20 / Marzo / 2019
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L’upcycling di Irene Elena va a … Random!

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Demetra 'Le dee dentro la donna' by Random Moda

Il week-end scorso si è tenuta a Milano la nuova edizione di ‘Fa’ la cosa giusta’, fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili che noi di eco-à-porter abbiamo visitato l’anno scorso, scoprendo diversi marchi di cui abbiamo poi parlato individualmente, perché ci piacevano.

Non li abbiamo però esauriti, anzi, oggi tocca a Random, il cui nome completo è Random Upcycling Ethic Couture e non è difficile intuire il perché; la filosofia del marchio, fondato nel 2015 da Irene Elena Roliti, emiliana di Castelvetro, è l’upcycling, tecnica che ritorna spesso nei nostri post, basata, ci piace ricordarlo, sull’ottenere qualcosa di nuovo e di maggiore valore da qualcosa di usato, scartato e di valore minore. Irene Elena di questa tecnica ama tutto, a partire dal termine inglese ‘up’ e ‘recycling’ che “indica chiaramente l’intento di fare qualcosa di maggior valore. Non si tratta di semplice riciclo, in quell’ ‘up’ c’è la creatività, l’artigianalità, la cura nel trasformare uno scarto in qualcosa di nuovamente bello”.

Irene Elena Roliti in un’immagine che ci ha fornito per gli ultimi auguri natalizi

Ma da dove viene questa passione della designer emiliana per l’upcycling? E cos’è che l’ha portata a fondare un marchio che unisce moda etica e couture? Beh, alcuni di noi hanno la fortuna di capire fin da bambini cosa vogliono ‘fare da grandi’, così Irene Elena, che sapeva, già da piccolissima, di voler fare la stilista e che faceva pratica creando abiti per le sue Barbie, per poi passare ai vestiti dei cugini più grandi che, essendo di seconda mano, potevano essere tagliati e modificati. A 13 anni, con la prima macchina da cucire e il primo giornale ‘Burda’ con i cartamodelli, la passione aumenta, insieme alla possibilità di sperimentare e creare da se anche i propri abiti.

Dopo gli studi d’Arte, all’Istituto Secoli, scuola di moda di alta formazione, la designer scopre la modellistica e se ne innamora tanto da dire “da subito ho avuto la sensazione di conoscere già questa meravigliosa materia e che la scuola mi stava soltanto rinfrescando la memoria”. 

Gli ingredienti ci sono ormai tutti e quello di lavorare su scarti e usato, già sperimentato nell’adolescenza, si aggiunge ufficialmente dopo un viaggio a Londra, nel 2012, esperienza che Irene Elena mi aveva raccontato anche quando l’ho conosciuta in fiera: “Ero nel centro della via principale dello shopping, che rispetto al centro storico della mia città è enorme. Mi venne una bizzarra considerazione: ma com’è possibile che la gente riesca a indossare tutti gli abiti di questi infiniti negozi? L’offerta mi sembrava sproporzionata rispetto alla domanda o alla reale necessità. E sempre a Londra ho potuto vivere la realtà dei Charity Shop, veri e propri negozi dell’usato derivante da beneficenza. Questo fenomeno era poco diffuso in Italia, relegato alle chiese e a luoghi poco accattivanti”.

Un modello by Random

E così, tre anni dopo, nasce Random. E ‘Random’ perché? Sì, la casualità c’entra, in un certo senso o meglio, c’entra per essere smentita perché, come dice il libro di Robert H. Hopcke ‘Nulla succede per caso’, che a Irene Elena ha cambiato la vita, esistono degli eventi simbolici, delle ‘sincronicità’ che ci guidano nella vita, si tratta di coincidenze significative che hanno un senso, anche se non ce ne accorgiamo. Per esempio, se gettiamo casualmente dei colori su un foglio o dei tessuti su un tavolo, in realtà ci stiamo affidando all’intuito e alla creatività. 

E così le creazioni di Irene Elena sono un mix di tutte queste cose, con una componente anche magica e spirituale insieme, come nella sua ultima collezione ‘Le dee dentro la donna’ ispirata al libro omonimo di Jean S. Bolen, in cui vengono descritte tutte le tipologie di donna attraverso sette dee greche che coincidono con altrettanti archetipi di femminilità. A questo concetto la designer ha unito quello dei chakra indiani ovvero ogni abito rappresenta non solo una dea ma anche un chakra affine a quella personalità, con il suo colore e con l’abito costruito in modo da esaltare la parte del corpo ad esso collegato. 

Si tratta di una collezione più artistica che commerciale, molto couture, ma serve come spunto per i dettagli di abiti ordinabili su misura. Irene Elena ci tiene a sottolineare che il servizio fotografico di ‘Le dee dentro la donna’ è stato realizzato in collaborazione con gli studenti dell’istituto d’arte A. Venturi di Modena, la sua ex scuola superiore e che le foto sono state fatte nelle location del centro storico di Modena abbinate alle caratteristiche simboliche affini all’abito (ad esempio la dea Atena davanti all’accademia militare di Modena, la dea Demetra, dea della maternità e del nutrimento, al mercato coperto, la dea Era, dea del matrimonio, davanti al municipio e così via).

Ora la designer sta lavorando alla nuova collezione ispirata al cammino di Santiago, fatto l’anno scorso ad agosto; le cupole interne delle chiese, le vetrate delle cattedrali gotiche, i colori della natura, le frasi che i pellegrini scrivono lungo il percorso e i simboli ufficiali che sono la conchiglia e la croce di Santiago saranno tradotti in abiti e dettagli. Con un’eventuale aggiunta delle tinture naturali con le erbe, sia per avere colori più in linea con la collezione sia per poter essere ecologica anche sotto questo aspetto. 

Perché, dice Irene Elena, essere eco al 100% è davvero un’impresa ma ogni volta ci si migliora un po’.

