23 / luglio / 2018

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Alla quinta edizione di Isko I-Skool va in scena il denim sostenibile

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Isko I-Skool contest

Focus sulla sostenibilità per Isko I-Skool, il contest internazionale creato da Isko, colosso mondiale del denim, impegnato da anni nel rendere appunto più sostenibile una delle produzioni più inquinanti del settore, e da Creative Room, il centro italiano di Isko specializzato in design e ricerca stile. Poche sere fa, esattamente il 10 e l’11 luglio a Milano presso BASE-Milano, 12.000 mq di laboratori, spazi per esposizioni, spettacoli, workshop, conferenze ricostruiti all’interno dell’ex-Ansaldo, si sono svolte le serate finali del concorso giunto alla sua quinta edizione, che ha premiato alcuni studenti provenienti dalle scuole di moda più importanti a livello mondiale.

Il denim, materiale d’elezione del contest, è stato declinato quest’anno attraverso il tema ‘UnDocumented’ ovvero, come ha spiegato Fabio Di Liberto, brand director Isko “abbiamo chiesto agli allievi di superare i loro valichi della conoscenza, i loro limiti mentali. Il tema della sostenibilità è multidimensionale e come tale è stato affrontato; abbiamo trasferito ai ragazzi la nostra visione sostenibile, il nostro pensiero legato al cambiamento positivo e responsabile e loro hanno risposto con le proprie interpretazioni, idee che partono dall’ingrediente primario che è il denim sostenibile, responsabile, certificato a servizio della creatività”. Oltre che dai venti finalisti del Denim Design Award, il tema è stato sviluppato anche dagli studenti finalisti del Marketing Award, provenienti dalle scuole di marketing e comunicazione più influenti del mondo, che dovevano improntare un progetto legato alla creazione di un piano applicato all’industria del denim, tenendo sempre presente il fattore ‘sostenibilità’.

Per quanto riguarda i premi, per la sezione ‘marketing’ l’UnDocumented Award è andato a Gina Paljusevic della Parsons School of Fashion di New York, mentre per quella ‘design’ ha vinto Jaeha Im della Esmod di Seoul, premiato sul palco dal nostro stilista eco-sostenibile Tiziano Guardini, lo sottolineo perché sarà l’ospite della prossima intervista del mese! Proprio Guardini è stato sostenuto da Isko per la sua collezione presentata alla Milano Fashion week dello scorso febbraio, realizzata soprattutto in denim, naturalmente green perché fatto con il cotone rigenerato.

Talenti emergenti, quindi, che premiano altri talenti in erba, per un futuro in cui anche il denim avrà, e comincia già ad avere, un ruolo chiave tra i tessuti ecologici.

 

Ritorna l’Ethical Fashion Show di Berlino

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Ethical Fashion Week Berlin Poster

Dal 3 al 5 luglio prossimi torna l’appuntamento con l’Ethical Fashion Show di Berlino presso la ex centrale termoelettrica Kraftwerk, come sempre dedicato alla moda nei contesti della sostenibilità, della digitalizzazione e dell’innovazione. Vediamo qualche data e qualche appuntamento.

Dalle 19:00 di martedì 3 luglio, la sfilata di moda ‘Greenshowroom Selected’ riunirà gli stili degli espositori di Ethical Fashion Show e di Greenshowroom, la vetrina di eco-design interna all’evento berlinese e l’evento sarà trasmesso in diretta dagli schermi del Kraftwerk. Il giorno stesso, dalle 18:00 alle 21:00, nello spazio del ‘Nightshift’ ci sarà l’opportunità di confronti informali con i brand espositori.

Il 3 e il 4 luglio si terrà la coppia di conferenze ‘FashionSustain’ e ‘Fashiontech’; la prima porterà sul palco esperti e pensatori visionari nel settore del footwear, dalle scarpe da ginnastica alle calzature in generale alla pelle sostenibile, sotto lo slogan di ‘Jump into the Future’. Tra i relatori: Veja, GLS Bank, I: CO e C & A Foundation. Il giorno seguente, ‘Fashiontech’ si focalizzerà sulle soluzioni digitali per l’e-commerce, la vendita al dettaglio e il marketing nel mondo della moda.

