinabili su misura. Irene Elena ci tiene a sottolineare che il servizio fotografico di ‘Le dee dentro la donna’ è stato realizzato in collaborazione con gli studenti dell’istituto d’arte A. Venturi di Modena, la sua ex scuola superiore e che le foto sono state fatte nelle location del centro storico di Modena abbinate alle caratteristiche simboliche affini all’abito (ad esempio la dea Atena davanti all’accademia militare di Modena, la dea Demetra, dea della maternità e del nutrimento, al mercato coperto, la dea Era, dea del matrimonio, davanti al municipio e così via).

Ora la designer sta lavorando alla nuova collezione ispirata al cammino di Santiago, fatto l’anno scorso ad agosto; le cupole interne delle chiese, le vetrate delle cattedrali gotiche, i colori della natura, le frasi che i pellegrini scrivono lungo il percorso e i simboli ufficiali che sono la conchiglia e la croce di Santiago saranno tradotti in abiti e dettagli. Con un’eventuale aggiunta delle tinture naturali con le erbe, sia per avere colori più in linea con la collezione sia per poter essere ecologica anche sotto questo aspetto. 

Perché, dice Irene Elena, essere eco al 100% è davvero un’impresa ma ogni volta ci si migliora un po’.

Ultima cosa ma non meno importante, Random ha appena aderito a un progetto di vendita all’interno di un pop up store a New York nel prossimo mese di aprile, insieme a una decina di altri marchi italiani. Splendida opportunità per l’upcycling di Irene Elena, non possiamo che farle il nostro in bocca al lupo e sempre viva il lupo!

‘Abitario’, la maglia a servizio del corpo (che abita)

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Abitario - hands

Ebbene sì, eco-à-porter ha delle simpatie. Un designer o un marchio per piacerci non devono solo fare delle belle cose etiche ma avere anche quel non-so-che che lo caratterizza, una sorta di peculiarità che lo accompagna collezione dopo collezione, creazione dopo creazione, rendendolo riconoscibile e dandogli credibilità. Ci piace una certa coerenza, quel tratto distintivo che ritorna e ce lo fa apprezzare come la prima volta che ne abbiamo parlato. Poi, forse, chissà, è anche questione di affetto, di una simpatia particolare per chi ci ha accompagnato dai primi mesi di questa avventura, apprezzando il nostro lavoro e sostenendoci a sua volta.

E’ il caso di Denise Bonapace, la poliedrica creativa di cui abbiamo parlato la prima volta un anno fa e che periodicamente torniamo a nominare, l’ultima per ‘Vestimenta – Abiti Abitati’ documentario che ha tra l’altro vinto il Sarajevo Fashion Film Festival lo scorso dicembre. Di Denise ci piace quel suo sfuggire alle etichette per creare percorsi inediti e originali che vanno ben oltre la moda stessa, abbracciando più discipline, come la sociologia, la filosofia, insomma, tutte quelle materie legate in un modo o nell’altro alla cultura del vestire.

RicamaRiparaApplica’ – Allegra1 – costa1x1, finezza 12

Oggi torniamo a parlare di Denise Bonapace per il suo nuovo progetto dal nome significativo di ‘Abitario‘, perché uno dei concetti alla base del lavoro della designer è l’abito come casa che si pone al servizio del corpo, valorizzandolo e valorizzando la personalità di chi lo indossa. Un abito quindi che può e deve essere anche imperfetto ma contemporaneamente perfetto perché si adatta alla persona, al suo carattere, alle sue esigenze. Oltre ogni dettame della moda, oltre ogni tendenza.

