15 / Ottobre / 2019
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La sostenibilità in passerella con gli Agritessuti

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Qualcuno di voi ricorderà il post dedicato al volume ‘Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza’, redatto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) insieme a Donne in Campo-Cia, l’associazione italiana di imprenditrici e donne dell’agricoltura, che ha tra l’altro appena lanciato il marchio registrato Agritessuti. Presentato a Roma la scorsa primavera, il volume era il frutto di un’indagine sulla produzione eco-compatibile di fibra da fonti naturali e/o di recupero, di filati da tessitura artigianale, tintura e confezioni naturali presenti sul territorio nazionale.

Per dimostrare che un’altra moda è possibile, il 24 settembre scorso, sempre a Roma, l’associazione femminile di Cia è tornata con un’altra iniziativa chiamata ‘Paesaggi da indossare – Le Donne in Campo coltivano la moda’, dedicata al connubio tra agricoltura e abbigliamento sostenibile realizzato appunto con prodotti e scarti agricoli.

credits Donne in Campo – Cia

Mettere insieme agricoltura, ambiente e abbigliamento; le testimonianze portate dalle imprenditrici Luisa Bezzi e Francesca Cosentino, impegnate rispettivamente nella coltivazione della canapa e in quella della seta e poi l’intervento della ricercatrice Silvia Cappellozza del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA) sui ‘Tentativi per il riavvio di una filiera della seta: il laboratorio veneto’ hanno fatto il punto su una filiera che oggi coinvolge circa 2.000 aziende agricole italiane per un fatturato di quasi 30 milioni di euro con le attività connesse.

E la sfilata etica di abiti da sera e prêt-à-porter realizzati in stoffe bio e colorati con ortaggi, frutta, radici, foglie e fiori, che ha chiuso l’evento, è stata una dimostrazione pratica e tangibile delle potenzialità degli Agritessuti e delle tinture provenienti dagli scarti agricoli come le foglie del carciofo, le scorze del melograno, le bucce della cipolla, i residui di potatura di olivi e ciliegi, i ricci del castagno.

“E’ una filiera tutta da costruire, ma di cui abbiamo il know-how, considerata la vicinanza tra le donne e la tradizione tessile, nella storia e ancora oggi” sottolinea la presidente nazionale di ‘Donne in Campo-Cia’ Pina Terenzi. “Per questo ribadiamo la necessità di dare vita a tavoli di filiera dedicati, al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, a sostegno della produzione di fibre naturali, a cui andrà affiancata la creazione di impianti di trasformazione, diffusi sul territorio e in particolare nelle aree interne, per mettere a disposizione dell’industria e dell’artigianato un prodotto di qualità, certificato, tracciato e sostenibile”.

D’altra parte, è l’ONU per primo, con l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, a sollecitare la costruzione di nuovi sistemi di produzione a minore impatto ambientale e che anzi possano avere un ruolo positivo nei processi di riduzione dell’inquinamento, nel riciclo delle risorse e nella mitigazione dei cambiamenti climatici.

“Oggi invece – sottolineano ancora le ‘Donne in Campo di Cia’ – l’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo, responsabile del 20% dello spreco globale di acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica. Una maglietta richiede, in media, 2.700 litri d’acqua per essere prodotta, un jeans fino a 10.000 litri, utilizzando soprattutto fibre e coloranti di sintesi. Considerato che il consumo mondiale di indumenti è destinato a crescere di oltre il 60% entro il 2030, è evidente quanto siano enormi le potenzialità di una filiera del tessile ecologicamente orientata, fino a rappresentare il 15-20% del fatturato del settore in Italia (4,2 miliardi)”.

E allora sarebbe importante dare linfa vitale e sostenere l’agricoltura tessile e chi la produce, per contribuire al processo di cambiamento, con le donne promotrici di un nuovo modo di vivere la moda nel rispetto del pianeta.