Giovedì 5 luglio, nell’ambito della sessione ‘FashionImpact’, le imprenditrici Sara Abera, fondatrice di Muya, marchio artigianale etiope e Linda Speldewinde, fondatrice dell’associazione di design dello Sri Lanka, parleranno delle opportunità generate dalla loro attività per le rispettive economie locali. Seguirà l’appuntamento con ‘Fashion Africa 254’, il programma etiope per i tessuti sostenibili, con l’Associazione per la cooperazione internazionale (Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit – GIZ) e con Meron Addis Abeba Leather Bags, che si concentreranno sull’industria della moda ad Addis Abeba.

Infine il punto di incontro per la community della moda online sarà l’evento ‘Prepeek powered by Fashion Changers’, in cui look individuali saranno abbinati ai pezzi delle collezioni dei marchi espositori, catturati sul posto dagli scatti di fotografi professionisti e condivisi da blogger e influencer sui loro canali social. Ma io non ci sarò, non sono ancora abbastanza famosa😉

Per la Giornata Mondiale degli Oceani un bel reportage da Santorini

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Reportage from Santorini - courtesy of Healthy Seas/Ghost Fishing

Ecco le immagini del reportage di stamattina dall’isola di Santorini; le reti da pesca recuperate da Healthy Seas, Ghost Fishing e il team di Cousteau diventeranno il filato sostenibile ECONYL®, materia prima dei tessuti per la produzione, tra le altre cose, dei costumi da bagno di cui abbiamo parlato in uno degli ultimi post.

 

 

Domani live streaming da Santorini!

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Courtesy of Healthy Seas

Come da mio post, voglio ricordarvi che domani è la Giornata Mondiale degli Oceani e che alle ore 10.00 (ora italiana) ci sarà un evento live streaming dall’isola di Santorini. I sommozzatori di Healthy Seas, insieme a quelli di Ghost Fishing e del team di Cousteau, recupereranno dai fondali marini le reti da pesca abbandonate, che poi andranno a ‘rigenerarsi’ negli stabilimenti sloveni di Lubiana dove verranno trasformati in ECONYL®, filato per la produzione di tessili per la casa e l’abbigliamento.

Unico cambio di programma, il live streaming sarà trasmesso da http://healthyseas.org/save-your-breath-santorini/ e non dalla pagina FB che avevo segnalato nel post in questione.

Buona visione e #saveyourbreath !

L’8 giugno è la Giornata Mondiale degli Oceani. Anche la moda partecipa.

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Carvico_8 giugno_@PYCousteau_Cousteau Divers

Come ogni anno, anche quest’anno si avvicina la Giornata Mondiale degli Oceani, istituita dall’Onu nel 1992 in occasione del vertice sull’ambiente di Rio de Janeiro. L’8 giugno prossimo il mondo celebrerà il valore inestimabile di queste nostre immense riserve d’acqua sempre più minacciate su più fronti, in primis dalla miriade di rifiuti plastici che li sta trasformando in discariche galleggianti. Ed è questo, forse, il messaggio che l’8 giugno deve passare, un messaggio urgente di maggiore cura e tutela di un patrimonio unico che è di tutti noi.

Anche il mondo della moda è inevitabilmente chiamato a rispondere di fronte a questa grave forma d’inquinamento, basti solo pensare alle tonnellate di acque di scarico e di altre sostanze nocive provenienti dalla filiera tessile che contaminano fiumi, laghi, mari, oltre che cieli e sottosuolo. E poi, certo, anche tutti i materiali sintetici di cui è composto gran parte del nostro abbigliamento, materiali non riciclabili e non biodegradabili che finiscono ogni anno in discarica. Trovo giusto, quindi, che gli attori di questa grande industria, la seconda più inquinante al mondo dopo quella del petrolio, non mi stancherò mai di ricordarlo, agiscano per trovare soluzioni sostenibili, diminuendo così il pesante impatto che hanno sul pianeta.