‘Abitario’ nasce come collettivo che progetta e realizza capi artigianali di maglieria attraverso un percorso di ricerca che applica le tecniche tradizionali del lavoro a maglia in modo sperimentale. A farne parte, oltre alla stessa Bonapace, ideatrice del progetto, un gruppo eterogeneo per formazione, provenienza ed esperienza, composto da diverse personalità artistiche e artigianali. Nel sito di Abitario potete conoscere le identità di ogni ‘maker‘, così si chiamano le creatrici dei capi, ognuna con una propria storia che si riflette nella maglia che realizza. “Il movimento dei maker” come spiega Denise “ha una matrice sociale e artigiana, con un approccio pratico sintetizzabile con il motto ‘capire facendo’, uno spirito pragmatico mosso da una visione creativa che ‘Abitario’ fa proprio in ogni suo progetto.

E i capi prodotti? Propongono un nuovo rapporto tra corpo e abito, tra invenzione e realizzazione, vestendo individualità e personalità, lasciandosi alle spalle, come dicevamo prima, trend di stagione e modelli di riferimento. E chi indossa un capo ‘Abitario’ non lo fa di certo passivamente ma instaurandoci un rapporto esclusivo di valorizzazione reciproca, ecco perché la taglia è sostituita da volumi adattabili e l’etichetta da un vero e proprio passaporto con informazioni su provenienza, progetto, lavorazione e persino uno spazio apposito per note future!

‘RicamaRiparaApplica’ – Chiara1 – Maglia rasata finezza 12

‘Abitario’ si pone così anche come modello di moda etica e sostenibile, non solo per la totale trasparenza di tutta la filiera produttiva (cosa volere di più di una carta d’identità del proprio abito?!) ma anche perché l’idea di partenza si basa sull’utilizzo di materiali recuperati nei grandi centri di raccolta dell’usato nel distretto di Prato. ‘No waste’ quindi ma solo tanta creatività e trasformazione del vecchio in qualcosa di nuovo, come vuole la pratica sempre più in voga dell’upcycling.

La prima collezione by ‘Abitario’, presentata di recente presso la MyOwnGallery di Superstudio Più a Milano, si chiama ‘RicamaRiparaApplica‘ e, come dice la parola stessa, mette al centro il recupero e insieme la valorizzazione delle irregolarità e delle imperfezioni attraverso l’arte del ricamo, quindi tre momenti diversi in costante dialogo tra loro: “il ricamo, la cui radice deriva dal lemma arabo raqm, che significa segno, strumento potente e arte visiva a tutti gli effetti, il rammendo, dove si enfatizza il difetto anziché nasconderlo e infine l’applicazione, fantasiosa, estrosa e originale”.

‘RicamaRiparaApplica’ – Sofia3 – Maglia a trecce fatto a mano, finezza 5

Nel progetto si è inserita anche la collaborazione con Benedetta Barzini, figura già presente nei lavori passati di Denise Bonapace, che ha realizzato ‘Dialogo con 2 maglioni’ ovvero il tentativo di ‘riportare in vita’ 2 maglioni usati appunto, di cui non si sa nulla, “dandogli una nuova identità, un nuovo padrone e, in definitiva, una nuova ragion d’essere”.

Denise Bonapace, con la stessa Barzini e Paola Baronio, collega e autrice del bel blog ‘La mia camera con vista‘, hanno presentato ‘Abitario’ il 22 febbraio scorso a Connecting Cultures a Milano, dialogando sul valore del progetto nella moda e di come il designer non si occupi solo di abiti ma di Persone che abitano quegli abiti.

E concludo proprio con le parole di Paola Baronio che di ‘Abitario’ scrive: “maglie come oggetti da indossare, dove il corpo trova un’accoglienza e la persona che le sceglie una rappresentazione di sè. Maglie che raccontano storie: di chi le ha create e di chi vorrà indossarle. Storie uniche e irripetibili che trovano un’identità definita nell’espressione di un lavoro collettivo, un percorso di ricerca creativa con l’obiettivo di rappresentare la maglieria nella dimensione inedita di opera d’arte”. 

