Dall’apertura di questo blog ho spesso affrontato l’argomento di come un abito di qualità che dura nel tempo, magari modificato o riaggiustato o tenuto malgrado imperfezioni o usura, sfidi il concetto di moda come un prodotto usa e getta strettamente effimero. Questa stessa idea è alla base di una mostra dal titolo ‘Fashion Unraveled’ che si è aperta lo scorso 25 maggio presso il Museo del Fashion Institute of Technology di New York e che esplora i ruoli della memoria e dell’imperfezione nella moda, portando contemporaneamente alla luce le relazioni profondamente personali e fisiche che abbiamo con i nostri vestiti.

È un concetto che mi ricorda molto il secondo numero della fanzine di Fashion Revolution ‘Loved Clothes Last‘, in cui, tra idee e possibilità per prolungare la vita dei nostri abiti, s’inserisce anche una love story con un capo che ci sta particolarmente a cuore. Anche se la tematica della mostra del FIT non è la sostenibilità, è inevitabile non pensare a quante possibilità esistano nel creare qualcosa di nuovo dal vecchio e a quanto possa risultare desiderabile e affascinante l’usato o il consumato e infatti esiste un intero mercato ad esso dedicato.

‘Fashion Unraveled’ si divide in cinque sezioni, con 60 oggetti tra abiti e accessori che coprono un lasso di tempo che va dal XVIII secolo ad oggi; ‘Behind the Seams’ fornisce aneddoti sulla creazione di un capo o sul modo in cui è stato indossato, ‘Mended and Altered’ si concentra sui vari modi, a volte impercettibili, in cui un indumento è stato modificato nell’arco della sua vita, ‘Repurposed’ presenta capi che sono stati interamente rifatti, mentre ‘Unfinished’ riguarda i capi incompleti, sia per caso che per scelta. Infine ‘Distressed and Deconstructed’ discute sui modi in cui i designer hanno consapevolmente abbracciato nel loro lavoro un’estetica dell’imperfezione. In generale tutti gli oggetti esposti mettono in discussione le nozioni preconcette di bellezza e di valore nella moda e fanno luce sull’importanza delle storie che possono essere raccontate dai capi stessi.

Seppur tutte e cinque interessanti, sono soprattutto due le sezioni che più si avvicinano alle tematiche trattate da eco-à-porter; ‘Mended and Altered’ ovvero l’abbigliamento rammendato o modificato si sposa benissimo con il concetto di mantenimento nel tempo di un capo che per varie ragioni vogliamo continuare ad usare e le modifiche hanno maggiore senso e successo su un indumento che presenta una buona qualità, sia dal punto di vista tessile che di confezione. Le ragioni di riparazioni e cambiamenti possono essere varie: o l’adattamento ai nuovi trend, magari in termini di linee e volumi, o un utilizzo particolare, magari per il teatro o per il cinema o, appunto, per una mostra oppure semplici ragioni personali, tipo quelle sentimentali di cui parlavo prima. È sorprendente comunque come le modifiche sugli abiti fossero già diffuse in epoche a noi davvero lontane, come dimostra questo corsetto in broccato di seta multicolore datato 1750 circa, in cui le stecche sono state allargate per poter aggiungere pannelli di diverso tessuto in vita; il museo suppone che l’alterazione possa essere stata effettuata per adattarsi alla figura della sua indossatrice originale ma anche perché in mano a qualcun altro o venduto nel mercato dell’usato. Wow, nel 1700, meraviglioso!


Multicolor brocaded silk, circa 1750, France, 68.144.14, gift of Miss Adele Simpson – courtesy of The Museum at FIT


L’altra sezione in cui si possono ritrovare i concetti cari alla moda sostenibile è ‘Repurposed’ cioè il riadattare indumenti o tessuti pre-esistenti in qualcosa di nuovo e di maggiore valore, in altre parole riuso, riutilizzo, upcycling! Tra i capi rappresentativi il museo espone questa tuta che la designer Betsey Johnson ha realizzato con delle strisce di tessuto patchwork tagliate da alcune camicie in stile rugby appartenute a John Cale, allora marito della stilista e membro del gruppo rock The Velvet Underground, conosciuto per la sua estetica vibrante ed eclettica.

Multicolor cotton jersey, 1966, USA, 90.173.1, gift of Betsey Johnson – courtesy of The Museum at FIT


Sul sito del museo potete trovare tante altre immagini relative a queste due sezioni di cui ho parlato e ovviamente anche delle altre tre, con le varie didascalie su caratteristiche, epoche, personaggi cui i capi fanno riferimento. Certo l’ideale sarebbe visitarla dal vivo, quindi per chi può volare a New York entro il 17 novembre prossimo credo che questa sia una mostra da non perdere!

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