Ultima cosa ma non meno importante, Random ha appena aderito a un progetto di vendita all’interno di un pop up store a New York nel prossimo mese di aprile, insieme a una decina di altri marchi italiani. Splendida opportunità per l’upcycling di Irene Elena, non possiamo che farle il nostro in bocca al lupo e sempre viva il lupo!

‘Abitario’, la maglia a servizio del corpo (che abita)

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Abitario - hands

Ebbene sì, eco-à-porter ha delle simpatie. Un designer o un marchio per piacerci non devono solo fare delle belle cose etiche ma avere anche quel non-so-che che lo caratterizza, una sorta di peculiarità che lo accompagna collezione dopo collezione, creazione dopo creazione, rendendolo riconoscibile e dandogli credibilità. Ci piace una certa coerenza, quel tratto distintivo che ritorna e ce lo fa apprezzare come la prima volta che ne abbiamo parlato. Poi, forse, chissà, è anche questione di affetto, di una simpatia particolare per chi ci ha accompagnato dai primi mesi di questa avventura, apprezzando il nostro lavoro e sostenendoci a sua volta.

E’ il caso di Denise Bonapace, la poliedrica creativa di cui abbiamo parlato la prima volta un anno fa e che periodicamente torniamo a nominare, l’ultima per ‘Vestimenta – Abiti Abitati’ documentario che ha tra l’altro vinto il Sarajevo Fashion Film Festival lo scorso dicembre. Di Denise ci piace quel suo sfuggire alle etichette per creare percorsi inediti e originali che vanno ben oltre la moda stessa, abbracciando più discipline, come la sociologia, la filosofia, insomma, tutte quelle materie legate in un modo o nell’altro alla cultura del vestire.

RicamaRiparaApplica’ – Allegra1 – costa1x1, finezza 12

Oggi torniamo a parlare di Denise Bonapace per il suo nuovo progetto dal nome significativo di ‘Abitario‘, perché uno dei concetti alla base del lavoro della designer è l’abito come casa che si pone al servizio del corpo, valorizzandolo e valorizzando la personalità di chi lo indossa. Un abito quindi che può e deve essere anche imperfetto ma contemporaneamente perfetto perché si adatta alla persona, al suo carattere, alle sue esigenze. Oltre ogni dettame della moda, oltre ogni tendenza.

‘Abitario’ nasce come collettivo che progetta e realizza capi artigianali di maglieria attraverso un percorso di ricerca che applica le tecniche tradizionali del lavoro a maglia in modo sperimentale. A farne parte, oltre alla stessa Bonapace, ideatrice del progetto, un gruppo eterogeneo per formazione, provenienza ed esperienza, composto da diverse personalità artistiche e artigianali. Nel sito di Abitario potete conoscere le identità di ogni ‘maker‘, così si chiamano le creatrici dei capi, ognuna con una propria storia che si riflette nella maglia che realizza. “Il movimento dei maker” come spiega Denise “ha una matrice sociale e artigiana, con un approccio pratico sintetizzabile con il motto ‘capire facendo’, uno spirito pragmatico mosso da una visione creativa che ‘Abitario’ fa proprio in ogni suo progetto.

E i capi prodotti? Propongono un nuovo rapporto tra corpo e abito, tra invenzione e realizzazione, vestendo individualità e personalità, lasciandosi alle spalle, come dicevamo prima, trend di stagione e modelli di riferimento. E chi indossa un capo ‘Abitario’ non lo fa di certo passivamente ma instaurandoci un rapporto esclusivo di valorizzazione reciproca, ecco perché la taglia è sostituita da volumi adattabili e l’etichetta da un vero e proprio passaporto con informazioni su provenienza, progetto, lavorazione e persino uno spazio apposito per note future!

‘RicamaRiparaApplica’ – Chiara1 – Maglia rasata finezza 12

‘Abitario’ si pone così anche come modello di moda etica e sostenibile, non solo per la totale trasparenza di tutta la filiera produttiva (cosa volere di più di una carta d’identità del proprio abito?!) ma anche perché l’idea di partenza si basa sull’utilizzo di materiali recuperati nei grandi centri di raccolta dell’usato nel distretto di Prato. ‘No waste’ quindi ma solo tanta creatività e trasformazione del vecchio in qualcosa di nuovo, come vuole la pratica sempre più in voga dell’upcycling.

La prima collezione by ‘Abitario’, presentata di recente presso la MyOwnGallery di Superstudio Più a Milano, si chiama ‘RicamaRiparaApplica‘ e, come dice la parola stessa, mette al centro il recupero e insieme la valorizzazione delle irregolarità e delle imperfezioni attraverso l’arte del ricamo, quindi tre momenti diversi in costante dialogo tra loro: “il ricamo, la cui radice deriva dal lemma arabo raqm, che significa segno, strumento potente e arte visiva a tutti gli effetti, il rammendo, dove si enfatizza il difetto anziché nasconderlo e infine l’applicazione, fantasiosa, estrosa e originale”.

‘RicamaRiparaApplica’ – Sofia3 – Maglia a trecce fatto a mano, finezza 5

Nel progetto si è inserita anche la collaborazione con Benedetta Barzini, figura già presente nei lavori passati di Denise Bonapace, che ha realizzato ‘Dialogo con 2 maglioni’ ovvero il tentativo di ‘riportare in vita’ 2 maglioni usati appunto, di cui non si sa nulla, “dandogli una nuova identità, un nuovo padrone e, in definitiva, una nuova ragion d’essere”.

Denise Bonapace, con la stessa Barzini e Paola Baronio, collega e autrice del bel blog ‘La mia camera con vista‘, hanno presentato ‘Abitario’ il 22 febbraio scorso a Connecting Cultures a Milano, dialogando sul valore del progetto nella moda e di come il designer non si occupi solo di abiti ma di Persone che abitano quegli abiti.