È il caso dell’azienda italiana Carvico SpA, leader insieme alla consociata Jersey Lomellina SpA, nella produzione di tessuti tecnici per il beachwear, lo sportswear e l’outerwear. Da sempre impegnata in una politica aziendale attenta all’impatto ambientale di ogni fase di produzione, Carvico parteciperà attivamente alla giornata degli oceani con un’iniziativa-reportage dai fondali dell’Isola di Santorini per capire cosa significa davvero ‘inquinamento’. Durante l’evento, che sarà trasmesso in diretta streaming e che anche eco-à-porter seguirà, l’associazione Healthy Seas, che Carvico sostiene dal 2016 e che si occupa di recuperare dai fondali marini le reti da pesca abbandonate, insieme a Ghost Fishing e alla Cousteau Divers, recupererà appunto questi ingombranti attrezzi che i pescatori abbandonano o perdono in mare aperto e che si trasformano in trappole letali per flora e fauna marina. Ma non solo; le reti da pesca, un tempo fatte di canapa e cotone, sono oggi prodotte con il nylon, il polipropilene e il poliestere, quindi immaginatevi che pesante impronta inquinante lasciano in mare!

La cosa più interessante e anche particolare di questo progetto è che le reti recuperate saranno portate in un centro a Lubiana, in Slovenia, dove verranno sottoposte ad un processo di rigenerazione in cui il nylon subirà una trasformazione virtuosa in un nuovo materiale, 100% eco-sostenibile, il filato ECONYL® che Carvico e Jersey Lomellina poi utilizzeranno e già utilizzano per i propri tessuti tecnici. Un bell’esempio di economia circolare, vero?

Carvico e Jersey Lomellina detengono dal 2013 l’esclusiva mondiale di ECONYL® per la produzione di tessuti destinati al mare sono tantissimi i brand, sia in Italia che all’estero, che ormai da anni fanno uso di questi eco-tessuti per le loro collezioni; tra di loro c’è anche Anekdot, il marchio tedesco sostenibile di lingerie e beachwear già ospite del blog.

Avrò modo, nei prossimi post, di parlare di alcuni brand che fanno uso dei tessuti Carvico e Jersey Lomellina, l’estate è lunga. Ciò che mi preme oggi è ricordare che l’8 giugno siamo tutti chiamati a ricordarci dell’impegno che abbiamo nei confronti del nostro ‘blu’ infinito e che questo impegno non deve essere solo di un giorno all’anno ma sempre. Perché in vacanza ci piace andare, come ci piace tuffarci e nuotare, bella l’estate ma allora un po’ più di rispetto verso questa grande ‘madre’ che ci ha dato la vita.

Dentro l’industria della moda con il corso online di Fashion Revolution

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Corso online di Fashion Revolution

Eco-à-porter ha ormai sdoganato il movimento e le attività della Fashion Revolution, dedicandogli ampio spazio prima e durante l’ultima settimana dello scorso aprile ma questa è una rivoluzione che va avanti tutto l’anno e che propone eventi e opportunità sempre nuovi per conoscere a fondo l’industria della moda. È il caso del corso online gratuito che il movimento ha organizzato in partnership con l’Università di Exeter per il mese di giugno, rivolto a tutti coloro che sono interessati al mondo della moda, del mercato, all’etica e all’attivismo, compresi ovviamente coloro che fanno già parte di Fashion Revolution. Ed è adatto anche agli insegnanti che desiderano arricchire i propri programmi scolastici.