Nella giungla urbana di Tiziano Guardini

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La giungla urbana di Tiziano Guardini

Stavolta ci sono andata. Ennò, non potevo perdermela di nuovo, la sfilata di Tiziano Guardini intendo. Ormai è da più di un anno che seguo questo designer, è stato ospite della nostra intervista del mese di luglio e protagonista di diversi post, mancava di andare a vedere le sue belle creazioni dal vivo e di scambiare quattro chiacchiere con lui, così ieri alle 16 ero a Milano presso la sala delle Cavallerizze del Museo della Scienza e della Tecnologia ‘Leonardo Da Vinci’ per vedere la sua nuova collezione autunno inverno 2019/2020 ambientata nella ‘giungla urbana’. 

Innanzitutto azzeccatissima la location, allestita grazie al Mentorship Programme di The Bicester Village Shopping Collection e scelta perché trasformabile in un microcosmo eco-sostenibile in cui ogni elemento decorativo s’ispira alla filosofia delle 3R: recupero, riuso, riciclo. Ormai abbiamo imparato a conoscere i codici stilistici di Tiziano Guardini e sappiamo che la sua è una visione che abbraccia la sostenibilità a 360 gradi; in questo caso il designer ha collaborato con Yourban 2030, un’associazione no profit composta da professionisti esperti in tematiche ambientali, sociali e culturali che ha allestito lo spazio come fosse una foresta in fiore con alberi immaginari e grandi foglie sospese per purificare l’aria come avviene in natura.

Nella sala c’erano delle grandi tele realizzate in denim Isko dall’artista Fabio Petani, sospese in aria e trattate con Airlite, una pittura speciale che si attiva con la luce naturale e/o artificiale trasformando gli agenti inquinanti in sali inermi e purificando l’aria dai batteri, fumo e muffe. Quindi credo di essermi anche purificata!

La tela in denim Isko

E la ‘Giungla Urbana’ di Tiziano Guardini tradotta in abiti? Colorata, dinamica, fatta di forme fluide accostate ad altre più affusolate e ricca di dettagli che richiamano la natura e il mondo animale, passioni che muovono da sempre il lavoro del designer. Ci sono le lavorazioni jacquard animalier in tonalità vibranti che decorano i capospalla, il ghepardo che sbuca dal fiore di loto sulla maglieria ma anche sulle calze, realizzate in collaborazione con l’azienda RED. Il filato utilizzato per le calze è un cotone organico Gots prodotto da FILMAR, l’azienda italiana che ha aderito all’impegno Detox di Greenpeace.

Immancabile il denim Isko, proposto anche laserato a effetto leopardato, mentre il filato rigenerato ECONYL ottenuto dal recupero e dalla trasformazione delle reti da pesca dismesse e da vecchi tappeti è stato utilizzato per i piumini (imbottiti con THERMORE prodotto dal recupero delle bottiglie di plastica!) ma anche per la maglieria con delle plissettature che Tiziano mi ha detto in backstage essere lavorazioni nuove ottenute con questo tipo di materiale.

La maglieria in alpaca è invece frutto di una collaborazione con l’azienda peruviana Art-Atlas, la lana delle giacche stile boyfriend è lana rigenerata creata con l’azienda Texmoda Tessuti di Prato, anch’esse aderente al programma Detox e ad altri programmi di sostenibilità.

Insomma questa ‘Giungla Urbana’ si è rivelato un vero lavoro di squadra tra la direzione creativa di Guardini e le aziende produttrici di questi eccellenti materiali, un lavoro che Tiziano non perde occasione di ricordare utilizzando sempre il ‘noi’, una cosa che ho notato sentendolo raccontare la collezione e che ho apprezzato molto.

Come ho apprezzato le sue parole quando gli ho chiesto se c’era una termine che poteva riassumere la sua collezione, oltre all’amore rinnovato per l’ambiente e la natura; mi ha risposto “determinazione”, quella cioè che lo muove a fare “la sua parte” per rendere il mondo della moda più etico, più giusto.

