15 / Dicembre / 2018

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Stella McCartney, una carta per il clima targata Onu

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Stella McCartney photo: Jaguar MENA

L’impegno di Stella McCartney per l’ambiente e per una moda sempre più sostenibile continua, non solo con le sue collezioni e il lancio di materiali cruelty free e a basso tasso inquinante ma anche con azioni esemplari che coinvolgono governi e organismi internazionali come l’Onu. 

E’ di ieri la notizia, data da The Guardian, che nei prossimi colloqui sul clima che si terranno il 10 dicembre prossimo a Katowice, in Polonia, sarà presentata una carta specifica del settore moda avviata dal segretariato Onu sui cambiamenti climatici, che la designer ha firmato e di cui si fa portavoce.

Stella McCartney spera che il documento “suoni alcuni campanelli d’allarme” e stabilisca contemporaneamente un percorso per un’azione collettiva che permetta di aumentare i metodi di produzione a bassa emissione di carbonio, migliorando la redditività economica.

Naturalmente ci sono altri firmatari della carta che non sono ancora stati resi noti ma si tratta di diversi marchi della tanto discussa fast fashion, quindi una buona notizia.

Rifiuti, inquinamento, deforestazione, tossicità nella produzione e catene di approvvigionamento alimentate a carbone si combinano per fare della moda una delle industrie più dannose per l’ambiente, quindi un impegno a livello istituzionale con la partecipazione attiva degli addetti al settore, soprattutto di coloro che sono fautori di queste cattive pratiche,  è essenziale. 

The Guardian riporta che ci sono comunque segnali positivi che arrivano dai consumatori; un rapporto del sito di moda Lyst, che ha monitorato oltre 100 milioni di ricerche online nell’ultimo anno, mostra un incremento del 47% delle espressioni che combinano stile ed etica, come ‘pelle vegana’ e ‘cotone organico’.

Stella McCartney è consapevole che non sia rimasto molto tempo per cambiare le cose ma che sia comunque fattibile; l’importante, tra le altre cose, è che si estenda il discorso anche ad argomenti meno trattati rispetto, ad esempio, alla foresta pluviale e agli oceani. La produzione in serie del cotone, che è il tessuto più diffuso al mondo, sta infliggendo ingenti danni alla biodiversità del suolo ma di questo si parla ancora troppo poco.

Ecco allora che l’appuntamento di Katowice arriva al momento giusto per puntare nuovamente i riflettori su un problema che non può più essere ignorato, soprattutto da coloro che di questo problema sono la causa. Vediamo cosa accadrà. 

Anche Jean Paul Gaultier dice ‘adieu’ alla pelliccia

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Courtesy of PETA

Che Jean Paul Gaultier abbia deciso di rinunciare a pelle e pelliccia naturale si sa già da qualche giorno, esattamente dal 10 novembre scorso, quando, durante la trasmissione ‘Bonsoir’ sull’emittente televisiva francese Canal+, il designer ha annunciato di non voler più utilizzare pelle e pelliccia animale nelle sue prossime collezioni perché il modo in cui gli animali vengono uccisi a questo scopo “è deplorevole”.

Jean Paul Gaultier – credits Captain Catan from Frankfurt am Main

Siccome qui a eco-à-porter non facciamo gare a chi pubblica prima una notizia perché non è questo il nostro scopo, ne scriviamo oggi, tranquillamente e felicemente, andando ad aggiungere Jean Paul Gaultier alla lista di nomi famosi che in questo ultimo anno hanno detto addio alle pellicce naturali.

Armani, Versace, Michael Kors, Gucci, Burberry, sono tanti i marchi del lusso che si sono avvicinati a una moda cruelty-free dopo anni di pressioni da parte delle associazioni animaliste, prima fra tutte PETA, i cui attivisti hanno fatto diverse volte incursione durante gli show di questi designer e anche di Gaultier stesso.

Diciamo che lo stilista francese non ha emesso un comunicato stampa ufficiale a tal proposito ma una dichiarazione del genere, fatta durante un programma televisivo, davanti a milioni di persone, ha lo stesso valore se non maggiore. PETA ha poi preso per definitivo questo passo e anche noi, mais oui, lo prendiamo per assodato (ma vigileremo comunque sulle prossime collezioni di Gaultier😉).

