I miei lettori più attenti si saranno forse accorti che questo mese l’intervista non è uscita di 23 come d’abitudine; è stato un periodo molto intenso e stavolta, nonostante ci abbia provato, non sono riuscita a tenere fede all’appuntamento ma poco male, eccoci qua, agli sgoccioli di marzo, con Alessandro Biasi, fondatore e direttore creativo di A-lab Milano, che Aquafil mi ha introdotto nella scorsa intervista.

Come sempre quando comincio le mie interviste con un designer, mi piace conoscere gli inizi e soprattutto qualcosa di particolare che ‘ha segnato la strada’ per arrivare a fare ciò che fa. Ti va di raccontarti, Alessandro Biasi?

Ciao Barbara, grazie per questa chiacchierata sul tema della sostenibilità che sento molto vicino. Quando mi chiedono come ho cominciato sorrido, perché i miei ricordi vanno ai miei primi esperimenti con forbici, ago e filo (o, più spesso, colla e tanto nastro adesivo!). Ero un bimbo vivace cui piaceva immaginare mondi fantastici e avventure e le mie ‘collezioni’ erano disegnate per i personaggi che amavo impersonare: samurai, ninja e un sacco di supereroi, con un posto speciale per Batman! Di quella fase porto ancora con me l’amore per il ‘saper fare’, per lo ‘sporcarsi le mani’, mettendomi sempre in prima persona nella creazione dei capi per non perdere di vista ciò che voglio raccontare.

Dopo quella fase di gioco e sperimentazione sono passati diversi anni e mi sono trovato (ancora una volta quasi per gioco) a realizzare degli sketches per una mia amica che in quel periodo stava frequentando una scuola di moda. Io frequentavo una scuola d’arte ma presto ho avuto voglia di sperimentare mondi diversi da quello di accademia. E l’occasione è arrivata quando, vedendo i miei disegni, una delle insegnanti di questa amica, volle conoscermi. Da quel momento grazie a lei, pur non essendo mai stato amante della moda in senso letterale, ne ho scoperto il lato più puro e creativo, soprattutto attraverso il lavoro di John Galliano e Alexander McQueen, nei quali ho ritrovato molti legami con il mondo dell’arte da cui provenivo. Dopo aver frequentato la NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) a Milano, tutto si è poi sviluppato in modo quasi naturale. La decisione di fondare un marchio che rispecchiasse l’idea di donna che avevo in mente è stata un processo fatto ancora una volta di sperimentazione. Per la mia tesi di laurea avevo organizzato un gruppo di lavoro, un collettivo creativo, che lavorasse in sinergia per realizzare collezioni fatte da pezzi unici, numerati e non ripetibili. L’atmosfera era quella di un atelier contemporaneo, un laboratorio di idee che è rimasto il mio più grande riferimento. Una volta laureatomi ho sentito che quel gruppo di persone aveva creato molto di più di un caso-studio per una tesi di laurea e ho voluto dare vita ad A-lab Milano, un luogo, prima che un brand, in cui esprimere le mie visioni, supportato da un continuo confronto con altre persone e diverse discipline.

Una bella evoluzione! E a proposito delle tue creazioni, nel sito le descrivi come “architetture nitide”, pensate come fossero un edificio disegnato sul corpo. E poi parli del “naturale e dell’artificiale” che convivono. Me lo ‘traduci’ in abiti, tessuti, superfici, dettagli?

Un modello della p/e 2019 di A-Lab Milano

Quelle parole sono di una scrittrice, oltreché carissima amica, che mi ha regalato alcune righe preziose sul mio lavoro, parole in cui mi ritrovo perché ritengo che esprimano i punti chiave della mia ricerca. L’architettura si traduce in abito quando, pur assecondando necessità e forme del corpo, le esalta e definisce. Con nitido mi piace intendere immediato, netto, senza chiassose sovrapposizioni spiccatamente decorative. Voglio che i miei abiti siano insieme complessi per chi conosce la materia, l’arte della sartoria e la storia del costume, ma immediati e comunicativi anche per un osservatore inesperto. Ho sempre amato le contrapposizioni di elementi diversi e al lusso naturale di cotoni e sete mi piace affiancare tessuti tecnici dalle alte prestazioni. Questo è successo quando molti anni fa ho sperimentato l’uso del neoprene, tessuto rubato allo sport, ricamandolo e arricchendolo con tecniche tradizionali di decorazione, ma anche recentemente con la sperimentazione della stampa digitale su ECONYL®.

