17 / Agosto / 2019
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Prêt-à-reporter, pochi abiti … ma buoni

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one tip can be: buy second hand!

Il numero perfetto di abiti per far sì che il guardaroba diventi un ‘capsule wardrobe’, un armadio composto da pochi abiti, essenziali e versatili, sarebbe, secondo gli esperti, da 12 a 37; sfido io a trovare una donna che ha soltanto 12/15 abiti nell’armadio, io stessa ammetto di superare abbondantemente la cifra, anche se ultimamente sto provando a ridimensionarmi.

Eppure pare proprio che la nuova tendenza sia quella di ridurre gli spazi nel guardaroba, in nome di qualità, riuso e sostenibilità. Stop quindi ai vestiti dozzinali comprati compulsivamente, sì al concetto del ‘poco ma buono’ e del riutilizzo per arrestare la continua produzione di rifiuti, perché si sa che fine fa la merce invenduta.

La copertina di Overdressed

Secondo il libro ‘Overdressed: the shockingly high cost of cheap fashion’ si calcola che ogni ora in America si gettano circa 20 kg di vestiti, una quantità sufficiente per riempire tre piscine olimpioniche: uno spreco, lo sappiamo bene, alimentato soprattutto dalle catene di fast fashion, che producono collezioni a ritmi incessanti (ci avrete fatto caso, in questo tipo di negozi difficilmente troverete gli stessi abiti della settimana prima).

Scegliere al contrario una moda ‘slow’, che predilige l’acquisto ragionato di capi di qualità prodotti in modo sostenibile, permette non solo di risparmiare sul lungo termine, ma contribuisce a combattere gli sprechi e a valorizzare produzioni artigianali o comunque realizzate con materiali di cui si conosce provenienza e composizione.

E poi, un abito ben realizzato, ha probabilmente più chance di durare nel tempo, quindi di essere riutilizzato in più occasioni; il prêt-à-reporter è un fenomeno che ha contagiato anche i personaggi famosi, basti pensare a Kate Middleton che in più di 70 occasioni ha scelto mise già indossate in precedenza.

E quali sono invece le regole per avere un guardaroba in pieno stile prêt-à-reporter? Come riportato dal Washington Post, bisogna fare acquisti ponderati, provare sempre ogni capo e scegliere soltanto quegli indumenti che fanno sentire a proprio agio. Attenzioni che permetteranno di avere un ‘capsule wardrobe’, fatto di pochi pezzi che possono essere indossati in qualsiasi occasione con l’aggiunta di qualche complemento.

La filosofia del prêt-à-reporter è anche un po’ quella dei negozi d’abbigliamento di seconda mano, con la differenza che qui si acquistano e indossano abiti appartenuti ad altri; Micolet.it è ad esempio nato nel 2015 per il bisogno della fidanzata di uno dei soci di trovare ai capi d’abbigliamento che non usava più un’alternativa alla discarica. La piattaforma online riceve più di 30.000 capi di abbigliamento al mese, che altrimenti verrebbero dispersi e alimenta così una strategia di ​economia circolare​ che fa ripartire da zero il ciclo di vita dei prodotti, anziché farlo semplicemente terminare dopo il loro utilizzo.

L’home page di Micolet.it

Un futuro sempre più green attende dunque la moda a patto che che questo tipo di approccio parta dal basso, che sia condiviso e volto a elevare il livello di cultura e le informazioni per rendere i clienti più critici sulle tipologie di consumi e più consapevoli sui tanti modi di evitare gli sprechi.

Womsh, sneaker ad alto tasso ecologico

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E’ sempre bello scoprire marchi che già dalla loro fondazione nascono con la volontà di essere sostenibili e se poi sono made in Italy ancora meglio! E’ il caso di Womsh, brand di sneaker creato nel 2014 da Gianni della Mora in quel di Vigonza, Padova, che ha come mission quella di diffondere l’amore e il rispetto per l’ambiente.