Certo, accorgersi ora delle atroci sofferenze di migliaia di animali torturati e uccisi per pura moda e vanità suona più come un’operazione di marketing che cavalca un po’ le tendenze sempre più eco del momento ma meglio tardi che mai.

A noi importa che di questo passo saranno sempre di più gli allevamenti di animali da pelliccia a chiudere; uno degli ultimi Paesi a decretarne la fine è stato a luglio scorso il Belgio su iniziativa del Ministro fiammingo per il benessere degli animali Ben Weyts.

Gli ultimi 17 allevamenti ancora attivi nelle Fiandre e che causano la morte di almeno 200.000 visoni l’anno, dovranno così chiudere i battenti entro il 2023. Il mese scorso anche il Lussemburgo li ha banditi e la Norvegia, una volta il più grande produttore mondiale di pellicce di volpe, ha votato all’inizio dell’anno per mettere fuori legge l’allevamento di animali da pelliccia dal 2024 (ancora, meglio tardi che mai).

Manca l’Italia, i soliti ritardatari nelle cose in cui bisognerebbe eccellere; nonostante sia stata già depositata una proposta di legge da più schieramenti politici, continuano a rimanere attivi circa una ventina di allevamenti di visoni che causano la morte di almeno 200.000 animali l’anno (circa 550 ogni singolo giorno). Forse ci vorrebbe maggiore pressing.

Comunque l’andamento generale dimostra che alla pelliccia animale non è rimasto molto tempo, quindi chi ancora non se ne è reso conto o finge di non averlo capito, apra gli occhi e cominci a pensare a un nuovo modo per scaldare i propri clienti. Di possibilità ce ne sono tante.

Al flagship store di Stella McCartney anche i manichini sono bio!

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Stella McCartney Store Old Bond Street London ©Hufton+Crow

Se un marchio cerca di fare le cose per bene nel campo della sostenibilità, e ha anche i mezzi per farlo (cosa non secondaria, purtroppo), non solo i processi di produzione dei capi e i materiali utilizzati ma anche i suoi punti vendita dovrebbero rispettare certi valori, tra cui il design e gli elementi che lo compongono.

Un esempio o forse l’esempio in questo senso è la nuova boutique londinese di Stella McCartney che si trova al 23 di Old Bond Street, la via Montenapoleone della capitale inglese, per intenderci. Nei suoi 700 metri quadrati si celebrano non solo l’estetica e i prodotti del brand, ma appunto quei valori che hanno reso il marchio il più eco-sostenibile del mondo tra quelli di fascia alta.


Stella McCartney Store Old Bond Street London ©Hufton+Crow

Ecco allora che la boutique si serve di manichini davvero speciali, che oltre a essere made in Italy, sono anche completamente biodegradabili. Si tratta dei manichini Bonaveri, di cui avevamo già parlato nel post dedicato alla mostra ‘The Commonwealth Fashion Exchange‘.

Bonaveri_Water by Armin Zogbaum

L’azienda Bonaveri, che ha sede nel cuore dell’Emilia Romagna, a Renazzo di Cento in provincia di Ferrara per la precisione, è leader nella produzione di manichini di alta gamma; questi del flagship store di Stella McCartney sono realizzati in B Plast®, una plastica naturale che deriva al 72% dalla canna da zucchero e verniciati con B Paint®, vernice naturale composta esclusivamente da sostanze organiche rinnovabili con una gamma di colori ottenuti con resine ed oli al 100% di origine vegetale, tensioattivi privi di fosforo, solvente ottenuto al 100% da bucce di arancia ed essiccante privo di sali di cobalto e nafta.

In questo modo Bonaveri offre non solo un prodotto biodegradabile ma anche la possibilità immediata di ridurre del 24% le emissioni a carico del brand di moda che lo acquista, in comparazione alle emissioni prodotte da un manichino prodotto con plastica di origine fossile.