Tiziano Guardini ritorna ad Atlantide

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Mi sarebbe piaciuto esserci ieri mattina allo scalone Arengario di Piazza Duomo a Milano per la sfilata primavera/estate 2020 di Tiziano Guardini e so anche cosa mi sono persa, perché ricordo le emozioni dell’ultima volta, a febbraio, per la presentazione della collezione invernale e il piacere di vedere le sue collezioni dal vivo, oltre che incontrare lui, che è una bellissima persona. Stavolta non mi è stato possibile essere fisicamente presente ma ve la racconto lo stesso, così vi faccio sentire ancora qualche scampolo d’estate, visto il tempo autunnale di questi giorni.

Il nuovo lavoro di Tiziano s’ispira al mito di Atlandide, ‘Atlantis’, che lo affascina e che rappresenta per lui il legame ancestrale tra umanità e natura, oggi molto a rischio. Una visione poetica tradotta in una collezione totalmente sostenibile, colorata e ricca di stampe, in cui il maschile duetta con il femminile, elementi che caratterizzano da sempre le creazioni del designer.

Così, i completi dallo spiccato rigore sartoriale si alternano ai fluidi long dress, le camicie maschili si portano con le iconiche gonne a onde, con l’aggiunta, a volte, di soprabiti lunghi e leggeri, mentre le t-shirt in cotone 100% organico, su cui spiccano slogan come ‘Listen to the EarthBeat’ e ‘Love Me Again’ sono il frutto della co-creazione con il brand teeshare, progetto made in Italy a filiera trasparente lanciato nel 2012 da Francesca Mitolo.

Ritornano poi le collaborazioni con brand e aziende che condividono con Tiziano Guardini l’impegno in una moda etica e responsabile; c’è Aquafil con il suo filato rigenerato Econyl, utilizzato per tutte le proposte di maglieria dal sapore più tecnico, ma anche per le gonne a onde e per le acconciature delle modelle. Immancabile Isko, tra i più importanti produttori di denim a livello mondiale, che ha nuovamente fornito il jeans in 100% cotone organico, poi laserato anziché stampato, su disegni dell’artista Luigi Ciuffreda, per ridurre il consumo di acqua.

Il soprabito in denim Isko laserato e la decorazione sui capelli realizzata con Econyl

La fibra Tencel Lyocell di Lenzing, altra nostra ‘vecchia’ conoscenza, è il tessuto ideale per le righe lucide e multicolor che Albini Donna ha creato in esclusiva per il designer, mentre ritorna anche la ‘seta non violenta’ che, a differenza della seta tradizionale, utilizza i bozzoli abbandonati dalle crisalidi, pronte a spiccare il volo, dopo aver completato il loro ciclo evolutivo. Su questa seta, la storica tessitura comasca Mantero ha sperimentato per la prima volta, su precisa richiesta di Tiziano, una stampa a lavorazione a quadro certificata Global Organic Textile Standard (GOTS) ovvero l’attestazione dell’utilizzo di criteri di natura ecologica e sociale dell’intera filiera di produzione tessile.

L’abito decorato con Swarovski

I riflessi di luce di creature e forme marine sono frutto della collaborazione con Swarovski che ha fornito una selezione di cristalli nell’esclusiva formulazione ‘Advanced Crystals’, conforme ai più rigorosi requisiti di eco-sostenibilità.

Ultima ma non meno importante, la collaborazione di Tiziano Guardini con Adidas che dal 2015 supporta ‘Parley for the Oceans’ nei suoi programmi di comunicazione e sensibilizzazione, sviluppando parallelamente innovazioni ecologiche creative e processi produttivi all’avanguardia volte a proteggere gli oceani dall’inquinamento dei rifiuti plastici. Parley Ocean Plastic è appunto un materiale ottenuto riciclando plastica recuperata prima che raggiunga le spiagge e le comunità costiere.