ECONYL, appunto. Com’è cominciata la collaborazione con Aquafil e quali sono stati i traguardi raggiunti? Avete in mente altri progetti?

Da sinistra: Alessandro Biasi, Valentina Siragusa, Livia Firth, Carlo Capasa, Roberta Bonazzi e Giulio Bonazzi

La collaborazione con Aquafil è nata proprio da alcune ricerche che stavo effettuando con il mio studio per il concept di un progetto con cui nel 2018 ho partecipato alle selezioni per i Green Carpet Fashion Awards di Eco-age e della Camera Nazionale della Moda. Cercavo un tessuto sostenibile che non presentasse il tipico aspetto grezzo dei tessuti di origine vegetale. Inoltre non mi piaceva l’idea che venisse considerato sostenibile qualcosa che è spesso realizzato tramite un intenso sfruttamento del terreno. Mi sono quindi imbattuto in Aquafil e subito innamorato dell’aspetto tecnico di ECONYL. Recuperando un po’ dell’intraprendenza di quando si è studenti, mi sono messo in contatto con l’azienda e ho trovato in Aquafil un interlocutore immediatamente entusiasta. Pur non avendo raggiunto le fasi finali del concorso abbiamo fortemente voluto mantenere viva la collaborazione e da subito tracciato insieme le linee guida di un nuovo progetto. Ho quindi disegnato due abiti perché fossero realizzati in ECONYL per la serata di consegna dei Green Carpet Fashion Awards, uno di questi indossato da Roberta Bonazzi, la splendida moglie di Giulio (CEO & Chairman di Aquafil) e l’altro da Valentina Siragusa, mia grande amica e musa, con cui abbiamo realizzato anche un progetto video sostenuto da Aquafil. Ma la collaborazione non si è fermata ed ECONYL è entrato a pieno titolo a far parte della mia collezione per l’autunno inverno 2019/20, dando vita ad una capsule di cinque pezzi molto forti stampati realizzati in atelier. Di questa famiglia fa parte anche un abito che ho realizzato sempre per Roberta Bonazzi, che ha preso parte all’esclusiva serata di gala legata alla sostenibilità e organizzata da Maison de Mode a Los Angeles, durante la settimana degli Oscar recentemente conclusasi. Sul futuro preferisco non sbilanciarmi ma sicuramente sento Aquafil un prezioso alleato.

Oltre alla tua collaborazione con Aquafil, in cosa consiste il tuo impegno nella sostenibilità?

Posso dire che il mio impegno nella sostenibilità sia un obiettivo quotidiano. Spesso non ci accorgiamo che gesti semplici come spegnere la luce o chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci laviamo i denti, sono piccoli segni di rispetto per il nostro pianeta. Nel mio lavoro cerco di selezionare tessuti di origine certificata e di dare a ogni capo il peso di qualcosa che occupa un posto in più nel mondo, un mondo che è così pieno di vestiti che dovrebbe essere arricchito soltanto da capi davvero speciali.

Ottima risposta, che condivido in pieno. Alessandro, lo chiedo a te come a ogni mio intervistato: potremo un giorno parlare di eco-à-porter?

Sono certo di sì, perché la sostenibilità oggi non è soltanto un obiettivo ma anche e soprattutto una grande necessità. La moda è da sempre la più sensibile cartina al tornasole dei cambiamenti sociali e oggi deve fare i conti anche con quelli climatici, di cui è parzialmente responsabile. So di essere in buona compagnia tra i designer della mia generazione impegnati a disegnare un futuro più consapevole e sostenibile.

Certo che lo sei e a noi di eco-à-porter piace scoprirvi ogni giorno. Alessandro, anch’io ti ringrazio di questa bella chiacchierata, tienimi aggiornata sulle tue creazioni e collaborazioni sostenibili!

Per quanto riguarda invece la prossima ‘Intervista del mese’ dispenso Alessandro Biasi dalla ‘nomination’ perché il 23 aprile comincerà la settimana della Fashion Revolution e riprenderemo la rubrica nel mese di maggio.

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