Grazie Tiziano 🙏🏻

Ci vuole una ‘Planet Rehab’ .. come quella di Juan Carlos Gordillo

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Planet Rehab Collection by Juan Carlos Gordillo

Lo scopo di eco-à-porter è da sempre quello di parlare, scoprire e sostenere gli eco-designer, se emergenti ancora meglio. Ad alcuni poi ci affezioniamo particolarmente perché, oltre a essere dei bravi creativi, sono anche delle belle persone. Uno di questi è Juan Carlos Gordillo, lo stilista guatemalteco di cui abbiamo parlato in occasione della Vienna Fashion Week, dove aveva sfilato con una collezione in partnership con l’azienda tessile austriaca Lenzing AG.

La collaborazione tra il designer e Lenzing si è rinnovata con la ‘Planet Rehab Collection’, una capsule che ha visto come partner, oltre alla compagnia austriaca, altre aziende tessili e di abbigliamento internazionali, tutte impegnate a ridurre il loro impatto sull’ambiente.

Planet Rehab Collection by Juan Carlos Gordillo

Gordillo ha lavorato con i tessuti in lyocell TENCEL ™ e TENCEL ™ x REFIBRA ™ di Lenzing, prodotti dal fornitore di tessuti spagnolo Tejidos Royo, pioniere nello sviluppo di materiali lavorati con il lyocell e impegnato da sempre nella produzione di “tessuti con valori”, la cui realizzazione prevede tra le altre cose la riduzione del consumo di energia e delle emissioni di CO2.

Officina +39, italianissima di Biella, ha fornito i coloranti Recycrom, realizzati con indumenti riciclati e scarti tessili elaborati attraverso un sofisticato processo che utilizza solo prodotti chimici sostenibili. I tessuti di scarto sono cristallizzati in una polvere incredibilmente fine che può essere usata come pigmentante.

Tonello, infine, anch’essa italiana, della provincia di Vicenza, si è occupata del lavaggio, mirato a ridurre significativamente il consumo di acqua e di sostanze chimiche pericolose tipicamente associate alla rifinitura del denim.

E il risultato? Quindici abiti femminili che celebrano la vita e la natura con un eccezionale tocco di colore e una decisa influenza latina, tipica dello stile di Juan Carlos Gordillo che dice: “Planet Rehab è il mio tributo all’oceano con i suoi colori profondi e le sue forme fluenti”, un tributo a 360°, dato che materiali e processi legati alla collezione sono il più possibile sostenibili. E continua: “Mentre tutti parlano di sostenibilità, queste aziende hanno il coraggio di creare effettivamente prodotti e processi sostenibili a vantaggio dell’industria, della società e del pianeta. Spero che questa collezione possa ispirare altri designer a dare priorità alla sostenibilità nei loro processi creativi”.

Lo speriamo anche noi Juan!

La ‘Planet Rehab Collection’ è rimasta esposta fino a ieri presso la Munich Fabric Start/Keyhouse, un hub per l’innovazione e la competenza tessili con sede a Monaco di Baviera.

Dietro L’Antina di Maddalena c’è tutto un mondo (eco)

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“Mi chiamo Maddalena, ho 34 anni e a settembre 2016 ho cambiato vita”. Come resistere a una lettera che si apre così, dicendo “ho cambiato vita”? Io, che personalmente sono un’aperta sostenitrice di coloro che con coraggio e un pizzico di incoscienza si buttano in nuove avventure (perché è una vita che lo faccio!), non solo ho letto con piacere la mail di Maddalena ma ho anche deciso di darle uno spazio su eco-à-porter, anche perché la sua scelta di vita abbraccia in pieno la filosofia del blog.

Maddalena, fino al 2016, aveva ciò che oggi è il sogno di tanti suoi coetanei ovvero un lavoro sicuro, “un tempo indeterminato di quelli ‘seri’, vecchio stile, che, cosa non da poco, considerava anche “il lavoro della vita” perfettamente coerente con il proprio percorso di studi. Quindi, nonostante stress, ritmi serrati e qualche momento di sconforto, non pensava affatto a rinunciare a quella stabilità vissuta come un gran privilegio.