Di che cosa tratterà il corso? Le materie saranno molto diversificate: geografia, moda e tessile, lingua inglese, indagine storica, politica, sociologia, arte, economia, studi ambientali, cittadinanza globale, sviluppo sostenibile, studi personali e sociali, il tutto attraverso strumenti accessibili e tecniche semplici che permetteranno di entrare e indagare nel profondo l’industria della moda. Conoscerla dall’interno, con le sue dinamiche, permetterà agli studenti di diventare partecipi del cambiamento, influenzandola attivamente in modo che valorizzi in egual misura le persone, l’ambiente, la creatività e il profitto.

Una delle domande o forse la domanda che Fashion Revolution invita a fare e a farsi è ‘chi ha fatto i miei vestiti?’; ecco, questo corso consentirà agli studenti di acquisire conoscenze e abilità pratiche per pensare alla nostra economia globale e a chi fa i nostri vestiti, spiegando in particolare la composizione delle catene di fornitura degli indumenti, esplorando l’interdipendenza di luoghi, risorse e persone su cui si basano le catene stesse,
indagando sul nostro abbigliamento, sui marchi che portiamo, da dove provengono, da chi e come sono realizzati, identificando e impiegando tecniche di ricerca per capire le politiche adottate dai brand. E, ancora, mostrando una scrittura empatica in relazione alle storie che si nascondono dietro la produzione di abbigliamento, riflettendo su come usare le nostre scoperte per influenzare i marchi.

Per accedere al corso non servirà altro che una connessione Internet e il classico software di elaborazione dei testi, cioè Word. Per ulteriori info e per accedere al corso ecco il link.

Consigliato 👍🏻

 

Nasce Slow+Fashion+Design Community, polo per la moda etica (e tanto altro)

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courtesy of Slow+Fashion+Design.Community

È già tutto nel nome: Slow+Fashion+Design Community, tanto per dare un’idea degli obiettivi di questa associazione di promozione sociale diventata da poco operativa e che ha come filosofia gli stili di vita slow da sostenere e divulgare, promuovendo artigiani e realtà territoriali in svariati settori, dalla moda al design, dal cibo ai viaggi all’architettura. Fondata da Alessandro Crosato, in passato designer per il Gruppo Benetton e per MCS, a Ponzano Veneto, in provincia di Treviso, la piattaforma si pone come polo etico sostenibile che, per ora, serve e si rapporta soprattutto con le produzioni locali ma che mira ad estendersi a livello nazionale.

Circa un anno e mezzo fa – spiega Alessandro Crosato – mi sono reso conto di come le cose nel settore moda stessero cambiando: se le aziende continuavano a procedere come sempre, si iniziavano però a intravedere cambiamenti da parte del mercato e delle coscienze. Ho deciso quindi di fare qualcosa di concreto, creando insieme ad altri 6 soci, tutti provenienti da settori diversi, un’associazione di promozione sociale ispirata ai valori della filosofia slow, che si basa sul concetto di prendersi il giusto tempo per fare prodotti di qualità e nel rispetto dell’ambiente e delle persone”.

Ma in cosa consiste concretamente l’attività di Slow+Fashion+Design Community? Per esempio nell’organizzare eventi e presentazioni per divulgare la filosofia slow, raccontando le storie di artigiani e/o di aziende che operano già con un approccio etico e sostenibile sia nella progettazione che nella vendita. Oppure nel partecipare o promuovere conferenze in cui vengono affrontati diversi temi legati alla filosofia slow e a tutti i suoi vantaggi. Non mancano poi le collaborazioni con periodici editoriali digitali e cartacei e con scuole, università e altre associazioni.

Il primo progetto realizzato da Slow+Fashion+Design Community, presentato lo scorso aprile durante il Salone del Mobile, è EticaLiving, una linea di arredi di lusso in edizione limitata nata dalla collaborazione tra VGnewtrend, azienda veneta attiva nella produzione di arredamento di design e Flavio Ongaro, artigiano specializzato nella lavorazione di tessuti in denim. L’associazione ama definire la collezione ‘una filosofia che diventa materia’ e certo qui i materiali sono d’eccellenza, oltre che sostenibili e lavorati artigianalmente: i tessuti ad esempio sono decorati in modo unico, così che ogni pezzo e ogni decorazione non saranno mai uno uguale all’altro.