Un impegno costante e proficuo quello di Tiziano Guardini, doppiamente importante perché non è mai un lavoro individuale ma coinvolge sempre altre realtà nel diffondere consapevolezza e generare aiuto reciproco. Perché è la promozione del contatto tra individui e la collaborazione che portano i maggiori risultati, non solo nella moda.

Grazie Tiziano e complimenti!


La responsabilità della moda negli incendi in Amazzonia

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Cari lettori di eco-à-porter, bentrovati. Scusate l’assenza ma abbiamo approfittato della pausa estiva per apportare delle modifiche tecniche al sito e insieme tirare un po’ le somme di questo anno e mezzo abbondante passato con voi.

Non c’è dubbio, è stato un periodo molto intenso in cui eco-à-porter si è guadagnato un suo piccolo spazio nel mondo della moda etica, tanti brand, designer, aziende e persone scoperti e/o segnalataci che ci hanno fatto capire che la strada è quella giusta e che bisogna andare avanti così.

Quindi si riparte e non è un caso che il post di riapertura sia dedicato ai recenti incendi che hanno devastato e stanno tuttora devastando l’Amazzonia, un disastro ambientale di proporzioni immense che ha distrutto 1.698 chilometri quadrati di vegetazione, un’area del 222% superiore alla deforestazione subita nello stesso mese del 2018, secondo i dati del National Space Research Institute (INPE) del Brasile. Lo stesso INPE dichiara di aver rilevato, nella stessa area, più di 74.000 incendi a partire da gennaio di quest’anno, il numero più alto dal 2010, quindi il 2019 è l’anno peggiore dell’ultimo decennio, anche se tra il 2000 e il 2005 gli incendi sono stati addirittura maggiori.

Incendi in Amazzonia visti dal satellite della Nasa

Statistiche e numeri a parte, l’Amazzonia brucia e questa è una tragica realtà. E noi ne vogliamo parlare perché una delle cause è, ancora e di nuovo, la famigerata industria della moda con la sua produzione di capi e accessori in pelle. Il Brasile è il secondo esportatore di carne bovina mondiale, quindi fornitore anche della pelle utilizzata nel settore del fashion, ciò significa che se un marchio reperisce la pelle dai bovini allevati nella foresta pluviale, sottoposta a deforestazione proprio per far spazio agli allevamenti, è direttamente responsabile di questa devastazione.

L’argomento è stato ben affrontato da Fashion Revolution e vorrei riportare qui alcuni passaggi fondamentali del report che fornisce dati e spiegazioni esaurienti su un legame a molti ancora poco chiaro o addirittura sconosciuto.

Per esempio già nel 2009, il rapporto ‘Slaughtering the Amazon’ (‘Macellando l’Amazzonia nella traduzione letterale) riportava che tanti marchi erano implicati nell’approvvigionamento di pelle dai bovini allevati nella foresta pluviale colpita dalla deforestazione. Molti brand hanno successivamente preso le distanze dal rapporto ma la realtà è che oggi, a distanza di dieci anni, i progressi in termini di trasparenza sull’approvvigionamento di cuoio per scarpe, borse e pelletteria in generale sono stati pochi.

Credits Fashion Revolution

Da un sondaggio molto recente su alcuni marchi del lusso emerge che non si hanno informazioni sul paese di origine della pelle utilizzata: ” ‘pelle italiana’ significa semplicemente che la pelle è stata conciata e lavorata in Italia, ma le sue origini sono oscure e le catene di approvvigionamento opache, e nascondono una vasta gamma di incognite, tra cui il benessere degli animali”.

Solo il 5% dei marchi esaminato nell’ambito del Fashion Transparency Index 2019 (l’indice di trasparenza della moda 2019) ha pubblicato alcuni dei propri fornitori di materie prime e più comunemente si tratta di cotone e lana. Quindi nel prossimo futuro ci vuole un maggiore impegno, sia da parte delle aziende ma anche dei governi, le prime per una maggiore trasparenza nella catena di fornitura e i secondi per una regolamentazione più chiara e decisa.

