From Fashion Revolution Fanzine

“Siamo la ‘Fashion Revolution’. Siamo persone che da tutto il mondo fanno funzionare l’industria della moda. Siamo persone che indossano vestiti. E siamo le persone che li fanno. Siamo designer, accademici, scrittori, imprenditori, politici, marchi, rivenditori, distributori, produttori, creatori, lavoratori e amanti della moda. Siamo l’industria e siamo il pubblico. Siamo cittadini del mondo. Siamo voi”.

From Fashion Revolution IG account

Questa è le bella presentazione che si legge sul sito di Fashion Revolution, il movimento globale nato all’indomani della tragedia del Rana Plaza; di Fashion Revolution ho parlato in diversi miei post e torno a parlarne con piacere, non solo perché è fonte di continue ed interessanti notizie sul mondo della moda sostenibile ma anche perché edita la fanzine omonima (che ho ordinato, quindi presto ve la illustrerò di persona) in edizione limitata che illustra le storie che si nascondono dietro alla produzione dei vestiti, esplorando temi come trasparenza, sostenibilità, diseguaglianza ed etica nell’industria della moda.

Fashion Revolution #2Fanzine Cover

È nel secondo numero della fanzine ‘Loved Clothes Last’ che si trova, tra le altre cose, un’interessante lista di sei azioni che rispondono alla domanda: “Cosa dovrebbero fare i governi per affrontare il problema degli scarti dell’industria della moda?”, redatta da Sarah Ditty, a capo della policy di Fashion Revolution. Ecco le risposte:

  1. Rendere più facile alle persone il riuso e la riparazione di abiti e scarpe;
  2. Facilitargli anche il riciclo di abiti usati e tessuti;
  3. Fornire alle persone maggiori informazioni sul riuso, la riparazione e il riciclo di abiti usati e tessuti;
  4. Far passare la legge sulla responsabilità estesa del produttore in modo che le imprese siano responsabili dei rifiuti tessili che creano;
  5. Aumentare le tasse sull’utilizzo di materiali vergini e le sanzioni per la produzione di rifiuti tessili, diminuirle per l’uso di materiali di riciclo e per il riciclo di abiti e tessuti;
  6. Investire nella ricerca, in infrastrutture e innovazione per ridurre gli scarti tessili e dell’abbigliamento e per costruire un’economia circolare.

From Fashion Revolution #2Fanzine – ‘Loved Clothes Last’

Azioni virtuose, non c’è dubbio. Me lo chiedo spesso quando mi capita di andare nei centri commerciali: dove finirà tutto quell’invenduto, che percorsi farà, quale il suo destino e quante volte verranno indossati gli abiti acquistati, che fine faranno anche loro una volta scartati? Perché si sa, come è emerso dai rapporti delle organizzazioni del settore, come quello di Humana People to People Italia, che se il cittadino decide ad esempio di deporre gli abiti negli appositi cassonetti, “si mette in moto una filiera complessa che dovrebbe avere come obiettivo il recupero e il riciclo degli indumenti”, ma che in molti casi finisce per alimentare traffici illeciti. E ciò succede proprio a causa di una legislazione non chiara che non considera tra i requisiti indispensabili nei bandi di gara per la gestione del materiale raccolto il criterio di trasparenza ovvero non viene richiesto per esempio un certificato antimafia, né chiarimenti su che fine faranno gli abiti usati. E questa è solo la punta dell’iceberg e sto comunque parlando, in questo caso, del nostro Paese e di un solo passaggio della filiera produttiva, quello finale che riguarda lo smaltimento degli abiti usati. Quindi c’è da tornare per forza sull’argomento.

Intanto sappiamo che Fashion Revolution è una realtà che cerca di dare risposte concrete alle problematiche citate sopra, che è un movimento che coinvolge cittadini e gruppi di tanti Paesi del mondo e che tutti noi siamo e saremo continuamente chiamati a chiedere e a rispondere alla domanda “who made my clothes”.

 

 

 

 

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