E concludo proprio con le parole di Paola Baronio che di ‘Abitario’ scrive: “maglie come oggetti da indossare, dove il corpo trova un’accoglienza e la persona che le sceglie una rappresentazione di sè. Maglie che raccontano storie: di chi le ha create e di chi vorrà indossarle. Storie uniche e irripetibili che trovano un’identità definita nell’espressione di un lavoro collettivo, un percorso di ricerca creativa con l’obiettivo di rappresentare la maglieria nella dimensione inedita di opera d’arte”. 

Nella giungla urbana di Tiziano Guardini

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La giungla urbana di Tiziano Guardini

Stavolta ci sono andata. Ennò, non potevo perdermela di nuovo, la sfilata di Tiziano Guardini intendo. Ormai è da più di un anno che seguo questo designer, è stato ospite della nostra intervista del mese di luglio e protagonista di diversi post, mancava di andare a vedere le sue belle creazioni dal vivo e di scambiare quattro chiacchiere con lui, così ieri alle 16 ero a Milano presso la sala delle Cavallerizze del Museo della Scienza e della Tecnologia ‘Leonardo Da Vinci’ per vedere la sua nuova collezione autunno inverno 2019/2020 ambientata nella ‘giungla urbana’. 

Innanzitutto azzeccatissima la location, allestita grazie al Mentorship Programme di The Bicester Village Shopping Collection e scelta perché trasformabile in un microcosmo eco-sostenibile in cui ogni elemento decorativo s’ispira alla filosofia delle 3R: recupero, riuso, riciclo. Ormai abbiamo imparato a conoscere i codici stilistici di Tiziano Guardini e sappiamo che la sua è una visione che abbraccia la sostenibilità a 360 gradi; in questo caso il designer ha collaborato con Yourban 2030, un’associazione no profit composta da professionisti esperti in tematiche ambientali, sociali e culturali che ha allestito lo spazio come fosse una foresta in fiore con alberi immaginari e grandi foglie sospese per purificare l’aria come avviene in natura.

Nella sala c’erano delle grandi tele realizzate in denim Isko dall’artista Fabio Petani, sospese in aria e trattate con Airlite, una pittura speciale che si attiva con la luce naturale e/o artificiale trasformando gli agenti inquinanti in sali inermi e purificando l’aria dai batteri, fumo e muffe. Quindi credo di essermi anche purificata!

La tela in denim Isko

E la ‘Giungla Urbana’ di Tiziano Guardini tradotta in abiti? Colorata, dinamica, fatta di forme fluide accostate ad altre più affusolate e ricca di dettagli che richiamano la natura e il mondo animale, passioni che muovono da sempre il lavoro del designer. Ci sono le lavorazioni jacquard animalier in tonalità vibranti che decorano i capospalla, il ghepardo che sbuca dal fiore di loto sulla maglieria ma anche sulle calze, realizzate in collaborazione con l’azienda RED. Il filato utilizzato per le calze è un cotone organico Gots prodotto da FILMAR, l’azienda italiana che ha aderito all’impegno Detox di Greenpeace.

Immancabile il denim Isko, proposto anche laserato a effetto leopardato, mentre il filato rigenerato ECONYL ottenuto dal recupero e dalla trasformazione delle reti da pesca dismesse e da vecchi tappeti è stato utilizzato per i piumini (imbottiti con THERMORE prodotto dal recupero delle bottiglie di plastica!) ma anche per la maglieria con delle plissettature che Tiziano mi ha detto in backstage essere lavorazioni nuove ottenute con questo tipo di materiale.

La maglieria in alpaca è invece frutto di una collaborazione con l’azienda peruviana Art-Atlas, la lana delle giacche stile boyfriend è lana rigenerata creata con l’azienda Texmoda Tessuti di Prato, anch’esse aderente al programma Detox e ad altri programmi di sostenibilità.

Insomma questa ‘Giungla Urbana’ si è rivelato un vero lavoro di squadra tra la direzione creativa di Guardini e le aziende produttrici di questi eccellenti materiali, un lavoro che Tiziano non perde occasione di ricordare utilizzando sempre il ‘noi’, una cosa che ho notato sentendolo raccontare la collezione e che ho apprezzato molto.

Come ho apprezzato le sue parole quando gli ho chiesto se c’era una termine che poteva riassumere la sua collezione, oltre all’amore rinnovato per l’ambiente e la natura; mi ha risposto “determinazione”, quella cioè che lo muove a fare “la sua parte” per rendere il mondo della moda più etico, più giusto.

Grazie Tiziano 🙏🏻

Ci vuole una ‘Planet Rehab’ .. come quella di Juan Carlos Gordillo

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Planet Rehab Collection by Juan Carlos Gordillo

Lo scopo di eco-à-porter è da sempre quello di parlare, scoprire e sostenere gli eco-designer, se emergenti ancora meglio. Ad alcuni poi ci affezioniamo particolarmente perché, oltre a essere dei bravi creativi, sono anche delle belle persone. Uno di questi è Juan Carlos Gordillo, lo stilista guatemalteco di cui abbiamo parlato in occasione della Vienna Fashion Week, dove aveva sfilato con una collezione in partnership con l’azienda tessile austriaca Lenzing AG.

La collaborazione tra il designer e Lenzing si è rinnovata con la ‘Planet Rehab Collection’, una capsule che ha visto come partner, oltre alla compagnia austriaca, altre aziende tessili e di abbigliamento internazionali, tutte impegnate a ridurre il loro impatto sull’ambiente.

Planet Rehab Collection by Juan Carlos Gordillo

Gordillo ha lavorato con i tessuti in lyocell TENCEL ™ e TENCEL ™ x REFIBRA ™ di Lenzing, prodotti dal fornitore di tessuti spagnolo Tejidos Royo, pioniere nello sviluppo di materiali lavorati con il lyocell e impegnato da sempre nella produzione di “tessuti con valori”, la cui realizzazione prevede tra le altre cose la riduzione del consumo di energia e delle emissioni di CO2.