La passione e l’interesse per la moda etica e le pratiche sostenibili erano già parte di lei, tanto che alcune attività collaterali avevano a che fare con collaborazioni con il Centro Moda dell’Università Cattolica di Milano e con l’organizzazione di feste di compleanno sostenibili.

E poi? Poi un bel giorno, anche se non ricorda quale sia stato, se c’è stato, l’episodio o il momento che le ha fatto scattare la decisione risoluta di cambiare, Maddalena chiude con “il lavoro della vita” e fa il suo personale salto nel vuoto aprendo, nel centro storico di Vigevano in provincia di Pavia, L’Antina.

Logo de L’Antina

A me il nome ha suggerito da subito qualcosa di magico e anche di nascosto, un po’ come quando si apre appunto l’anta di un armadio senza sapere ciò che si troverà al suo interno. E in effetti è un po’ così perché L’Antina è un negozietto in cui si organizzano swap party, incontri e laboratori creativi, ma dove si possono anche acquistare capi di abbigliamento usato, oggetti realizzati a mano con materiale di recupero e detersivi alla spina. Unico requisito di accesso: essere aperti alla condivisione e alla collaborazione. E, ovviamente, amare la natura!

Swap Party a L’Antina

E così, con L’Antina, Maddalena dà finalmente forma a passioni e interessi che le stanno da sempre a cuore ovvero sostenibilità, condivisione e riciclo. Non solo, con il suo progetto, che da due anni cresce costantemente, cresce anche Maddalena perché “avere un’attività in proprio è una sfida che fa tremare i polsi, ma è una sfida bellissima, che dà la possibilità di essere protagonisti del proprio percorso, in tutte le sue sfumature”. Come non darle ragione?

Proprio perché condivido pienamente la mentalità e le scelte di Maddalena, chiudo il post con la chiusura della sua lettera, che è un esempio per tutti coloro che vorrebbero seguire le proprie passioni realizzando un progetto o cambiando semplicemente vita ma sono frenati da mille dubbi e paure.

“Ultimamente ho messo a fuoco questo: chi sceglie di mettersi al centro del proprio progetto professionale deve lavorare ogni giorno per rendere sempre più sottile e sfumato quel delta che per definizione separa la propria identità personale dal proprio essere lavoratore. Credo che la chiave di volta sia lì: nel rendersi, in modo visibile, anima, logo e manifesto del proprio progetto, ma non come risultato di una strategia di marketing ma nel diventarlo naturalmente, nel riuscire a esprimersi al meglio, nel risolversi diventando espressione visibile dei propri principi. Io ci sto lavorando”.

E anche noi di eco-à-porter.

Teabag1928, tra recupero e metamorfosi

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Le shopper di Teabag1928

Solitamente non amo parlare dei prodotti in pelle, infatti credo che in un anno di blog non ne abbia mai scritto; per un fatto di coerenza non parlo di materiali che non sono cruelty-free e io stessa da anni non acquisto più capi e accessori in pelle. 

Ma oggi faccio un’eccezione e la faccio per Teabag1928, il brand di borse di Stefania e Federica nato nel 2014 nelle Marche (dove risiedo anch’io!) e che, nell’anno della sua fondazione, aveva già vinto il premio della Camera di Commercio ‘Impronta d’impresa innovativa, new made in Italy’.

Stefania e Federica di Teabag1928

Ne parlo volentieri perché la pelle che Stefania e Federica usano per realizzare le proprie creazioni, come gli altri tessuti utilizzati, proviene da avanzi di lavorazione di pelletterie e concerie, fine serie di tessuti, campionari dismessi. E la parola ‘avanzo’, a noi di eco-à-porter, piace, perché richiama tanti altri termini e pratiche virtuose come ‘recupero’, ‘riuso’, ‘upcycling’, ‘economia circolare’.

E il recupero non ha a che fare soltanto con i materiali ma anche con le lavorazioni e le persone. Come con le persone? Sì, perché fin da subito le due designer hanno sentito l’esigenza di ritornare a una dimensione assolutamente territoriale, votata al coinvolgimento di manodopera locale, per lo più femminile e over 40, con una manualità abile ma purtroppo afflitta dalla crisi.