Anche la scelta dei materiali che costruiscono lo spazio in cui i manichini sono esposti predilige elementi fatti a mano, organici e sostenibili, piuttosto dei soliti elementi caratteristici delle boutique del lusso come metalli preziosi, pietre e marmi.


Stella McCartney Store Old Bond Street London ©Hufton+Crow


Per esempio le pareti del primo piano dello store, poi ce ne sono altri tre, sono ricoperte di una cartapesta fatta a mano, riciclata dagli scarti di carta utilizzata negli uffici del brand, e trasformata in pannelli decorativi. Poi ci sono mobili in schiuma sempre in materiali riciclati, zoccoli scultorei in legno di recupero e mobili vintage selezionati, insomma tutti elementi che riflettono la filosofia del marchio per recupero, riutilizzo e riciclo.

Stella McCartney Store Old Bond Street London ©Hufton+Crow

Installazioni artistiche, grafiche e sonore immergono lo spazio in un’atmosfera avvolgente e multisensoriale, mentre messaggi informativi sulla sostenibilità sono distribuiti per tutta la boutique.

Certo, come dicevo all’inizio, poter disporre delle tecnologie e dei materiali più avanzati per costruire uno spazio commerciale 100% sostenibile non è da tutti, non a caso Stella McCartney è un brand di lusso, ma è importante che siano proprio questi marchi, internazionali e amati dalle star, a dare un esempio virtuoso, in modo che vengano imitati e che la richiesta crescente di queste tecnologie le faccia diventare più accessibili e democratiche.

Poi, per chi ha meno risorse, le possibilità di allestire spazi con soluzioni di riciclo e riuso, sono comunque tante. A volte, basta un po’ di creatività (tranne magari per il mega impianto di aerazione e/o di riscaldamento di ultima generazione 😅😅😅).

 

Al Kingpins di Amsterdam per ripensare il futuro del denim

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ReMind - Kingpins Show Amsterdam - courtesy of Elleti Group

Eco-à-porter ha affrontato spesso il discorso legato al denim, portando diversi esempi di brand e aziende che cercano di produrlo nel modo più sostenibile possibile, prestando attenzione, ad esempio, al consumo di acqua o all’utilizzo delle sostanze chimiche per trattarli e/o colorarli.

Pochi giorni fa, il 24 e 25 ottobre, si è tenuto ad Amsterdam il Kingpins Show, la fiera dedicata all’industria mondiale del denim che si tiene in diversi periodi dell’anno a New York, Hong Kong e, appunto, ad Amsterdam. Per Andrew Olah, il fondatore della kermesse, avere scelto Amsterdam e non Londra, Parigi o Milano, è legato soprattutto alla collaborazione con la House of Denim,  un’organizzazione non-profit che lavora per un approccio più sostenibile, innovativo e collaborativo all’industria del denim.

Con sede ad Amsterdam, l’organizzazione include una Jean school, dove le persone imparano tutto ciò che c’è da sapere sul denim, un centro di ricerca che esamina questioni relative all’acqua, alle sostanze chimiche e al riciclo nella produzione del tessuto e un museo del denim. All’interno dell’hub di House of Denim si trova anche il quartier generale di G-Star Raw, che è appunto uno dei marchi di cui ci siamo occupati per il suo approccio sostenibile e innovativo al jeans.

Ed è proprio dalla Jean School che vengono James Bear Mottram, Maxime Linn e Muhammad Umar Manzoor, che hanno collaborato con l’azienda italiana Elleti Group, leader dei trattamenti sul jeans in Europa e nell’area mediterranea, alla realizzazione di ReMind, una capsule collection basata sulla reinterpretazione del concetto di vintage nel mondo del denim insieme a una visione consapevole dell’intero processo, dalla scelta del tessuto al tipo di trattamento.

James Bear Mottram ha guardato allo spirito dei vecchi marinai e degli uomini di mare in generale, ricreando i loro classici pantaloni da lavoro in un modello affusolato con ricami e toppe. Ispirato dai Beatles, Maxime Linn ha realizzato jeans a vita alta con doppi passanti e il fondo a doppio strato sfrangiato, mentre Muhammad Umar Manzoor ha ideato pantaloni a gamba larga con bottone visibile e tasche oblique sul davanti e tasche asimmetriche a toppa sul retro.