Officina +39, italianissima di Biella, ha fornito i coloranti Recycrom, realizzati con indumenti riciclati e scarti tessili elaborati attraverso un sofisticato processo che utilizza solo prodotti chimici sostenibili. I tessuti di scarto sono cristallizzati in una polvere incredibilmente fine che può essere usata come pigmentante.

Tonello, infine, anch’essa italiana, della provincia di Vicenza, si è occupata del lavaggio, mirato a ridurre significativamente il consumo di acqua e di sostanze chimiche pericolose tipicamente associate alla rifinitura del denim.

E il risultato? Quindici abiti femminili che celebrano la vita e la natura con un eccezionale tocco di colore e una decisa influenza latina, tipica dello stile di Juan Carlos Gordillo che dice: “Planet Rehab è il mio tributo all’oceano con i suoi colori profondi e le sue forme fluenti”, un tributo a 360°, dato che materiali e processi legati alla collezione sono il più possibile sostenibili. E continua: “Mentre tutti parlano di sostenibilità, queste aziende hanno il coraggio di creare effettivamente prodotti e processi sostenibili a vantaggio dell’industria, della società e del pianeta. Spero che questa collezione possa ispirare altri designer a dare priorità alla sostenibilità nei loro processi creativi”.

Lo speriamo anche noi Juan!

La ‘Planet Rehab Collection’ è rimasta esposta fino a ieri presso la Munich Fabric Start/Keyhouse, un hub per l’innovazione e la competenza tessili con sede a Monaco di Baviera.

Dietro L’Antina di Maddalena c’è tutto un mondo (eco)

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“Mi chiamo Maddalena, ho 34 anni e a settembre 2016 ho cambiato vita”. Come resistere a una lettera che si apre così, dicendo “ho cambiato vita”? Io, che personalmente sono un’aperta sostenitrice di coloro che con coraggio e un pizzico di incoscienza si buttano in nuove avventure (perché è una vita che lo faccio!), non solo ho letto con piacere la mail di Maddalena ma ho anche deciso di darle uno spazio su eco-à-porter, anche perché la sua scelta di vita abbraccia in pieno la filosofia del blog.

Maddalena, fino al 2016, aveva ciò che oggi è il sogno di tanti suoi coetanei ovvero un lavoro sicuro, “un tempo indeterminato di quelli ‘seri’, vecchio stile, che, cosa non da poco, considerava anche “il lavoro della vita” perfettamente coerente con il proprio percorso di studi. Quindi, nonostante stress, ritmi serrati e qualche momento di sconforto, non pensava affatto a rinunciare a quella stabilità vissuta come un gran privilegio.

La passione e l’interesse per la moda etica e le pratiche sostenibili erano già parte di lei, tanto che alcune attività collaterali avevano a che fare con collaborazioni con il Centro Moda dell’Università Cattolica di Milano e con l’organizzazione di feste di compleanno sostenibili.

E poi? Poi un bel giorno, anche se non ricorda quale sia stato, se c’è stato, l’episodio o il momento che le ha fatto scattare la decisione risoluta di cambiare, Maddalena chiude con “il lavoro della vita” e fa il suo personale salto nel vuoto aprendo, nel centro storico di Vigevano in provincia di Pavia, L’Antina.

Logo de L’Antina

A me il nome ha suggerito da subito qualcosa di magico e anche di nascosto, un po’ come quando si apre appunto l’anta di un armadio senza sapere ciò che si troverà al suo interno. E in effetti è un po’ così perché L’Antina è un negozietto in cui si organizzano swap party, incontri e laboratori creativi, ma dove si possono anche acquistare capi di abbigliamento usato, oggetti realizzati a mano con materiale di recupero e detersivi alla spina. Unico requisito di accesso: essere aperti alla condivisione e alla collaborazione. E, ovviamente, amare la natura!

Swap Party a L’Antina

E così, con L’Antina, Maddalena dà finalmente forma a passioni e interessi che le stanno da sempre a cuore ovvero sostenibilità, condivisione e riciclo. Non solo, con il suo progetto, che da due anni cresce costantemente, cresce anche Maddalena perché “avere un’attività in proprio è una sfida che fa tremare i polsi, ma è una sfida bellissima, che dà la possibilità di essere protagonisti del proprio percorso, in tutte le sue sfumature”. Come non darle ragione?

Proprio perché condivido pienamente la mentalità e le scelte di Maddalena, chiudo il post con la chiusura della sua lettera, che è un esempio per tutti coloro che vorrebbero seguire le proprie passioni realizzando un progetto o cambiando semplicemente vita ma sono frenati da mille dubbi e paure.

“Ultimamente ho messo a fuoco questo: chi sceglie di mettersi al centro del proprio progetto professionale deve lavorare ogni giorno per rendere sempre più sottile e sfumato quel delta che per definizione separa la propria identità personale dal proprio essere lavoratore. Credo che la chiave di volta sia lì: nel rendersi, in modo visibile, anima, logo e manifesto del proprio progetto, ma non come risultato di una strategia di marketing ma nel diventarlo naturalmente, nel riuscire a esprimersi al meglio, nel risolversi diventando espressione visibile dei propri principi. Io ci sto lavorando”.

E anche noi di eco-à-porter.

Teabag1928, tra recupero e metamorfosi

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Le shopper di Teabag1928

Solitamente non amo parlare dei prodotti in pelle, infatti credo che in un anno di blog non ne abbia mai scritto; per un fatto di coerenza non parlo di materiali che non sono cruelty-free e io stessa da anni non acquisto più capi e accessori in pelle. 

Ma oggi faccio un’eccezione e la faccio per Teabag1928, il brand di borse di Stefania e Federica nato nel 2014 nelle Marche (dove risiedo anch’io!) e che, nell’anno della sua fondazione, aveva già vinto il premio della Camera di Commercio ‘Impronta d’impresa innovativa, new made in Italy’.