Womsh è l’acronimo di ‘Word Of Mouth Shoes’ (tradotto letteralmente sarebbe ‘scarpe passaparola’, quindi la volontà intrinseca di diffusione di buone pratiche) e il suo manifesto è l’affermazione di una possibile convivenza tra moda e sostenibilità: “Crediamo nel cambiamento che porta a una vita più in armonia con la natura. Siamo convinti che insieme si possa arrivare lontano. Un piccolo gesto replicato può portare a risultati inaspettati. Inizia tutto da una scelta”. E infatti l’hashtag associato al marchio è #choosethechange.

Le sneaker Womsh si compongono di cinque linee ma a noi interessa parlare soprattutto della linea vegana, la più innovativa e sostenibile, realizzata con Appleskin, bio-polimero prodotto dall’azienda italiana Frumat Leather con scarti di mele dell’Alto Adige (bucce e torsoli) miscelati per il 50% a poliuretano e accoppiati ai tessuti. Frumat Leather ha vinto il premio ‘Technology and Innovation’ al Green Carpet Fashion Award del 2018, perché il materiale non è solo biodegradabile ma interpreta appieno la filosofia legata all’economia circolare recuperando cellulosa altrimenti destinata alla termo-valorizzazione.

Anche le fodere delle sneaker seguono il principio della sostenibilità con l’utilizzo del cotone riciclato, mentre riguardo alla gomma l’azienda ammette e contemporaneamente assicura che è un aspetto su cui sta lavorando già per la collezione 2020.

Le sneaker, non solo quelle vegane, seguono poi un (ri)ciclo continuo, dato che le vecchie paia possono essere restituite a carico dell’azienda per venire poi trasformate in granulato utilizzato per la realizzazione di pavimentazione per i parchi gioco dei bambini.

Anche il packaging è realizzato con cartone riciclato.

Womsh partecipa, in collaborazione con Lifegate, al progetto ‘Impatto Zero’, che ha come scopo la compensazione delle emissioni di CO2 rilasciate nell’atmosfera e a ‘Foreste in piedi’, per la tutela di 560 ettari di foresta amazzonica che il Brasile ha dato in concessione d’uso a 27 famiglie della comunità di San Pedro, con l’obiettivo di prevenire e contrastare la deforestazione, gli incendi dolosi, attività di caccia illegali e altri reati ambientali.

Mentre acquistando un paio di sneaker Womsh della linea vegan, il consumatore compie un piccolo gesto di sostenibilità permettendo di piantare un albero di cacao in Camerun con la collaborazione dei contadini locali.

Qualche numero? In cinque anni Womsh ha provveduto a creare e preservare 12.000 metri quadrati di foresta equatoriale, nel 2018 ha riciclato ben 1500 paia di sneaker, dal 2014 ha compensato 74 tonnellate di emissioni di anidride carbonica, mentre il 90% dell’energia utilizzata in azienda proviene da fonti rinnovabili.

#choosethechange e passateparola!

Costumi da bagno dalla Nuova Zelanda? Perché no?

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Con l’estate alle porte e il caldo (esagerato) che sembra ormai arrivato, non si può che cominciare a parlare di costumi da bagno e lo facciamo con il solito occhio alla sostenibilità.

Il marchio di cui parliamo oggi lo conoscete già; è Kowtow, che abbiamo presentato nell’intervista del mese di gennaio, parlando con la sua fondatrice Gosia Piatek, designer neozelandese che ha scelto il nome del brand da un termine cinese che significa profondo rispetto e rappresenta il gesto dell’inchinarsi così in basso da far toccare la fronte al suolo. Riassume bene il rispetto che Gosia ha per le persone e soprattutto per la terra.

Oltre a realizzare abbigliamento etico con fibre naturali, rinnovabili, biodegradabili e rigenerate, Kowtow produce da quest’anno anche swimwear utilizzando, indovinate un po’, ECONYL, il ‘nostro’ nylon rigenerato costituito da materiale di scarto pre e post consumo prelevato dall’oceano. Con la prima collezione di costumi da bagno Kowtow ha riciclato 120 kg di reti da pesca, wow!