Sporte

Si sa che le Marche sono una regione caratterizzata da un alto profilo artigianale, si pensi solo al comporto calzaturiero ma la crisi, appunto, ha minato il tessuto del territorio e continua a colpire pesantemente aziende e manodopera, quindi ben venga un progetto che si opponga alle delocalizzazioni spinte e dia respiro e opportunità ai lavoratori e alle lavorazioni locali.

Stefania e Federica ammettono di non avere una formazione accademica; si sono formate e si stanno formando tuttora sul campo, imparando le tecniche artigianali da chi opera nel settore da più tempo e sperimentando i materiali giorno per giorno, con un modello di business che non è altro che l’ascolto delle esigenze dei propri clienti.

Teabag1928 si pone così come una micro impresa dai molti valori aggiunti: produce sul territorio con manodopera locale, recupera materiali di scarto ma selezionandoli attentamente e sperimentando con essi, compie una ricerca attenta sui modelli e realizza pezzi unici, nessuno uguale all’altro, quindi prodotti in edizioni limitate e numerate.

E forse è l’unicità il valore più alto del marchio, il privilegio di avere a che fare con qualcosa di irripetibile e unico, appunto, poco contaminato dal sistema moda, che è un valore aggiunto anche questo e di questi tempi.

Dalle sacche alle borse, dalle shopper alle pochette ai foulard, ogni creazione si basa su combinazioni armoniche solo all’apparenza disarmoniche, su tessuti diversi tra loro che si rivelano poi un’epifania per gli occhi.

Dettaglio sacca nera

“Non ci inventiamo nulla” dicono Stefania e Federica “quello che facciamo è osservare il materiale insieme ai nostri modelli, immaginare il prodotto, valutare il sistema di chiusura o la lunghezza dei manici, cercare una soluzione pratica. Assegnare quello che sarà il suo numero identificativo. Immaginare come sarà fotografato. Ecco dopo tutto questo, il risultato è il nostro, con quelle determinate caratteristiche, con quei determinati equilibri, con quegli specifici materiali e quella combinazione di colori”.

Beh, sì, sono soddisfazioni! E comunque sapere di aver creato qualcosa contribuendo alla rigenerazione dei materiali e anche a quella economica, dà un gusto diverso al risultato finale.

Ultima cosa ma non meno importante, Stefania mi rivela che il nome del brand è un omaggio alla mamma, nata nel 1928 e amante della rosa Tea ma che è anche l’acronimo di Totally Eco Addict, un concetto che, casualmente, corrisponde al credo del marchio e a quello delle fondatrici. E anche al nostro!

A Mercatopoli anche gli oggetti hanno un’anima (parte 2)

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“Tutti gli oggetti hanno un’anima”. Potrebbe forse essere scontato che il proprietario di un negozio dell’usato dica così delle cose che vende e ritira, perché chi sceglie di passare le giornate circondato da oggetti appartenuti ad altri, è presupposto abbia una qualche passione in tal senso.

Ma Alessandro Solimei è qualcosa di più di un semplice appassionato. L’ho incontrato nel suo negozio Mercatopoli Parma Sud, dove sono stata a fare l’esperienza di compravendita che ho anticipato nello scorso post e durante la nostra chiacchierata è emerso un concetto poetico e insieme entusiastico della propria professione.

Alessandro mi racconta che ‘tutti gli oggetti hanno un’anima’ 

Mentre camminiamo tra i 1500 metri quadrati di esposizione, in uno spazio luminoso e ben arredato dove ogni tipologia di oggetto ha una propria disposizione, Alessandro mi racconta che ha cominciato nel 2000 con tre attività distinte ma in qualche modo legate tra loro: sgomberi, traslochi e vendita di antichità. Mosso già allora dalla passione per il mestiere, nel 2004 “mette al chiuso” e unisce le tre professioni per poi passare, nel 2008, a Mercatopoli Parma Sud. 