Che poi, a proposito di deforestazione, non è solo il Brasile a esserne vittima ma anche Madagascar e Indonesia stanno subendo devastazioni irreversibili.

E noi cosa possiamo fare? Intanto cominciare a informarci sui marchi che non condividono le informazioni riguardo all’approvvigionamento della pelle, così da poter essere consapevoli delle nostre scelte di acquisto. E poi tenere a mente ciò che ha scritto Jocelyn Whipple, Content Manager di Fashion Revolution: “Ho pensato alla frenesia dei media e alla reazione dell’industria della moda del lusso all’incendio di Notre Dame. Non sono questi gli stessi identici marchi che traggono profitto dalla pelle prodotta devastando l’Amazzonia? Non c’è niente di lussuoso in tutto questo, è solo devastante”.

Prêt-à-reporter, pochi abiti … ma buoni

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one tip can be: buy second hand!

Il numero perfetto di abiti per far sì che il guardaroba diventi un ‘capsule wardrobe’, un armadio composto da pochi abiti, essenziali e versatili, sarebbe, secondo gli esperti, da 12 a 37; sfido io a trovare una donna che ha soltanto 12/15 abiti nell’armadio, io stessa ammetto di superare abbondantemente la cifra, anche se ultimamente sto provando a ridimensionarmi.

Eppure pare proprio che la nuova tendenza sia quella di ridurre gli spazi nel guardaroba, in nome di qualità, riuso e sostenibilità. Stop quindi ai vestiti dozzinali comprati compulsivamente, sì al concetto del ‘poco ma buono’ e del riutilizzo per arrestare la continua produzione di rifiuti, perché si sa che fine fa la merce invenduta.

La copertina di Overdressed

Secondo il libro ‘Overdressed: the shockingly high cost of cheap fashion’ si calcola che ogni ora in America si gettano circa 20 kg di vestiti, una quantità sufficiente per riempire tre piscine olimpioniche: uno spreco, lo sappiamo bene, alimentato soprattutto dalle catene di fast fashion, che producono collezioni a ritmi incessanti (ci avrete fatto caso, in questo tipo di negozi difficilmente troverete gli stessi abiti della settimana prima).

Scegliere al contrario una moda ‘slow’, che predilige l’acquisto ragionato di capi di qualità prodotti in modo sostenibile, permette non solo di risparmiare sul lungo termine, ma contribuisce a combattere gli sprechi e a valorizzare produzioni artigianali o comunque realizzate con materiali di cui si conosce provenienza e composizione.

E poi, un abito ben realizzato, ha probabilmente più chance di durare nel tempo, quindi di essere riutilizzato in più occasioni; il prêt-à-reporter è un fenomeno che ha contagiato anche i personaggi famosi, basti pensare a Kate Middleton che in più di 70 occasioni ha scelto mise già indossate in precedenza.

E quali sono invece le regole per avere un guardaroba in pieno stile prêt-à-reporter? Come riportato dal Washington Post, bisogna fare acquisti ponderati, provare sempre ogni capo e scegliere soltanto quegli indumenti che fanno sentire a proprio agio. Attenzioni che permetteranno di avere un ‘capsule wardrobe’, fatto di pochi pezzi che possono essere indossati in qualsiasi occasione con l’aggiunta di qualche complemento.

La filosofia del prêt-à-reporter è anche un po’ quella dei negozi d’abbigliamento di seconda mano, con la differenza che qui si acquistano e indossano abiti appartenuti ad altri; Micolet.it è ad esempio nato nel 2015 per il bisogno della fidanzata di uno dei soci di trovare ai capi d’abbigliamento che non usava più un’alternativa alla discarica. La piattaforma online riceve più di 30.000 capi di abbigliamento al mese, che altrimenti verrebbero dispersi e alimenta così una strategia di ​economia circolare​ che fa ripartire da zero il ciclo di vita dei prodotti, anziché farlo semplicemente terminare dopo il loro utilizzo.