Ispirandosi alle forme geometriche e ricorrendo a tonalità vibranti che richiamano le opere di Henri Matisse, Bruno Munari e David Hockney, Gosia ha creato sei stili composti da due costumi interi e quattro bikini mix & match chiamati Marigold, Sienna, Ivy e Midnight. Per la collezione ha collaborato con l’artista australiana di acquarello e disegnatrice tessile Lauren Cassar, che ha realizzato le stampe astratte dipinte a mano che decorano due t-shirt in cotone biologico e un pareo.

Della sua linea swimwear sostenibile Gosia Piatek dice: “Cerchiamo sempre opportunità di introdurre nuovi prodotti senza compromettere i nostri valori. Lavorare con una tecnologia innovativa per realizzare costumi da bagno belli e sostenibili è stata per noi una sfida nuova ed entusiasmante”.

Sfida entusiasmante, sì, e dagli ottimi risultati!

I costumi da bagno sono in vendita sul sito di Kowtow.

Non solo swimwear: anche il copricostume si fa sostenibile

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Corpicostume Maari Portocervo con VITA by Carvico

Per restare immersi nella Giornata Mondiale degli Oceani, che si celebra domani 8 giugno e che abbiamo anticipato ieri con l’iniziativa ‘Immergiti nel blu‘ organizzata dalla Marine Stewardship Council (MSC), che ha steso un tappeto d’erba blu nel centro storico di Milano, torniamo a parlare di ECONYL, il filato rigenerato ricavato interamente da rifiuti di nylon, come reti da pesca da acquacoltura e recuperate dai mari e dagli oceani, scarti di tessuto, vecchie moquette destinate alla discarica.

Già in un vecchio post avevamo parlato delle aziende italiane, cioè Carvico SpA e Jersey Lomellina SpA, che detengono l’esclusiva mondiale di utilizzo di ECONYL per la produzione di tessuti per il mondo del bagno e soprattutto per lo swimwear.

Copricostume Mermazing con VITA by Carvico

Ora ai costumi da bagno si aggiungono anche parei e copricostume realizzati da Maarï Porto Cervo e Mermazing due brand italiani di swimwear etico e deluxe, che utilizzano il tessuto VITA di Carvico, realizzato con ECONYL. VITA, come è descritto anche nel sito di Carvico e Jersey Lomellina, è un tecno-tessuto eco-sostenibile versatile, iper-resistente, sottile e traspirante che ben resiste agli attacchi di cloro, creme, oli solari e, non meno importante, dei raggi UV.

I copricostume dei due marchi si presentano leggeri e traspiranti come il materiale di cui sono fatti e sono parei allacciati sul fianco, abiti, gonne e maxi-camicie che sfiorano le caviglie, da indossare aperte e morbide sul costume da bagno, in tonalità luminose come l’estate.

Ciò che ci auguriamo è che sempre più marchi facciano una scelta responsabile utilizzando materiali eco-friendly che, come VITA by Carvico, aiutano anche a preservare l’ambiente e, in questo caso, il mare.

Because there is no planet B

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Because there is no planet B - campagna Ecoalf

Tra gli ospiti dell”Intervista del mese’ abbiamo avuto, lo scorso ottobre, Javier Goyeneche, fondatore e presidente del brand spagnolo di abbigliamento e accessori Ecoalf, nato nel 2009 con lo scopo speciale di essere il più sostenibile possibile, a maggior ragione dopo la nascita del figlio Alfredo, cui Javier vorrebbe lasciare un mondo più sano e pulito.

Lo slogan che ben esprime la filosofia legata a Ecoalf è ‘because there is no planet B’, ‘perché non c’è un pianeta B’, un’affermazione forte e chiara che vuole ricordare che non abbiamo un Pianeta di riserva, che la Terra è il nostro unico Pianeta e che non è troppo tardi per prendersene cura.

Così Ecoalf fa la propria parte producendo capi e accessori realizzati con materiali riciclati derivati dai fondi di caffè o dalle reti da pesca abbandonate in mare, recuperate e trasformate in tessuto. Se andate a rileggervi l’intervista a Javier, trovate maggiori dettagli sui passaggi della materia ‘prima’ per diventare tessuto.