ReMind – I tre modelli della capsule collection con protagonista il denim


Partendo dai concetti dei tre designer, il Gruppo Elleti ha preso in mano il loro sviluppo, culminato nella consegna dei capi finiti, realizzati secondo le tecniche di produzione più tradizionali unite alle migliori soluzioni ecologiche che vanno dal risparmio d’acqua alla riduzione dei prodotti chimici che cercano di essere il più possibile eco-friendly.

Esposta al Tranformatorhuis – Booth T4 del Kingpins, la capsule collection ReMind ha appunto ricordato ai visitatori quanto sia importante che un tessuto universale come il denim si faccia portatore di valori altrettanto universali che riguardano il nostro futuro come quello del nostro (unico) Pianeta.

#WhoMadeMyClothes vince il Fashion Film Festival come Best Green Fashion Film

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Un frame dal corto #WhoMadeMyClothes

Eco-à-porter non si stanca mai di parlare di Fashion Revolution, stavolta per dare un’ottima notizia che riguarda il premio vinto come Best Green Fashion Film Award all’ultimo Fashion Film Festival di Milano, conclusosi da poco.


Courtesy of Fashion Film Festival Milano – fashionfilmfestivalmilano.com


Diretto da MJ Delaney e prodotto da Futerra, agenzia internazionale che opera nel campo della sostenibilità, #WhoMadeMyClothes, della durata di 1 minuto e 54 secondi, mette insieme le storie delle persone invisibili che fanno i nostri vestiti in tutto il mondo, con il fil rouge di una danza ispirata alle diverse culture: c’è l’Africa, c’è l’India, c’è la Cina e poi ci siamo noi, l’Occidente, che chiede appunto #chihafattoimieivestiti? (#whomademyclothes?).

I protagonisti del corto ballano ognuno un diverso tipo di danza che, su uno sfondo spoglio, mette in evidenza la fatica, la lotta quotidiana, le sofferenze che ognuno di loro affronta all’interno della filiera produttiva che porta alla realizzazione di un abito o di un accessorio che  andrà poi a riempire negozi e catene del mondo occidentale.

È un messaggio potente che non porta solo alla visualizzazione di storie umane che resterebbero altrimenti sconosciute ai più ma anche e soprattutto a chiedersi come può, ognuno di noi, contribuire per essere agente attivo di quella rivoluzione che pone ai marchi internazionali la domanda #whomademyclothes?

Uscito all’inizio della Fashion Revolution Week il 23 aprile scorso in memoria delle 1.134 persone che persero la vita nel crollo dell’edificio commerciale di Rana Plaza in Bangladesh, il film ha lo scopo non solo di risvegliare le coscienze ma anche di far conoscere al pubblico più giovane, globale, amante della moda e frequentatore assiduo della rete e dei social, le vite e i destini delle persone che compongono la catena di approvvigionamento nell’industria della moda. La speranza è che gli spettatori facciano qualcosa a riguardo, informandosi e informando a loro volta, oltre a partecipare ad azioni che coinvolgano i loro marchi preferiti.

La musica del cortometraggio, appositamente scritta da Richie Fermie, trae ispirazione in ogni scena dalla parte del mondo rappresentata e dai suoni legati ai metodi di produzione utilizzati dai personaggi. Infine, ogni scena si unisce all’altra, dimostrando come queste persone separate e disparate siano tutte collegate da una stessa catena e da una stessa sofferenza.

Il film #WhoMadeMyClothes lo potete vedere qui sotto e vi invito a condividerlo affinché anche chi non sa o non vuol sapere, sappia. Grazie. E non smettete mai di chiedere: #chihafattoivostrivestiti.

Il denim Isko protagonista dei Green Carpet Fashion Awards

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Stefania Spampinato ai Green Carpet Fashion Awards

Ieri sera presso il Teatro alla Scala si è tenuta la seconda edizione dei Green Carpet Fashion Awards, uno degli appuntamenti più attesi e importanti del mondo della moda sostenibile.