Stefania e Federica di Teabag1928

Ne parlo volentieri perché la pelle che Stefania e Federica usano per realizzare le proprie creazioni, come gli altri tessuti utilizzati, proviene da avanzi di lavorazione di pelletterie e concerie, fine serie di tessuti, campionari dismessi. E la parola ‘avanzo’, a noi di eco-à-porter, piace, perché richiama tanti altri termini e pratiche virtuose come ‘recupero’, ‘riuso’, ‘upcycling’, ‘economia circolare’.

E il recupero non ha a che fare soltanto con i materiali ma anche con le lavorazioni e le persone. Come con le persone? Sì, perché fin da subito le due designer hanno sentito l’esigenza di ritornare a una dimensione assolutamente territoriale, votata al coinvolgimento di manodopera locale, per lo più femminile e over 40, con una manualità abile ma purtroppo afflitta dalla crisi.

Sporte

Si sa che le Marche sono una regione caratterizzata da un alto profilo artigianale, si pensi solo al comporto calzaturiero ma la crisi, appunto, ha minato il tessuto del territorio e continua a colpire pesantemente aziende e manodopera, quindi ben venga un progetto che si opponga alle delocalizzazioni spinte e dia respiro e opportunità ai lavoratori e alle lavorazioni locali.

Stefania e Federica ammettono di non avere una formazione accademica; si sono formate e si stanno formando tuttora sul campo, imparando le tecniche artigianali da chi opera nel settore da più tempo e sperimentando i materiali giorno per giorno, con un modello di business che non è altro che l’ascolto delle esigenze dei propri clienti.

Teabag1928 si pone così come una micro impresa dai molti valori aggiunti: produce sul territorio con manodopera locale, recupera materiali di scarto ma selezionandoli attentamente e sperimentando con essi, compie una ricerca attenta sui modelli e realizza pezzi unici, nessuno uguale all’altro, quindi prodotti in edizioni limitate e numerate.

E forse è l’unicità il valore più alto del marchio, il privilegio di avere a che fare con qualcosa di irripetibile e unico, appunto, poco contaminato dal sistema moda, che è un valore aggiunto anche questo e di questi tempi.

Dalle sacche alle borse, dalle shopper alle pochette ai foulard, ogni creazione si basa su combinazioni armoniche solo all’apparenza disarmoniche, su tessuti diversi tra loro che si rivelano poi un’epifania per gli occhi.

Dettaglio sacca nera

“Non ci inventiamo nulla” dicono Stefania e Federica “quello che facciamo è osservare il materiale insieme ai nostri modelli, immaginare il prodotto, valutare il sistema di chiusura o la lunghezza dei manici, cercare una soluzione pratica. Assegnare quello che sarà il suo numero identificativo. Immaginare come sarà fotografato. Ecco dopo tutto questo, il risultato è il nostro, con quelle determinate caratteristiche, con quei determinati equilibri, con quegli specifici materiali e quella combinazione di colori”.

Beh, sì, sono soddisfazioni! E comunque sapere di aver creato qualcosa contribuendo alla rigenerazione dei materiali e anche a quella economica, dà un gusto diverso al risultato finale.

Ultima cosa ma non meno importante, Stefania mi rivela che il nome del brand è un omaggio alla mamma, nata nel 1928 e amante della rosa Tea ma che è anche l’acronimo di Totally Eco Addict, un concetto che, casualmente, corrisponde al credo del marchio e a quello delle fondatrici. E anche al nostro!

A Mercatopoli anche gli oggetti hanno un’anima (parte 2)

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“Tutti gli oggetti hanno un’anima”. Potrebbe forse essere scontato che il proprietario di un negozio dell’usato dica così delle cose che vende e ritira, perché chi sceglie di passare le giornate circondato da oggetti appartenuti ad altri, è presupposto abbia una qualche passione in tal senso.

Ma Alessandro Solimei è qualcosa di più di un semplice appassionato. L’ho incontrato nel suo negozio Mercatopoli Parma Sud, dove sono stata a fare l’esperienza di compravendita che ho anticipato nello scorso post e durante la nostra chiacchierata è emerso un concetto poetico e insieme entusiastico della propria professione.

Alessandro mi racconta che ‘tutti gli oggetti hanno un’anima’ 

Mentre camminiamo tra i 1500 metri quadrati di esposizione, in uno spazio luminoso e ben arredato dove ogni tipologia di oggetto ha una propria disposizione, Alessandro mi racconta che ha cominciato nel 2000 con tre attività distinte ma in qualche modo legate tra loro: sgomberi, traslochi e vendita di antichità. Mosso già allora dalla passione per il mestiere, nel 2004 “mette al chiuso” e unisce le tre professioni per poi passare, nel 2008, a Mercatopoli Parma Sud. 

Alessandro definisce Mercatopoli “casa mia”, un piccolo mondo dove ogni cosa, dall’abbigliamento alle calzature alle borse, dai mobili ai libri agli strumenti musicali fino a curiosità introvabili, hanno un proprio spazio e ritrovano anche una dignità forse perduta.

La libreria vista dall’alto

Noi di eco-à-porter siamo interessati soprattutto ad abiti e accessori che si trovano al piano di sopra (bella questa cosa del negozio su più piani, dà proprio l’idea dello store!) ma non possiamo non soffermarci ad esempio nel reparto libri che è in tutto e per tutto una vera libreria divisa per generi e piena di titoli interessanti, dalla letteratura italiana a quella nordamericana, dalla fantascienza alla saggistica.

Al piano di sopra, dove incontro Fiorella, la moglie di Alessandro e anche Nella, la dolcissima cagnolina di famiglia (e qui permettetemi di aggiungere che i luoghi di lavoro dove sono ammessi i cani sono luoghi felici), c’è il vasto reparto abbigliamento uomo/donna, accessori, bigiotteria e tessile, con una sezione dedicata al vintage. 

