Cari lettori di eco-à-porter, bentrovati. Scusate l’assenza ma abbiamo approfittato della pausa estiva per apportare delle modifiche tecniche al sito e insieme tirare un po’ le somme di questo anno e mezzo abbondante passato con voi.

Non c’è dubbio, è stato un periodo molto intenso in cui eco-à-porter si è guadagnato un suo piccolo spazio nel mondo della moda etica, tanti brand, designer, aziende e persone scoperti e/o segnalataci che ci hanno fatto capire che la strada è quella giusta e che bisogna andare avanti così.

Quindi si riparte e non è un caso che il post di riapertura sia dedicato ai recenti incendi che hanno devastato e stanno tuttora devastando l’Amazzonia, un disastro ambientale di proporzioni immense che ha distrutto 1.698 chilometri quadrati di vegetazione, un’area del 222% superiore alla deforestazione subita nello stesso mese del 2018, secondo i dati del National Space Research Institute (INPE) del Brasile. Lo stesso INPE dichiara di aver rilevato, nella stessa area, più di 74.000 incendi a partire da gennaio di quest’anno, il numero più alto dal 2010, quindi il 2019 è l’anno peggiore dell’ultimo decennio, anche se tra il 2000 e il 2005 gli incendi sono stati addirittura maggiori.

Incendi in Amazzonia visti dal satellite della Nasa

Statistiche e numeri a parte, l’Amazzonia brucia e questa è una tragica realtà. E noi ne vogliamo parlare perché una delle cause è, ancora e di nuovo, la famigerata industria della moda con la sua produzione di capi e accessori in pelle. Il Brasile è il secondo esportatore di carne bovina mondiale, quindi fornitore anche della pelle utilizzata nel settore del fashion, ciò significa che se un marchio reperisce la pelle dai bovini allevati nella foresta pluviale, sottoposta a deforestazione proprio per far spazio agli allevamenti, è direttamente responsabile di questa devastazione.

L’argomento è stato ben affrontato da Fashion Revolution e vorrei riportare qui alcuni passaggi fondamentali del report che fornisce dati e spiegazioni esaurienti su un legame a molti ancora poco chiaro o addirittura sconosciuto.

Per esempio già nel 2009, il rapporto ‘Slaughtering the Amazon’ (‘Macellando l’Amazzonia nella traduzione letterale) riportava che tanti marchi erano implicati nell’approvvigionamento di pelle dai bovini allevati nella foresta pluviale colpita dalla deforestazione. Molti brand hanno successivamente preso le distanze dal rapporto ma la realtà è che oggi, a distanza di dieci anni, i progressi in termini di trasparenza sull’approvvigionamento di cuoio per scarpe, borse e pelletteria in generale sono stati pochi.

Credits Fashion Revolution

Da un sondaggio molto recente su alcuni marchi del lusso emerge che non si hanno informazioni sul paese di origine della pelle utilizzata: ” ‘pelle italiana’ significa semplicemente che la pelle è stata conciata e lavorata in Italia, ma le sue origini sono oscure e le catene di approvvigionamento opache, e nascondono una vasta gamma di incognite, tra cui il benessere degli animali”.

Solo il 5% dei marchi esaminato nell’ambito del Fashion Transparency Index 2019 (l’indice di trasparenza della moda 2019) ha pubblicato alcuni dei propri fornitori di materie prime e più comunemente si tratta di cotone e lana. Quindi nel prossimo futuro ci vuole un maggiore impegno, sia da parte delle aziende ma anche dei governi, le prime per una maggiore trasparenza nella catena di fornitura e i secondi per una regolamentazione più chiara e decisa.

Che poi, a proposito di deforestazione, non è solo il Brasile a esserne vittima ma anche Madagascar e Indonesia stanno subendo devastazioni irreversibili.

E noi cosa possiamo fare? Intanto cominciare a informarci sui marchi che non condividono le informazioni riguardo all’approvvigionamento della pelle, così da poter essere consapevoli delle nostre scelte di acquisto. E poi tenere a mente ciò che ha scritto Jocelyn Whipple, Content Manager di Fashion Revolution: “Ho pensato alla frenesia dei media e alla reazione dell’industria della moda del lusso all’incendio di Notre Dame. Non sono questi gli stessi identici marchi che traggono profitto dalla pelle prodotta devastando l’Amazzonia? Non c’è niente di lussuoso in tutto questo, è solo devastante”.

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