Tiziano Guardini, premiato l’anno scorso come miglior eco-designer emergente, ha ceduto il testimone a Gilberto Calzolari, che dopo una carriera di oltre 15 anni presso diversi prestigiosi brand del lusso internazionale, ha creato nel 2015 il proprio marchio. Calzolari si è aggiudicato il premio presentando un abito realizzato con una combinazione di materiali ‘poveri’ e ‘ricchi’ ma entrambi naturali: la fibra vegetale dei sacchi di iuta provenienti dalle piantagioni brasiliane di caffè e i cristalli Swarovski che non contengono piombo.

Ma c’è stato un altro materiale protagonista della serata ed è stato il denim di Isko, leader mondiale nella produzione tessile, di cui abbiamo parlato più volte, non solo perché esso stesso sostenibile ma perché sponsorizza eventi e collabora con designer che hanno come focus la sostenibilità.

Tutti i prodotti Isko, dal classico denim fino alle tecnologie registrate, sono realizzati attraverso l’utilizzo di fibre responsabili fra cui cotone organico, cotone riciclato pre e post-consumer e poliestere post-consumer riciclato dalle bottiglie di plastica. Questo approccio ha portato Isko a essere l’unico produttore di denim al mondo ad avere le certificazioni EU Ecolabel e Nordic Swan Ecolabel per arrivare a una selezione di denim a basso impatto all’interno della collezione Earth Fit™.

E appunto in questi ultimi mesi Isko ha lavorato con brand e stilisti di livello tra cui Tiziano Guardini, Tod’s e Laura Strambi per vestire alcuni ospiti dei Green Carpet Fashion Awards, naturalmente con capi realizzati in denim certificato Isko. E siccome noi siamo appassionati fan di Tiziano Guardini abbiamo messo in copertina l’abito in denim rigenerato e seta post-industriale da lui realizzato per l’attrice catanese Stefania Spampinato, che ha lavorato in Grey’s Anatomy.

Il denim conferma quindi il suo ruolo primario come tessuto ecologico ma non solo, cambia anche la percezione che tutti noi abbiamo sempre avuto di questo materiale; concepito per un abbigliamento casual, sportivo o da lavoro, diventa un tessuto da red, anzi da green carpet, alla pari di dei più lussuosi chiffon, sete, tulle e così via.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tiziano Guardini porta neon, palme e sostenibilità alla Milano Fashion Week

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Tiziano Guardini SS19 - Milan Fashion Week September 2018 Copyright: Giusy de Ceglia

Torno a parlare volentieri di Tiziano Guardini, già ospite dell’intervista del mese e di altri post per il suo impegno costante in una moda il più possibile naturale e sostenibile. Ieri mattina alla Milano Fashion Week l’eco-designer romano ha sfilato con la sua collezione primavera-estate 2019 dal titolo ‘Palm Madness’, confermando con tematiche, abiti e soprattutto materiali che l’armonia che Tiziano ricerca nella vita è la stessa che ispira il suo lavoro.

Lo spirito californiano fatto di profumo d’oceano, palme, tuffi e falò in spiaggia impregna la collezione co-ed (una novità l’inserimento dell’uomo) che si distingue per i colori vividi, spesso virati al neon, le famose onde, elemento stilistico caro al designer, camouflage tropicali, passando per la favola antica del colibrì, che Tiziano ci ha raccontato nell’intervista e che descrive perfettamente il suo lavoro così come il suo stile di vita.

Per quanto riguarda i capi, linee comode, a tratti over, adatte a chi ama essere avvolto e non costretto dal proprio abbigliamento e che abbraccia la vita con dinamismo e allegria.

I parka e le giacche a vento sono realizzati in ECONYL, il filato di nylon proveniente dal recupero delle reti da pesca e dal materiale plastico in mare, di cui abbiamo già parlato nella Giornata Mondiale degli Oceani, mentre il cotone per maglie e le felpe viene da Filmar, azienda italiana che ha preso l’impegno della sostenibilità con la certificazione Detox di Greenpeace e il progetto Cotton For Life.

Per i pezzi denim torna invece la collaborazione di Guardini con Isko, unica compagnia che con la collezione Earthfit ha entrambe le certificazioni Nord Swam Ecolabel e EU Ecolabel.