Io e Alessandro ci sediamo su uno dei divani sistemati comodamente vicino ai camerini e continuiamo la nostra chiacchierata; preferisce parlare di ‘seconda mano’ piuttosto che di ‘usato’ per sottolineare il valore degli oggetti, perché gli piace pensare che le persone glieli affidino perché non vadano perduti, perché qualcuno li ami e li custodisca come hanno fatto loro stessi fino a quel momento. Poetico anche questo, vero? 

Chiacchiere sul divano

Oltre a questo aspetto romantico/sentimentale c’è anche l’idea, che è una vera e propria filosofia di pensiero, del riuso, del re-commerce, della circolarità, oltre che della valorizzazione della singolarità vs l’omologazione e la serialità. Quanto ne abbiamo parlato in questo blog, riguardo ad abiti, tessuti, scarpe ma anche storie, di quanto sia importante riconoscere la qualità, la cura, il lavoro o il vissuto legati a una creazione.

Con il mio bel pull!

Naturalmente dietro il successo di Alessandro Solimei e di Mercatopoli Parma Sud c’è anche tanta formazione e specializzazione, l’attenzione agli oggetti selezionati, alla stagionalità dei prodotti. Ho potuto constatarlo quando, alla fine della nostra chiacchierata, mi sono immersa nei vari reparti, soffermandomi maggiormente in quello dei vestiti, in cui ho anche trovato, portandomelo via, un pull della Pennyblack in ottimo stato che sembrava aspettare solo me😍

L’esperienza di compravendita è stata veloce e piacevole; Giorgia, che mi ha accolto alla cassa, ha registrato l’acquisto con la mia Mercatopoli card, mentre i due blazer di cui parlavo nello scorso post, sono stati ritirati da Fiorella al piano di sopra e chissà chi deciderà di ridargli una ‘nuova vita’. Comunque la sensazione è stata quella di ‘lasciarli in buone mani’. 

Come mi ha detto anche Alessandro, l’atteggiamento delle persone è cambiato, c’è più attenzione al consumo e le pratiche eco-sostenibili stanno entrando nella quotidianità e non solo per un mero aspetto economico.

I luoghi come Mercatopoli offrono sempre qualcosa in più “oltre a ciò che si vede” e si fruisce, l’esperienza dell’inatteso, della sorpresa ma anche del déjà vu. Si torna un po’ bambini. E credo che sia anche valorizzando questo aspetto, come fa Alessandro Solimei nel suo punto vendita di Parma Sud, che si possa insegnare alla gente l’importanza dell’usato, del riuso. Dell’anima delle cose.

Alessandro e Giorgia salutano eco-à-porter!

Tutte le foto sono state scattate da Francesca Chiodi🙏🏻❤️

L’operazione di decluttering che mi porta a Mercatopoli (parte 1)

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Il mio guardaroba pronto per il decluttering!

Alcuni dei termini che utilizziamo più spesso qui a eco-à-porter sono ‘riciclo’, ‘riuso’, ‘recupero’ e ormai sappiamo bene perché. Eco-moda non è solo utilizzo di materiali sostenibili e ricorso a pratiche produttive e di consumo meno inquinanti possibili ma anche evitare che tanti oggetti finiscano in discarica o negli inceneritori, a inquinare il suolo e in generale l’ambiente.

C’è un altro termine che forse abbiamo nominato meno ma che è entrato a far parte di questa serie di vocaboli legati alle pratiche sostenibili ed è il ‘decluttering’ ovvero eliminare qualcosa per fare spazio, ordine. Ormai è diventato un termine di tendenza, oltre che un principio di eco-sostenibilità e chi lo pratica non ha il mero scopo di buttare via gli oggetti ma di selezionare ed eliminare ciò che per vari motivi non usa più per liberarsi fuori ma anche dentro. Diciamo pulizia fisica che diventa anche interiore, esistenziale.

Il decluttering è strettamente legato al riciclo e al riuso perché tante cose di cui ci liberiamo non devono forzatamente finire nell’immondizia ma possono vivere nuove vite nelle mani di altre persone che sicuramente finiscono per apprezzarle più di noi che le abbiamo scartate, messe da parte, trascurate, dimenticate. 

Personalmente il decluttering lo pratico da sempre, anche quando non era ancora un termine inglesizzato; sono poco tollerante all’accumulazione seriale di roba, sia che si tratti di abbigliamento che di altro ma affezionandomi alle cose faccio anche fatica a separarmene o a fargli fare una brutta fine, quindi cerco sempre di considerare la spazzatura come ultima spiaggia. Allora o li regalo o li rivendo.

Mi dà un’emozione particolare vedere una cosa mia utilizzata da qualcun altro, come quando vedo un paio di miei jeans addosso a un’amica (a cui magari stanno pure meglio! 😜) o una maglia cui mia mamma, che ricicla davvero tutto, ha tagliato le maniche trasformandola in gilet. 

Poi ci sono i mercatini e qui, oltre a ridare vita alle cose, ci guadagno anche. E allora perché no? Mi piace frequentarli e ci porto da sempre di tutto, in particolare abiti e accessori. Mercatopoli è uno di questi negozi e mi fa piacere potergli rendere merito nel blog dopo tanti anni di compravendite, anche se ultimamente, per motivi logistici e di tempo, vado molto meno.

#iovendoconMercatopoli perché i negozi Mercatopoli si trovano in tutta Italia e spesso sono enormi spazi, anche su più piani, magari essi stessi trasformati per l’occasione da qualcosa in qualcos’altro, come alberghi, magazzini, ecc, in cui si trova veramente di tutto. Io, come già detto, visito soprattutto la parte dedicata all’abbigliamento e agli accessori ma anche quella dei libri e degli oggetti da arredo. E capita di trovarci delle vere chicche!