Slow+Fashion+Design Community ha un suo sito e tanti progetti da portare avanti, tra cui  anche il rilancio sostenibile dei marchi Henry Cotton’s, Marina Yachting e MCS, gestiti attualmente dal Tribunale di Venezia. La convinzione dei suoi fondatori è che la rivoluzione slow debba partire proprio dai designer, anche per questo l’associazione ha stretto un accordo con Slow Fashion World, piattaforma internazionale con sede in Svezia, per creare a livello mondiale un pool di designer con questo tipo di sensibilità.

 

 

 

A 5 anni da Rana Plaza H&M non mantiene le promesse

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H&M logo

Sull’onda emotiva e mediatica di tragedie come quella di Rana Plaza, che risale ormai a cinque anni fa e con la successiva nascita del movimento Fashion Revolution, di cui è stata da poco la settimana, qui dovutamente celebrata, le promesse delle grandi catene d’abbigliamento, quelle chiamate in causa per lo sfruttamento dei lavoratori nelle fabbriche del Terzo Mondo, erano fioccate abbondanti, un po’ come succede sempre all’indomani di avvenimenti simili. Tra i marchi di fast fashion maggiormente coinvolti nella tragedia c’era il colosso svedese H&M che, qualche mese dopo Rana Plaza, precisamente a novembre del 2013, si era impegnato entro il 2018 ad un salario dignitoso per gli 850.000 lavoratori della sua filiera.

Ebbene, siamo quasi a metà dell’anno di grazia 2018, pochi giorni fa si è tenuta a Stoccolma l’assemblea annuale degli azionisti di H&M ma di questo aumento di salario nelle buste paga dei poveri lavoratori nemmeno l’ombra; ma c’è di più ovvero che l’obiettivo stesso è scomparso dalla comunicazione aziendale, proprio come i documenti originali sono scomparsi dal sito ufficiale del marchio e il solo riferimento ad oggi riguarda l’introduzione del metodo del salario equo per le fabbriche dei fornitori. Gli 850.000 lavoratori e i loro redditi effettivi non fanno più parte del messaggio.

Clean Clothes Campaign, (in Italia Campagna Abiti Puliti), rete di più di 250 partner che mira al miglioramento delle condizioni di lavoro e al rafforzamento dei diritti dei lavoratori dell’industria della moda globale, che ha lanciato la campagna ‘Turn around, H&M!’ (a questo link trovate anche la pagina per firmare la petizione, vi invito a farlo) per mettere sotto pressione H&M affinché tenga fede alle proprie promesse, è sul piede di guerra. Gli attivisti della campagna si sono mossi in prima persona andando a Stoccolma per manifestare il proprio disappunto perché, come dice David Hachfeld di ‘Turn Around, H&M!’, non è detto che gli azionisti della multinazionale siano a conoscenza dei temi della campagna.


La campagna ‘Turn Around H&M!’


Hachfeld rivela inoltre di aver già preso contatto con alcune organizzazioni europee tra cui Fondazione Finanza Etica, che promuovono l’azionariato critico per portarlo proprio dentro H&M. Nel frattempo i numeri ufficiali delle paghe pubblicati dall’azienda svedese e riportati dalle ong sono comunque scoraggianti; in Cambogia, ad esempio, i lavoratori sono pagati in media 166 euro al mese che, secondo H&M, è superiore al salario minimo nazionale ma secondo l’Asia Floor Wage Alliance (AFWA) dovrebbe essere di 396 euro al mese. In Bangladesh, che è il Paese con le paghe più basse, come riportava anche il documentario di Andrew Morgan ‘The True Cost‘, la cifra riportata da H&M è di 79 euro al mese mentre un salario dignitoso dovrebbe essere quasi cinque volte più alto (374 euro).