L’home page di Micolet.it

Un futuro sempre più green attende dunque la moda a patto che che questo tipo di approccio parta dal basso, che sia condiviso e volto a elevare il livello di cultura e le informazioni per rendere i clienti più critici sulle tipologie di consumi e più consapevoli sui tanti modi di evitare gli sprechi.

Womsh, sneaker ad alto tasso ecologico

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E’ sempre bello scoprire marchi che già dalla loro fondazione nascono con la volontà di essere sostenibili e se poi sono made in Italy ancora meglio! E’ il caso di Womsh, brand di sneaker creato nel 2014 da Gianni della Mora in quel di Vigonza, Padova, che ha come mission quella di diffondere l’amore e il rispetto per l’ambiente.

Womsh è l’acronimo di ‘Word Of Mouth Shoes’ (tradotto letteralmente sarebbe ‘scarpe passaparola’, quindi la volontà intrinseca di diffusione di buone pratiche) e il suo manifesto è l’affermazione di una possibile convivenza tra moda e sostenibilità: “Crediamo nel cambiamento che porta a una vita più in armonia con la natura. Siamo convinti che insieme si possa arrivare lontano. Un piccolo gesto replicato può portare a risultati inaspettati. Inizia tutto da una scelta”. E infatti l’hashtag associato al marchio è #choosethechange.

Le sneaker Womsh si compongono di cinque linee ma a noi interessa parlare soprattutto della linea vegana, la più innovativa e sostenibile, realizzata con Appleskin, bio-polimero prodotto dall’azienda italiana Frumat Leather con scarti di mele dell’Alto Adige (bucce e torsoli) miscelati per il 50% a poliuretano e accoppiati ai tessuti. Frumat Leather ha vinto il premio ‘Technology and Innovation’ al Green Carpet Fashion Award del 2018, perché il materiale non è solo biodegradabile ma interpreta appieno la filosofia legata all’economia circolare recuperando cellulosa altrimenti destinata alla termo-valorizzazione.

Anche le fodere delle sneaker seguono il principio della sostenibilità con l’utilizzo del cotone riciclato, mentre riguardo alla gomma l’azienda ammette e contemporaneamente assicura che è un aspetto su cui sta lavorando già per la collezione 2020.

Le sneaker, non solo quelle vegane, seguono poi un (ri)ciclo continuo, dato che le vecchie paia possono essere restituite a carico dell’azienda per venire poi trasformate in granulato utilizzato per la realizzazione di pavimentazione per i parchi gioco dei bambini.

Anche il packaging è realizzato con cartone riciclato.

Womsh partecipa, in collaborazione con Lifegate, al progetto ‘Impatto Zero’, che ha come scopo la compensazione delle emissioni di CO2 rilasciate nell’atmosfera e a ‘Foreste in piedi’, per la tutela di 560 ettari di foresta amazzonica che il Brasile ha dato in concessione d’uso a 27 famiglie della comunità di San Pedro, con l’obiettivo di prevenire e contrastare la deforestazione, gli incendi dolosi, attività di caccia illegali e altri reati ambientali.

Mentre acquistando un paio di sneaker Womsh della linea vegan, il consumatore compie un piccolo gesto di sostenibilità permettendo di piantare un albero di cacao in Camerun con la collaborazione dei contadini locali.

Qualche numero? In cinque anni Womsh ha provveduto a creare e preservare 12.000 metri quadrati di foresta equatoriale, nel 2018 ha riciclato ben 1500 paia di sneaker, dal 2014 ha compensato 74 tonnellate di emissioni di anidride carbonica, mentre il 90% dell’energia utilizzata in azienda proviene da fonti rinnovabili.

#choosethechange e passateparola!

Costumi da bagno dalla Nuova Zelanda? Perché no?

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Con l’estate alle porte e il caldo (esagerato) che sembra ormai arrivato, non si può che cominciare a parlare di costumi da bagno e lo facciamo con il solito occhio alla sostenibilità.