La prova da frequentatrice è la mia Mercatopoli card, con cui acquisto e lascio le cose in vendita e controllo online lo stato dei miei oggetti nella mia area riservata My Mercatopoli.

La mia card Mercatopoli

Avendo cambiato casa da poco, l’operazione di decluttering è stata necessaria e non è nemmeno terminata. La faccio a tappe perché sotto certi aspetti è anche faticosa e dolorosa. Liberarsi delle cose è liberarsi anche del proprio passato per fare spazio a nuove parti di se.

Stavolta a Mercatopoli porterò due blazer; amo le giacche maschili, trovo che su noi donne accentuino paradossalmente la sensualità e comunque si possono abbinare a tutto. Ma questi due blazer hanno fatto il loro tempo, anzi, uno non l’ha proprio fatto. Me l’ha regalato un’amica qualche anno fa, lei l’aveva appena comprato ma le stava davvero grande, così l’ha passato a me. Ma io non l’ho mai portato. E sapete perché? Bello il colore, blu navy, bello il taglio, leggermente avvitato e asimmetrico ma 100% poliestere! Se non si tratta di poliestere riciclato, questo è un materiale che cerco di non indossare più. 

Blazer n°1

Si tratta di una delle fibre più inquinanti al mondo, come tutte le plastiche non è biodegradabile e proviene principalmente dal petrolio, che è una fonte non rinnovabile. Ma è tanto utilizzato, soprattutto dai marchi di fast fashion, perché costa poco. Questo per quanto riguarda il blazer numero uno.

Il numero due ha un’altra storia e anche un’altra componente materica: è in lana, è gessato ed è un modello che è tornato molto di moda: spalle solide, revers a lancia e lunghezza ben oltre i fianchi. Ma fa parte di un passato che non voglio ricordare. L’ho indossato in momenti che sotto l’apparente felicità nascondevano inquietudine e tristezza, ne ricordo uno in particolare, quindi basta. Blazer numero due non ti voglio più. Un po’ a malincuore.

Blazer n°2

Ecco, porterò queste due giacche a Mercatopoli, così nel prossimo post potrò raccontarvi nei dettagli la mia esperienza di vendita e presentarvi chi crede così tanto nel recupero e nell’usato da averci fatto un lavoro.

Moodìa, l’umore sartoriale per ogni corpo di donna

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Moodìa Collezione 'Vivian' - FW 18/19 - foto di Gaia Marconi

Quando la primavera scorsa siamo state a Milano a ‘Fa la cosa giusta!‘, Moodìa è stato uno dei marchi che ci è piaciuto di più, sia per la raffinata sobrietà dei capi sia per il bel gruppo tutto al femminile che ci ha accolto presso lo stand. Ci eravamo così ripromesse di dedicargli un post e oggi eccoci qua.

Manuela Orsucci al lavoro – foto di Chiara Fortunati

Piccola ma grintosa maison di moda sartoriale, Moodìa è stata fondata circa dieci anni fa da Manuela Orsucci, designer con un passato da restauratrice d’arte e una mamma sarta che le ha trasmesso l’amore ma anche la manualità per questo mestiere. Già molto prima di Moodìa e dell’Accademia di moda, che ha frequentato in età adulta per completare le proprie conoscenze in merito a progettazione, disegno e tecniche della modellistica, Manuela realizzava capi d’abbigliamento su commissione, quindi la fondazione del marchio è apparsa quasi come una tappa ‘obbligata’ del percorso.

E l’attenzione per l’universo femminile e le sue mille sfaccettature c’è già tutto nel nome, Moodìa come ‘mood’, uno stato, un modo di essere, inclinazioni e ispirazioni racchiuse nella personalità di ogni donna che si traducono in un ‘umore sartoriale’ creato per essere indossato in modo mutevole, secondo il proprio stile. Quindi non pezzi dettati dalle tendenze del momento, non omologazione e serialità ma unicità, concretezza e versatilità.

Manuela al lavoro

I capi, ideati e lavorati principalmente nel laboratorio di Manuela a Monterotondo, in provincia di Roma, prendono forma dalla materia ovvero sono le stoffe, scelte con cura, rigorosamente ‘made in Italy’, e la loro tattilità, insieme a trame, colori e consistenze, a ispirare i modelli di ciascuna collezione che, non è un caso, s’ispira a pittori, fotografi o personaggi di quell’arte che la designer ha respirato nei suoi anni da restauratrice.

E i giochi di sovrapposizioni e di asimmetrie, che caratterizzano lo stile del marchio, sono anche quelli che più ci avevano colpito a Milano; capospalla che richiamano i kimono, da legare in vita con fusciacche morbide, abiti e pantaloni ampi e insieme avvolgenti, abiti fluidi che accarezzano con garbo le linee del corpo. Ma anche dettagli inattesi come la giacca asimmetrica Penny dell’ultima collezione ‘Vivian’, in pura lana vergine, che si può portare con il collo che scende sul retro, il davanti accollato e la chiusura laterale oppure fronte come una classica giacca o le camicie con maxi-polsini e colletto anch’esso asimmetrico.

Non è un caso che il messaggio legato a Moodìa sia ‘fatto a mano per te’, perché tutti i capi sono pensati per essere indossati assecondando e adattandosi allo stile di ogni donna, al suo corpo, al suo ‘umore’, poi abbinati e reinventati ogni giorno, anche in base alla concretezza della quotidianità fatta di impegni e ritmi frenetici.

‘Vestimenta’, oltre l’abito, un linguaggio

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Screenshot da 'Vestimenta'

“Le persone hanno dei bisogni e io col mio lavoro mi impegno per soddisfarli“. Mi piace citare le parole di Denise Bonapace, la poliedrica creativa che è stata nostra ospite a febbraio scorso e che vede la moda come un ‘servizio’ alle persone intese come “insieme di fisicità, pensieri, impulsi e desideri“. Tutto ciò per creare un rapporto costante tra l’abito e il corpo che lo abita, un corpo che non deve avere più canoni ne misure, perché la bellezza è, come scriveva Eco, politeistica.