Ma cosa manca ad un brand come H&M per tenere fede all’impegno preso? Certamente non i mezzi finanziari. Come dichiara Clean Clothes Campaign tutto ciò che manca è probabilmente la volontà politica.

Si avvicina l’appuntamento con il ‘Copenhagen Fashion Summit’…

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The Copenhagen Fashion Summit - courtesy of copenhagenfashionsummit.com

Mancano poco meno di dieci giorni al ‘Copenhagen Fashion Summit’, il più importate forum mondiale dedicato alla moda sostenibile; fin dalla sua inaugurazione, nel 2009, si è posto come obiettivo quello di impegnarsi per il cambiamento dell’industria del settore e quindi per un futuro migliore, invitando da tutto il mondo i più autorevoli speaker che intervengono e si confrontano sui diversi aspetti di un business che è diventato il secondo più inquinante dopo quello del petrolio.

Nella scorsa edizione tenutasi sempre a maggio, tra gli ospiti intervenuti c’erano ad esempio Vanessa Friedman, nota critica di moda del New York Times, Livia Firth, fondatrice di Eco Age, il designer Prabal Gurung e il CEO di Hugo Boss Mark Langer, mentre ISKO™, leader mondiale nella produzione di denim e main sponsor dell’evento insieme, tra gli altri, a Fashion for Good e C&A Foundation, aveva invitato dieci fashion designer emergenti, già selezionati per il ‘Denim Design Award’ dell’anno prima, a ripensare le proprie collezioni con una formula più green. Nell’edizione 2017 c’è stato anche il lancio di un report dal titolo ‘Pulse of the Fashion Industry‘, un resoconto che si ripeterà anche quest’anno, raccontando le performance etiche delle imprese e quantificando il potenziale di sostenibilità delle stesse per poi fornire loro dei ‘consigli’ atti a migliorarne i risultati.

Il ‘Copenhagen Fashion Summit’ di quest’anno si terrà i prossimi 15 e 16 maggio presso la Concert Hall della capitale danese e prevede un programma ricco di argomenti stimolanti che verranno affrontati in interventi, sessioni di approfondimento e tavole rotonde. Tra questi ‘Don’t mention the S-word’, una tavola rotonda sul fatto che la moda sostenibile sia ormai necessaria, ma considerata forse non ancora ‘cool’. Focus poi sulla Cina in un altro dibattito in cui si discuterà del comportamento dei marchi cinesi e del tipo di informazioni che vengono comunicate al numero crescente di consumatori interessati al tema della sostenibilità. E poi si parlerà di digitalizzazione che, insieme all’analisi avanzata e all’intelligenza artificiale, rappresenta una sfida difficile per il settore, ma anche un’opportunità per tracciare in tempi rapidi le catene di fornitura; dei progressi compiuti finora e sul futuro che ci aspetta riguardo all’economia tessile, cui poter applicare un modello circolare; delle modalità possibili per i marchi fashion del 21° secolo (speaker presente Stella McCartney) di gestire un’attività sostenibile e su come stabilire le priorità per le opportunità da affrontare. Il programma completo è comunque disponibile a questo link.

Per tutti noi che vogliamo un futuro più sostenibile per il nostro guardaroba e il nostro Pianeta, questi sono appuntamenti importanti, da seguire anche da lontano, quindi vi consiglio di visitare il sito e di tornare qui per gli aggiornamenti post-summit 😎

Fashion for Good: 15 start-up per una moda che fa bene

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Fashion for Good logo - courtesy of Fashion for Good

Questa è una notizia per chi ha ancora qualche dubbio che la rivoluzione green nell’industria della moda sia un fenomeno circoscritto; dall’ultima edizione di Fashion for Good-Plug and Play Accelerator, iniziativa promossa da Fashion for Good, piattaforma globale per l’innovazione sostenibile che promuove e finanzia le start-up più meritevoli, arrivano ben 15 innovazioni legate ad altrettante nuove start-up che promettono una vera rivoluzione nel settore fashion.