La missione di Javier Goyeneche e del suo Ecoalf si è trasformata nel tempo in un vero e proprio movimento, movimento collettivo che chiama tutti noi a fare la propria piccola parte per la salvaguardia dell’ambiente; ‘because there is no planet B’ è diventata anche una capsule collection in vendita sul sito di Ecoalf, la ‘because collection’, composta da t-shirt, canotte e felpe in cotone riciclato. Il 10% dei ricavi della collezione andrà a supportare la fondazione di Ecoalf e la sua missione di pulizia degli oceani (‘Upcycling the oceans’), così che con l’acquisto di un capo chiunque in ogni parte del mondo possa prendere parte al progetto.

La collezione ‘because there in no planet B’ è stata lanciata a fine aprile, in seguito, non a caso, alla Giornata della Terra e alcuni capi sono già sold out. L’invito di eco-à-porter è quello di aderire al movimento per continuare ad alimentare queste pratiche virtuose di economia circolare e se vi va, potete pubblicare il vostro acquisto su Instagram taggando Ecoalf e #becausethereisnoplanetB, come hanno già fatto tanti (➡️ foto di copertina).

Cosa significa essere sostenibile?

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L’associazione culturale bresciana Hopificio, che tra le altre cose ha organizzato per la recente settimana della Fashion Revolution una serie di eventi e iniziative legate al mondo del riciclo e dell’economia circolare, ha chiesto a eco-à-porter di realizzare un breve video in cui dare un parere personale su cosa significa essere sostenibile e così ho deciso di metterci la faccia e la voce.

Naturalmente non è semplice in poco più di un minuto spiegare qualcosa di tanto vasto e complesso ma ci ho provato. Il mio intervento sarà inserito in una serie di altri video che hanno in comune la risposta al medesimo quesito e nell’attesa di condividere la versione completa, oggi posto il mio contributo cui mi piacerebbe seguissero, qui o sulla pagina Facebook, vostri commenti su cosa significa per voi essere sostenibili.

Buon ascolto!

Panni sporchi: dietro le quinte del fast fashion

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Oggi, per il terzo giorno di Fashion Revolution, ho il piacere di condividere l’inchiesta ‘Panni sporchi: dietro le quinte del fast fashion’ realizzata da trademachines.it, compagnia che pubblica spesso report su temi ambientali.

L’inchiesta è sotto forma di infografica, che resta più semplice da seguire, essendoci diversi dati in numeri e percentuali. Si tratta di argomenti che abbiamo affrontato diverse volte qui a eco-à-porter ma che ci fa piacere ricondividere perché tutti noi possiamo prendere coscienza dell’impatto che l’industria della moda e soprattutto della fast fashion ha sull’ambiente.

Buona lettura!

Preferisco stare nuda che non sapere chi ha fatto i miei vestiti

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Per la settimana della Fashion Revolution, cominciata ieri nello stesso giorno dell’Earth Day, posterò come l’anno scorso immagini e argomenti correlati a questa iniziativa che ormai da sei anni cerca di scuotere le coscienze di tutti noi sui costi tossici della moda e soprattutto della fast fashion.

Oggi parlo io o meglio la mia schiena …

‘Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza’

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Fibre e tessuti tinti con i colori ricavati dai residui del carciofo bianco di Pertosa

Il 21 marzo scorso, presso l’Auditorium ‘Giuseppe Avolio’ di Roma, anche sede della Cia-Agricoltori Italiani, l’associazione che riunisce gli imprenditori agricoli di tutta Italia, si è tenuta una giornata cui mi sarebbe piaciuto partecipare, se non mi fossi trovata dall’altra parte d’Italia. E allora rimedio oggi con questo post, oltretutto in linea perfetta con gli argomenti solitamente trattati da eco-à-porter.

L’appuntamento romano riguardava la presentazione del volume ‘Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza’, redatto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) insieme a Donne in Campo-Cia, l’associazione italiana di imprenditrici e donne dell’agricoltura e a Cia-Agricoltori Italiani appunto. Il volume è il frutto di un’indagine condotta da queste associazioni sulla produzione eco-compatibile di fibra da fonti naturali e/o di recupero, di filati da tessitura artigianale, tintura e confezioni naturali presenti sul territorio nazionale e rappresenta un impegno nei confronti di un argomento, la sostenibilità, che come abbiamo più volte ribadito nei nostri post e come descritta nell’agenda 2030 dell’Onu, è argomento molteplice e complesso, che coinvolge nello stesso tempo ambiente, economia e società.