Il marchio di cui parliamo oggi lo conoscete già; è Kowtow, che abbiamo presentato nell’intervista del mese di gennaio, parlando con la sua fondatrice Gosia Piatek, designer neozelandese che ha scelto il nome del brand da un termine cinese che significa profondo rispetto e rappresenta il gesto dell’inchinarsi così in basso da far toccare la fronte al suolo. Riassume bene il rispetto che Gosia ha per le persone e soprattutto per la terra.

Oltre a realizzare abbigliamento etico con fibre naturali, rinnovabili, biodegradabili e rigenerate, Kowtow produce da quest’anno anche swimwear utilizzando, indovinate un po’, ECONYL, il ‘nostro’ nylon rigenerato costituito da materiale di scarto pre e post consumo prelevato dall’oceano. Con la prima collezione di costumi da bagno Kowtow ha riciclato 120 kg di reti da pesca, wow!

Ispirandosi alle forme geometriche e ricorrendo a tonalità vibranti che richiamano le opere di Henri Matisse, Bruno Munari e David Hockney, Gosia ha creato sei stili composti da due costumi interi e quattro bikini mix & match chiamati Marigold, Sienna, Ivy e Midnight. Per la collezione ha collaborato con l’artista australiana di acquarello e disegnatrice tessile Lauren Cassar, che ha realizzato le stampe astratte dipinte a mano che decorano due t-shirt in cotone biologico e un pareo.

Della sua linea swimwear sostenibile Gosia Piatek dice: “Cerchiamo sempre opportunità di introdurre nuovi prodotti senza compromettere i nostri valori. Lavorare con una tecnologia innovativa per realizzare costumi da bagno belli e sostenibili è stata per noi una sfida nuova ed entusiasmante”.

Sfida entusiasmante, sì, e dagli ottimi risultati!

I costumi da bagno sono in vendita sul sito di Kowtow.

Non solo swimwear: anche il copricostume si fa sostenibile

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Corpicostume Maari Portocervo con VITA by Carvico

Per restare immersi nella Giornata Mondiale degli Oceani, che si celebra domani 8 giugno e che abbiamo anticipato ieri con l’iniziativa ‘Immergiti nel blu‘ organizzata dalla Marine Stewardship Council (MSC), che ha steso un tappeto d’erba blu nel centro storico di Milano, torniamo a parlare di ECONYL, il filato rigenerato ricavato interamente da rifiuti di nylon, come reti da pesca da acquacoltura e recuperate dai mari e dagli oceani, scarti di tessuto, vecchie moquette destinate alla discarica.

Già in un vecchio post avevamo parlato delle aziende italiane, cioè Carvico SpA e Jersey Lomellina SpA, che detengono l’esclusiva mondiale di utilizzo di ECONYL per la produzione di tessuti per il mondo del bagno e soprattutto per lo swimwear.

Copricostume Mermazing con VITA by Carvico

Ora ai costumi da bagno si aggiungono anche parei e copricostume realizzati da Maarï Porto Cervo e Mermazing due brand italiani di swimwear etico e deluxe, che utilizzano il tessuto VITA di Carvico, realizzato con ECONYL. VITA, come è descritto anche nel sito di Carvico e Jersey Lomellina, è un tecno-tessuto eco-sostenibile versatile, iper-resistente, sottile e traspirante che ben resiste agli attacchi di cloro, creme, oli solari e, non meno importante, dei raggi UV.

I copricostume dei due marchi si presentano leggeri e traspiranti come il materiale di cui sono fatti e sono parei allacciati sul fianco, abiti, gonne e maxi-camicie che sfiorano le caviglie, da indossare aperte e morbide sul costume da bagno, in tonalità luminose come l’estate.

Ciò che ci auguriamo è che sempre più marchi facciano una scelta responsabile utilizzando materiali eco-friendly che, come VITA by Carvico, aiutano anche a preservare l’ambiente e, in questo caso, il mare.

