La carta per la moda sostenibile è realtà

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Lo avevamo anticipato in uno degli ultimi post e oggi possiamo dire che è realtà: al summit Onu sul clima che si è concluso ieri a Katowice, in Polonia, è stato presentato il ‘Fashion Industry Charter for Climate Action’, carta costitutiva che mira a ridurre l’impatto ambientale dell’industria della moda, la seconda più inquinante al mondo.

Stella McCartney si era fatta promotrice del documento anticipando che molti altri brand avrebbero firmato la carta e oggi sappiamo che sono in totale 43 tra cui Adidas, Burberry, Esprit, Guess, Gap Inc., Hugo Boss, H&M, Inditex, Kering, Levi Strauss & Co., Puma SE, insieme a organizzazioni come Business for Social Responsibility, Sustainable Apparel Coalition, China National Textile and Apparel Council, Outdoor Industry Association e Textile Exchange e alla partecipazione del WWF. 

Ma cosa dice la carta e quali obiettivi si sono impegnati a perseguire i firmatari di questo importantissimo atto? Innanzitutto riconosce il ruolo cruciale che l’industria della moda gioca, sia in senso negativo, per il suo contributo alle emissioni di gas serra, sia positivamente per le molteplici opportunità che ha di ridurre le emissioni stesse contribuendo allo sviluppo sostenibile.

In linea poi con l’Accordo di Parigi del dicembre 2015, la carta include 16 obiettivi tra cui quello di ridurre le emissioni di gas del 30% entro il 2030 (e a portarle a zero entro il 2050) e di dismettere gradualmente l’uso del carbone nella fase produttiva. E ancora, di selezionare materiali sostenibili, di scegliere trasporti a basse emissioni di carbonio, di migliorare il dialogo e la consapevolezza nei consumatori, di collaborare con la comunità finanziaria e i responsabili delle politiche per catalizzare soluzioni scalabili ed esplorare modelli di business circolari.

Per realizzare progressi concreti su questi e sugli altri impegni, sono stati istituiti sei gruppi di lavoro in cui i firmatari lavoreranno dall’inizio del 2019 per definire le varie fasi di attuazione degli obiettivi che riguarderanno l’identificazione e l’implementazione delle pratiche migliori, il rafforzamento degli sforzi esistenti, l’individuazione e la risoluzione delle lacune, la facilitazione della collaborazione tra le parti interessate, l’unione delle risorse e la condivisione degli strumenti per consentire al settore di raggiungere i propri obiettivi climatici.

Si tratta senza dubbio di uno spartiacque importante, un impegno senza precedenti che se preso alla lettera, lavorando davvero per raggiungere gli obiettivi della carta, attuerà una vera e propria rivoluzione, pari a quella industriale ottocentesca. Ma allora si introducevano ad esempio petrolio e prodotti chimici, gli stessi che oggi sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento ambientale. 

E allora potrebbe essere una rivoluzione industriale al contrario, finalizzata alla riscoperta, nei limiti del possibile, di pratiche virtuose che possano restituire all’ambiente qualcosa di ciò che nei secoli gli è stato tolto.

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