Le 15 start-up sono state selezionate tra centinaia di candidati provenienti da tutto il mondo e rappresentano le varie aree della filiera produttiva, dalle materie prime alternative ai nuovi modelli di business e ognuna deve avere in se il potenziale necessario per rimodellare definitivamente l’industria della moda. A sostegno dell’attività di sviluppo di ogni start-up, c’è “l’acceleratore” Fashion for Good Plug and Play, un servizio di tutoraggio effettuato dai partner e dai mentori dell’iniziativa che sono Adidas, C&A, Galeries Lafayette, Kering, Target e Zalando.

Ma vediamo da vicino alcune di queste start-up, che stanno già lavorando con i loro tutor nella sede di Fashion for Good ad Amsterdam per approdare il 14 giugno prossimo alla presentazione ufficiale delle proprie innovazioni davanti a investitori del settore:

  • Algiknit produce fibre tessili ricavate da una varietà di alghe, che possono essere lavorate a maglia o stampate in 3D per ridurre al minimo gli sprechi. La maglieria finale è biodegradabile e può essere tinta con pigmenti naturali;
  • BioGlitz produce il primo glitter biodegradabile al mondo. Basato su una formula unica a base di estratto di eucalipto, l’eco-glitter è anche compostabile;
  • circular.fashion ha creato un software che interconnette il design circolare, i modelli di vendita al dettaglio circolare e le tecnologie di riciclo a circuito chiuso. Ai capi creati con questo software viene attribuito un cartellino identificativo che permette una sorta di tracciabilità della filiera produttiva al contrario, per poter arrivare a centri di smistamento e di riciclaggio delle rispettive componenti materiche;
  • Flocus produce filati naturali, imbottiture e tessuti realizzati con fibre di kapok, un albero che può essere coltivato naturalmente senza l’uso di pesticidi e insetticidi in terreni aridi non adatti all’agricoltura, offrendo un’alternativa sostenibile all’alta produzione di fibre naturali come il cotone;
  • Frumat utilizza le mele per creare un materiale simile alla pelle; la pectina delle mele è un prodotto di scarto industriale che può essere utilizzato per creare materiali sostenibili totalmente compostabili pur essendo abbastanza resistenti da creare accessori di lusso. I materiali possono essere tinti naturalmente e conciati senza tecniche chimicamente intensive;
  • Good on You è un’app mobile che fornisce valutazioni etiche per circa 1.000 brand valutati in base al loro impatto su persone, ambiente e animali. È costruito su un solido sistema di valutazione che aggrega standard, certificazioni e fonti di dati in un punteggio semplice e accessibile per promuovere la trasparenza e consentire ai clienti di fare acquisti consapevoli.
  • I materiali Mango producono bio-poliestere biodegradabile che può essere utilizzato come alternativa sostenibile al poliestere attualmente utilizzato nell’industria della moda;
  • Nano Textile offre un’alternativa ai prodotti chimici leganti normalmente usati per fissare le finiture su un tessuto. La sua tecnologia incorpora le finiture direttamente nel tessuto utilizzando un processo chiamato ‘cavitazione’ e può essere applicata a una gamma di prodotti come finiture antibatteriche e anti-odoranti o idrorepellenti;
  • Orange Fiber produce tessuti naturali da derivati ​​degli agrumi; la fibra arancione viene prodotta estraendo la cellulosa dalle fibre che vengono scartate dalla pigiatura industriale e dalla lavorazione delle arance. Attraverso le tecniche nano-tecnologiche viene arricchita con oli essenziali di agrumi, creando un tessuto unico e sostenibile.

Per vedere tutte e 15 le start-up potete andare direttamente alla pagina della news in questione, ci sono innovazioni davvero importanti che auspichiamo vengano adottate presto dall’industria della moda.

Buon lavoro a tutti in quel di Amsterdam!

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