Alessandro definisce Mercatopoli “casa mia”, un piccolo mondo dove ogni cosa, dall’abbigliamento alle calzature alle borse, dai mobili ai libri agli strumenti musicali fino a curiosità introvabili, hanno un proprio spazio e ritrovano anche una dignità forse perduta.

La libreria vista dall’alto

Noi di eco-à-porter siamo interessati soprattutto ad abiti e accessori che si trovano al piano di sopra (bella questa cosa del negozio su più piani, dà proprio l’idea dello store!) ma non possiamo non soffermarci ad esempio nel reparto libri che è in tutto e per tutto una vera libreria divisa per generi e piena di titoli interessanti, dalla letteratura italiana a quella nordamericana, dalla fantascienza alla saggistica.

Al piano di sopra, dove incontro Fiorella, la moglie di Alessandro e anche Nella, la dolcissima cagnolina di famiglia (e qui permettetemi di aggiungere che i luoghi di lavoro dove sono ammessi i cani sono luoghi felici), c’è il vasto reparto abbigliamento uomo/donna, accessori, bigiotteria e tessile, con una sezione dedicata al vintage. 

Io e Alessandro ci sediamo su uno dei divani sistemati comodamente vicino ai camerini e continuiamo la nostra chiacchierata; preferisce parlare di ‘seconda mano’ piuttosto che di ‘usato’ per sottolineare il valore degli oggetti, perché gli piace pensare che le persone glieli affidino perché non vadano perduti, perché qualcuno li ami e li custodisca come hanno fatto loro stessi fino a quel momento. Poetico anche questo, vero? 

Chiacchiere sul divano

Oltre a questo aspetto romantico/sentimentale c’è anche l’idea, che è una vera e propria filosofia di pensiero, del riuso, del re-commerce, della circolarità, oltre che della valorizzazione della singolarità vs l’omologazione e la serialità. Quanto ne abbiamo parlato in questo blog, riguardo ad abiti, tessuti, scarpe ma anche storie, di quanto sia importante riconoscere la qualità, la cura, il lavoro o il vissuto legati a una creazione.

Con il mio bel pull!

Naturalmente dietro il successo di Alessandro Solimei e di Mercatopoli Parma Sud c’è anche tanta formazione e specializzazione, l’attenzione agli oggetti selezionati, alla stagionalità dei prodotti. Ho potuto constatarlo quando, alla fine della nostra chiacchierata, mi sono immersa nei vari reparti, soffermandomi maggiormente in quello dei vestiti, in cui ho anche trovato, portandomelo via, un pull della Pennyblack in ottimo stato che sembrava aspettare solo me😍

L’esperienza di compravendita è stata veloce e piacevole; Giorgia, che mi ha accolto alla cassa, ha registrato l’acquisto con la mia Mercatopoli card, mentre i due blazer di cui parlavo nello scorso post, sono stati ritirati da Fiorella al piano di sopra e chissà chi deciderà di ridargli una ‘nuova vita’. Comunque la sensazione è stata quella di ‘lasciarli in buone mani’. 

Come mi ha detto anche Alessandro, l’atteggiamento delle persone è cambiato, c’è più attenzione al consumo e le pratiche eco-sostenibili stanno entrando nella quotidianità e non solo per un mero aspetto economico.

I luoghi come Mercatopoli offrono sempre qualcosa in più “oltre a ciò che si vede” e si fruisce, l’esperienza dell’inatteso, della sorpresa ma anche del déjà vu. Si torna un po’ bambini. E credo che sia anche valorizzando questo aspetto, come fa Alessandro Solimei nel suo punto vendita di Parma Sud, che si possa insegnare alla gente l’importanza dell’usato, del riuso. Dell’anima delle cose.

Alessandro e Giorgia salutano eco-à-porter!

Tutte le foto sono state scattate da Francesca Chiodi🙏🏻❤️

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