Dell’abito inteso come casa che ospita un determinato corpo plasmandosi su di esso in base alle sue necessità, ne abbiamo parlato anche recensendo il libro ‘Ri-vestire’ di Cristiano Toraldo di Francia e con il post di oggi riprendiamo idealmente il discorso parlando del bel documentario di Denise Bonapace che ha un titolo simbolico e significativo: ‘Vestimenta, abiti abitati’.

Locandina di ‘Vestimenta, abiti abitati’

Inserito e proiettato nella selezione ufficiale di diverse rassegne internazionali, tra cui il ‘Fashion Film Festival Chigago’ e l”Artfools-EcoFashion Film Festival’ di Larissa, in Grecia e presente anche al Sarajevo Fashion Film Festival che si terrà dall’1 dicembre prossimo, ‘Vestimenta, abiti abitati’ è un cortometraggio che parla del significato culturale e sociale dell’abito che, strutturato come un linguaggio, racconta della nostra personalità, dei nostri atteggiamenti e modi di essere.

“L’abito è il primo oggetto che sta intorno al corpo e in quanto tale progettabile” dice Denise Bonapace introducendo il proprio documentario “ha un significato sia sociale sia culturale, attraverso l’abito noi parliamo di noi stessi e quando un designer sceglie un tessuto, un filato, un taglio, un volume, mette in scena il corpo sociale e culturale, tanto quanto uno scrittore sceglie le parole per scrivere un romanzo”.

Screenshot da ‘Vestimenta’

L’ultima collezione di Denise affronta proprio la tematica del dialogo, quello che si instaura tra chi indossa un determinato capo e il capo stesso; si tratta di sei pezzi, ‘Dialoghi d’amore’, che avevamo in parte già illustrato nell’articolo di cui parlavo all’inizio, ispirati a un’immagine dell’artista brasiliana Ligya Clark chiamata ‘Hand Dialogue’ ovvero una fascia elastica che due persone usano per collegare le loro mani in un dialogo tattile. Ecco così che un cardigan zippato presenta un nastro sul polso che può essere indossato come bracciale o per legare la mano di un’altra persona.

 

In ‘Arms dialogue’ invece una manica s’allunga attraverso un inserto a contrasto andando incontro all’altra, mentre ‘Minds dialogue’ detto anche ‘Bacio’ sono due capi uniti da una zip intorno al collo che possono vivere separatamente o insieme.

‘Minds dialogue’ by D.Bonapace – screenshot from ‘Vestimenta’

Si tratta insomma di capi modellabili sul corpo e intorno al corpo, involucri materici che assumono quasi un’esistenza propria quando oltrepassano il ‘sistema’ corpo-abito e si proiettano verso l’esterno instaurando naturalmente (e culturalmente) un dialogo e quindi un rapporto, non solo col corpo che abitano ma anche con il mondo esterno e altre persone.

E a proposito di dialoghi, Denise Bonapace ha poi uno scambio interessante con Benedetta Barzini che, diretta e ironica, riflette sulla moda di oggi, una moda in un certo senso ‘disperata’, in cui il corpo della donna è ancora imprigionato in stereotipi che fanno di lei non più di ‘un oggetto di bellezza’. Da qui la considerazione della Bonapace su una moda costruita per corpi standardizzati, mentre sappiamo bene che i corpi sono tanti, con proporzioni e forme diverse. Che bella sfida sarebbe per un designer poter progettare su corpi veri e diversi, quindi poter davvero sperimentare nuovi tagli e forme!

Denise e B.Barzini – screenshot from ‘Vestimenta’

Ancora una considerazione della Barzini su tante donne designer che progettano con la mentalità maschile ovvero sul ‘rendere sexy’ piuttosto che comoda, a proprio agio. Insomma, tante evoluzioni e cambiamenti nel costume ma certi stereotipi sono duri a morire!

Significativo anche il discorso di Denise Bonapace sul ruolo dell’etichetta, il “rifiuto per antonomasia dell’abito” perché non può essere recuperato; avendo collaborato per anni con Conau, il Consorzio Nazionale Abiti e Accessori Usati, e girato varie aziende dove gli abiti vengono raccolti per essere rigenerati, Denise nota una montagna di etichette messe in un angolo. Da qui nasce l’idea di un abito, ‘Label’, alto 3 metri, realizzato a oggi con circa 1500 etichette; l’intento è quello di condividere e riflettere intorno al valore dell’etichetta, un oggetto tanto importante per ciò che comunica, quanto inutile visto in un’ottica di prodotto.

Abito ‘Label’ – screenshot from ‘Vestimenta’

‘Vestimenta, abiti abitati’ condensa in 12 minuti scarsi un’importante riflessione sulla moda nei suoi significati più profondi e reconditi, significati che vanno ben oltre l’estetica e toccano aspetti sociali, filosofici, semantici e culturali. Non solo; ci fa capire quanto il corpo femminile sia ancora imprigionato in cliché che sacrificano la sostanza a favore di una forma lontana dalla realtà, confinata ai diktat della giovinezza, della magrezza, dell’altezza.

‘Vestimenta’ è anche una sfida, perché no, a questi stereotipi, un richiamo al coraggio di andare oltre, indagando le tante fisicità e i tanti pensieri del genere umano.

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Cortometraggio di Denise Bonapace
Con la partecipazione di Benedetta Barzini
Produzione DESIGNinVIDEO
Direzione, fotografia e montaggio Emilio Tremolada
Contenuti Denise Bonapace

“Dialogues” video crediti Pierluigi Anselmi
“Label” foto crediti Lorenza Davvero

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