La necessità di studiare e sviluppare sistemi di filiera produttiva a minore impatto ambientale anche nel campo dei tessuti, perché si sa e non lo ripetiamo, la moda inquina e “la produzione mondiale di indumenti è destinata a crescere del 63% entro il 2030”, va di pari passo con una filiera del tessile ecologicamente orientata che ha potenzialità enormi e che va quindi sostenuta e incentivata.

‘Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza’ presenta così esperienze di persone che credono e operano nel settore del tessile responsabile e tante di loro sono donne perché, “la vicinanza tra le donne e il tessere è vivissima, nella storia e ancora oggi, come testimonia il grande contributo del mondo femminile alla sostenibilità della filiera dei tessuti naturali, cui apportano valore aggiunto e spiccata sensibilità” (Pina Terenzi, presidente nazionale ‘Donne in Campo’ di Cia-Agricoltori Italiani).

Lino, attrezzi e prodotti nel laboratorio di Assunta Perilli

Allora c’è ad esempio Assunta Perilli, archeologa tessitrice che a Campotosto, paese sulle sponde dell’omonimo lago artificiale in provincia dell’Aquila, ha raccolto l’eredità di nonna Laurina, riscoprendo un’antica varietà di lino autoctona e le sue lavorazioni tradizionali. Questa coltivazione è talmente unica che le Università di Cambridge e di Copenaghen hanno iniziato a studiarla, studi che continuano con il progetto ‘Il lino di Campotosto’, supportato dal Parco del Gran Sasso e i Monti della Laga che, tra l’altro, ha investito Assunta Perilli della carica di ambasciatrice del Parco nel mondo. Assunta ha confezionato anche il kilt donato a Carlo d’Inghilterra dal sindaco di Amatrice nella sua visita dopo il terremoto del Centro Italia.

Ha ricevuto il titolo di migliore donna manager europea dalla European Women Association per i risultati raggiunti nel campo dell’innovazione e della creatività Daniela Troina Magrì, che ha presentato i suoi lavori artistici sulla seta pura, scelta nelle Seterie del Comasco, dove i suoi dipinti vanno a decorare foulard, cravatte, scialli, sciarpe, kaftani. “L’arte, dice Daniela, è strumento di comunicazione umana nel senso di completezza dell’umanità con tutte le sue caratteristiche, il suo vissuto, la sua capacità di esprimere cose belle e di migliorare la qualità della vita”.

I foulard in seta di Daniela Troina Magrì

Non solo storie al femminile però; il fiorentino Stefano Panconesi, quarta generazione di tintori naturali, dal bisnonno che tingeva le trecce di paglia per i cappelli sulle colline fiorentine, al babbo Memo che gli ha trasmesso la passione per questa attività, mette a sua disposizione la grande esperienza maturata in questo campo nel biellese dove, dal 2010, collabora con la tintoria IRIDE di Adorno Micca, creando all’interno un reparto di tintura in pezza (tintura applicata a tessuti di varie metrature) con coloranti naturali certificata ICEA-GOTS.

Il volume naturalmente raccoglie tante altre esperienze che toccano sia la coltivazione che la tessitura e la tintura di fibre naturali, alcune impensabili come quella realizzata con le foglie del carciofo bianco.

Per chi fosse interessato ‘Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza’ si può scaricare sul sito dell’ISPRA. Per quanto ci riguarda, credo che in futuro andremo a conoscere da vicino i protagonisti di queste storie, per vederli sul campo e toccare con mano i loro prodotti e creazioni.

A-lab Milano, da caso-studio ad atelier, “luogo prima che brand”

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Alessandro Biasi

I miei lettori più attenti si saranno forse accorti che questo mese l’intervista non è uscita di 23 come d’abitudine; è stato un periodo molto intenso e stavolta, nonostante ci abbia provato, non sono riuscita a tenere fede all’appuntamento ma poco male, eccoci qua, agli sgoccioli di marzo, con Alessandro Biasi, fondatore e direttore creativo di A-lab Milano, che Aquafil mi ha introdotto nella scorsa intervista.