Because there is no planet B

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Because there is no planet B - campagna Ecoalf

Tra gli ospiti dell”Intervista del mese’ abbiamo avuto, lo scorso ottobre, Javier Goyeneche, fondatore e presidente del brand spagnolo di abbigliamento e accessori Ecoalf, nato nel 2009 con lo scopo speciale di essere il più sostenibile possibile, a maggior ragione dopo la nascita del figlio Alfredo, cui Javier vorrebbe lasciare un mondo più sano e pulito.

Lo slogan che ben esprime la filosofia legata a Ecoalf è ‘because there is no planet B’, ‘perché non c’è un pianeta B’, un’affermazione forte e chiara che vuole ricordare che non abbiamo un Pianeta di riserva, che la Terra è il nostro unico Pianeta e che non è troppo tardi per prendersene cura.

Così Ecoalf fa la propria parte producendo capi e accessori realizzati con materiali riciclati derivati dai fondi di caffè o dalle reti da pesca abbandonate in mare, recuperate e trasformate in tessuto. Se andate a rileggervi l’intervista a Javier, trovate maggiori dettagli sui passaggi della materia ‘prima’ per diventare tessuto.

La missione di Javier Goyeneche e del suo Ecoalf si è trasformata nel tempo in un vero e proprio movimento, movimento collettivo che chiama tutti noi a fare la propria piccola parte per la salvaguardia dell’ambiente; ‘because there is no planet B’ è diventata anche una capsule collection in vendita sul sito di Ecoalf, la ‘because collection’, composta da t-shirt, canotte e felpe in cotone riciclato. Il 10% dei ricavi della collezione andrà a supportare la fondazione di Ecoalf e la sua missione di pulizia degli oceani (‘Upcycling the oceans’), così che con l’acquisto di un capo chiunque in ogni parte del mondo possa prendere parte al progetto.

La collezione ‘because there in no planet B’ è stata lanciata a fine aprile, in seguito, non a caso, alla Giornata della Terra e alcuni capi sono già sold out. L’invito di eco-à-porter è quello di aderire al movimento per continuare ad alimentare queste pratiche virtuose di economia circolare e se vi va, potete pubblicare il vostro acquisto su Instagram taggando Ecoalf e #becausethereisnoplanetB, come hanno già fatto tanti (➡️ foto di copertina).

Cosa significa essere sostenibile?

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L’associazione culturale bresciana Hopificio, che tra le altre cose ha organizzato per la recente settimana della Fashion Revolution una serie di eventi e iniziative legate al mondo del riciclo e dell’economia circolare, ha chiesto a eco-à-porter di realizzare un breve video in cui dare un parere personale su cosa significa essere sostenibile e così ho deciso di metterci la faccia e la voce.

Naturalmente non è semplice in poco più di un minuto spiegare qualcosa di tanto vasto e complesso ma ci ho provato. Il mio intervento sarà inserito in una serie di altri video che hanno in comune la risposta al medesimo quesito e nell’attesa di condividere la versione completa, oggi posto il mio contributo cui mi piacerebbe seguissero, qui o sulla pagina Facebook, vostri commenti su cosa significa per voi essere sostenibili.

Buon ascolto!

Panni sporchi: dietro le quinte del fast fashion

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Oggi, per il terzo giorno di Fashion Revolution, ho il piacere di condividere l’inchiesta ‘Panni sporchi: dietro le quinte del fast fashion’ realizzata da trademachines.it, compagnia che pubblica spesso report su temi ambientali.

L’inchiesta è sotto forma di infografica, che resta più semplice da seguire, essendoci diversi dati in numeri e percentuali. Si tratta di argomenti che abbiamo affrontato diverse volte qui a eco-à-porter ma che ci fa piacere ricondividere perché tutti noi possiamo prendere coscienza dell’impatto che l’industria della moda e soprattutto della fast fashion ha sull’ambiente.

Buona lettura!

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