Merce invenduta che finisce al macero; non è la prima volta che affrontiamo l’argomento. L’estate scorsa avevamo parlato di ‘abiti che bruciano‘, una delle cattivissime pratiche del sistema moda secondo cui tanti marchi del lusso hanno come abitudine quella di mandare nell’inceneritore milioni di euro di abbigliamento e accessori, piuttosto che venderli a prezzi troppo ribassati per non intaccare l’immagine esclusiva del proprio brand e per tenerli fuori da canali non autorizzati di distribuzione.

Oltre allo spreco in se, va ricordato che tutto ciò che compone un abito o un accessorio, dal tessuto ai componenti come bottoni, cerniere e altre decorazioni, non può essere bruciato in modo ecologico, quindi, di nuovo, il problema è soprattutto ambientale.

In questo senso, e forse non è un caso che venga proprio dal Paese di gruppi del lusso come Kering e Louis Vuitton, il governo francese si sta impegnando a legiferare affinché la merce invenduta non venga distrutta. La spinta legislativa, che dovrebbe entrare in vigore entro il 2023, viene dal primo ministro francese Edouard Philippe che, già l’anno scorso, aveva presentato la Roadmap per l’economia circolare ovvero 50 proposte finalizzate allo sviluppo dell’economia circolare del Paese.

“Possiamo trovare un modello economico praticabile e assicurarci che tutto ciò che resta invenduto venga dato via o suddiviso per il riutilizzo, ha affermato Philippe recentemente, “possiamo evitare la distruzione di prodotti che sono perfettamente buoni, [questo] è uno spreco scandaloso”.

Ma questa legislazione illuminata sarà estesa a tutti i marchi o ci saranno delle eccezioni? A quanto pare ai marchi del lusso sarà concesso il privilegio di proteggere i diritti di proprietà intellettuale distruggendo i prodotti contraffatti che entrano in loro possesso o comunque prodotti che in qualche modo rimandano a loghi, colori, motivi che identificano il proprio brand.

Non c’è da stupirsi, dato che Louis Vuitton e Kering sono gruppi potentissimi che generano decine di miliardi di ricavi in ​​Francia e mantenere la loro aura di esclusività è parte integrante del loro successo.

Ma se così fosse, se fossero fatte queste eccezioni, che senso avrebbe, che senso ha parlare di “un modello economico praticabile” o di economia circolare? Non dovrebbero anche i marchi del lusso, anzi soprattutto loro, rinunciare ad almeno una briciola della propria esclusività per essere protagonisti attivi del cambiamento?

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