Come sempre quando comincio le mie interviste con un designer, mi piace conoscere gli inizi e soprattutto qualcosa di particolare che ‘ha segnato la strada’ per arrivare a fare ciò che fa. Ti va di raccontarti, Alessandro Biasi?

Ciao Barbara, grazie per questa chiacchierata sul tema della sostenibilità che sento molto vicino. Quando mi chiedono come ho cominciato sorrido, perché i miei ricordi vanno ai miei primi esperimenti con forbici, ago e filo (o, più spesso, colla e tanto nastro adesivo!). Ero un bimbo vivace cui piaceva immaginare mondi fantastici e avventure e le mie ‘collezioni’ erano disegnate per i personaggi che amavo impersonare: samurai, ninja e un sacco di supereroi, con un posto speciale per Batman! Di quella fase porto ancora con me l’amore per il ‘saper fare’, per lo ‘sporcarsi le mani’, mettendomi sempre in prima persona nella creazione dei capi per non perdere di vista ciò che voglio raccontare.

Dopo quella fase di gioco e sperimentazione sono passati diversi anni e mi sono trovato (ancora una volta quasi per gioco) a realizzare degli sketches per una mia amica che in quel periodo stava frequentando una scuola di moda. Io frequentavo una scuola d’arte ma presto ho avuto voglia di sperimentare mondi diversi da quello di accademia. E l’occasione è arrivata quando, vedendo i miei disegni, una delle insegnanti di questa amica, volle conoscermi. Da quel momento grazie a lei, pur non essendo mai stato amante della moda in senso letterale, ne ho scoperto il lato più puro e creativo, soprattutto attraverso il lavoro di John Galliano e Alexander McQueen, nei quali ho ritrovato molti legami con il mondo dell’arte da cui provenivo. Dopo aver frequentato la NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) a Milano, tutto si è poi sviluppato in modo quasi naturale. La decisione di fondare un marchio che rispecchiasse l’idea di donna che avevo in mente è stata un processo fatto ancora una volta di sperimentazione. Per la mia tesi di laurea avevo organizzato un gruppo di lavoro, un collettivo creativo, che lavorasse in sinergia per realizzare collezioni fatte da pezzi unici, numerati e non ripetibili. L’atmosfera era quella di un atelier contemporaneo, un laboratorio di idee che è rimasto il mio più grande riferimento. Una volta laureatomi ho sentito che quel gruppo di persone aveva creato molto di più di un caso-studio per una tesi di laurea e ho voluto dare vita ad A-lab Milano, un luogo, prima che un brand, in cui esprimere le mie visioni, supportato da un continuo confronto con altre persone e diverse discipline.

Una bella evoluzione! E a proposito delle tue creazioni, nel sito le descrivi come “architetture nitide”, pensate come fossero un edificio disegnato sul corpo. E poi parli del “naturale e dell’artificiale” che convivono. Me lo ‘traduci’ in abiti, tessuti, superfici, dettagli?

Un modello della p/e 2019 di A-Lab Milano

Quelle parole sono di una scrittrice, oltreché carissima amica, che mi ha regalato alcune righe preziose sul mio lavoro, parole in cui mi ritrovo perché ritengo che esprimano i punti chiave della mia ricerca. L’architettura si traduce in abito quando, pur assecondando necessità e forme del corpo, le esalta e definisce. Con nitido mi piace intendere immediato, netto, senza chiassose sovrapposizioni spiccatamente decorative. Voglio che i miei abiti siano insieme complessi per chi conosce la materia, l’arte della sartoria e la storia del costume, ma immediati e comunicativi anche per un osservatore inesperto. Ho sempre amato le contrapposizioni di elementi diversi e al lusso naturale di cotoni e sete mi piace affiancare tessuti tecnici dalle alte prestazioni. Questo è successo quando molti anni fa ho sperimentato l’uso del neoprene, tessuto rubato allo sport, ricamandolo e arricchendolo con tecniche tradizionali di decorazione, ma anche recentemente con la sperimentazione della stampa digitale su ECONYL®.

ECONYL, appunto. Com’è cominciata la collaborazione con Aquafil e quali sono stati i traguardi raggiunti? Avete in mente altri progetti?

Da sinistra: Alessandro Biasi, Valentina Siragusa, Livia Firth, Carlo Capasa, Roberta Bonazzi e Giulio Bonazzi

La collaborazione con Aquafil è nata proprio da alcune ricerche che stavo effettuando con il mio studio per il concept di un progetto con cui nel 2018 ho partecipato alle selezioni per i Green Carpet Fashion Awards di Eco-age e della Camera Nazionale della Moda. Cercavo un tessuto sostenibile che non presentasse il tipico aspetto grezzo dei tessuti di origine vegetale. Inoltre non mi piaceva l’idea che venisse considerato sostenibile qualcosa che è spesso realizzato tramite un intenso sfruttamento del terreno. Mi sono quindi imbattuto in Aquafil e subito innamorato dell’aspetto tecnico di ECONYL. Recuperando un po’ dell’intraprendenza di quando si è studenti, mi sono messo in contatto con l’azienda e ho trovato in Aquafil un interlocutore immediatamente entusiasta. Pur non avendo raggiunto le fasi finali del concorso abbiamo fortemente voluto mantenere viva la collaborazione e da subito tracciato insieme le linee guida di un nuovo progetto. Ho quindi disegnato due abiti perché fossero realizzati in ECONYL per la serata di consegna dei Green Carpet Fashion Awards, uno di questi indossato da Roberta Bonazzi, la splendida moglie di Giulio (CEO & Chairman di Aquafil) e l’altro da Valentina Siragusa, mia grande amica e musa, con cui abbiamo realizzato anche un progetto video sostenuto da Aquafil. Ma la collaborazione non si è fermata ed ECONYL è entrato a pieno titolo a far parte della mia collezione per l’autunno inverno 2019/20, dando vita ad una capsule di cinque pezzi molto forti stampati realizzati in atelier. Di questa famiglia fa parte anche un abito che ho realizzato sempre per Roberta Bonazzi, che ha preso parte all’esclusiva serata di gala legata alla sostenibilità e organizzata da Maison de Mode a Los Angeles, durante la settimana degli Oscar recentemente conclusasi. Sul futuro preferisco non sbilanciarmi ma sicuramente sento Aquafil un prezioso alleato.

Oltre alla tua collaborazione con Aquafil, in cosa consiste il tuo impegno nella sostenibilità?

Posso dire che il mio impegno nella sostenibilità sia un obiettivo quotidiano. Spesso non ci accorgiamo che gesti semplici come spegnere la luce o chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci laviamo i denti, sono piccoli segni di rispetto per il nostro pianeta. Nel mio lavoro cerco di selezionare tessuti di origine certificata e di dare a ogni capo il peso di qualcosa che occupa un posto in più nel mondo, un mondo che è così pieno di vestiti che dovrebbe essere arricchito soltanto da capi davvero speciali.

Ottima risposta, che condivido in pieno. Alessandro, lo chiedo a te come a ogni mio intervistato: potremo un giorno parlare di eco-à-porter?

Sono certo di sì, perché la sostenibilità oggi non è soltanto un obiettivo ma anche e soprattutto una grande necessità. La moda è da sempre la più sensibile cartina al tornasole dei cambiamenti sociali e oggi deve fare i conti anche con quelli climatici, di cui è parzialmente responsabile. So di essere in buona compagnia tra i designer della mia generazione impegnati a disegnare un futuro più consapevole e sostenibile.

Certo che lo sei e a noi di eco-à-porter piace scoprirvi ogni giorno. Alessandro, anch’io ti ringrazio di questa bella chiacchierata, tienimi aggiornata sulle tue creazioni e collaborazioni sostenibili!

Per quanto riguarda invece la prossima ‘Intervista del mese’ dispenso Alessandro Biasi dalla ‘nomination’ perché il 23 aprile comincerà la settimana della Fashion Revolution e riprenderemo la rubrica nel mese di maggio.

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