Anche gli accessori, dalle borse alle scarpe, sono realizzati con materiali eco-sostenibili, in particolare con Evo, un filato proveniente dall’olio di ricino che viene prodotto con un grande risparmio d’acqua.

Sono tutte aziende, queste appena citate, di cui approfondiremo il lavoro, a maggior ragione perché diverse sono made in Italy e confermano che anche l’imprenditoria italiana vuole e può essere leader nell’ambito sostenibile.

Complimenti a Tiziano Guardini, anche noi di eco-à-porter ci teniamo un po’ della tua ‘Palm Madness’! 😉

E il vincitore del Redress Design Award è …

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Tess Whitfort, a vincitrice del Redress Design Award 2018 - courtesy of Redress

Di Redress avevo parlato nel post dedicato a ‘Loved Clothes Last‘, la fanzine #2 di Fashion Revolution; si tratta di una ONG ambientale con sede a Hong Kong, che lavora per ridurre gli sprechi nell’industria della moda e lo fa promuovendo modelli innovativi che indirizzano l’industria in questione verso una sempre più marcata sostenibilità attraverso l’economia circolare. L’organizzazione collabora con varie parti del sistema, tra cui designer, produttori, marchi, enti educativi, governo e consumatori.

Redress è anche l’ideatore del Redress Design Award che dal 2011, quando si chiamava ancora EcoChic Design Award, premia i designer sostenibili e che, nel tempo, da Hong Kong, si è aperto al resto del mondo, includendo tutta l’Asia e l’Europa.

Ieri sera, proprio a Hong Kong, si è tenuta la finale del premio, con 11 finalisti provenienti da Hong Kong, India, Taiwan, Giappone, Filippine, Israele, Danimarca, Australia, Francia, Spagna e Regno Unito, che hanno dimostrato che i rifiuti tessili sono risorse preziose con cui creare sorprendenti collezioni; dall’eccedenza dell’abbigliamento di seconda mano ai kimono vintage, dagli ombrelli ai tessuti per divani fino agli scarti di mobilio (trasformati in pizzi di corteccia), i giovani designer hanno davvero stupito pubblico e giuria. Prima della finale, i giovani designer, guidati dal team di formazione di Redress, hanno sperimentato in prima persona gli ingressi e le uscite della catena di fornitura, testando i tessuti di scarto in un laboratorio all’avanguardia e apprendendo informazioni approfondite dai professionisti del settore sul modo in cui i designer possono trasformare l’impatto ambientale dell’abbigliamento in ogni fase del suo ciclo di vita.


Le creazioni dei finalisti – courtesy of Redress


A vincere il primo premio Tess Whitfort, l’australiana di Melbourne con la sua collezione audace e punk realizzata con materiali provenienti da vecchi rulli industriali; giacche da biker, abiti, top e pantaloni sono caratterizzati da tagli, decostruzioni e asimmetrie su cui spiccano pattern che sono scarti tessili in giallo acceso-nero su base bianca. Tess ora entrerà a far parte di The R Collective, un ambizioso collettivo collegato al premio che offre la possibilità di progettare e produrre una capsule collection destinata ai negozi.

Christina Dean, fondatrice e presidente di Redress e co-fondatrice di The R Collective, ha dichiarato: “Questi giovani e visionari designer rappresentano il futuro di un’industria in cui i rifiuti possono e devono essere considerati una risorsa preziosa da riutilizzare piuttosto che nasconderla come un segreto sporco. Il futuro è ora ed è ora di incorporare questo nuovo modello di design come standard”.

Il futuro è ora appunto. Cosa aspettiamo?

Percorsi virtuosi per una viscosa sostenibile

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Dirty Fashion: on track for transformation

Viscosa. Spesso facciamo l’errore di considerarla un tessuto naturale, invece si tratta di una fibra estratta dalla cellulosa vegetale, poi sottoposta a trattamenti chimici che la rendono ciò che è ovvero un materiale artificiale. Infatti a inventarla è stato proprio un chimico, Hilaire de Chardonnet, che la presentò all’Esposizione Universale di Parigi del 1889; inizialmente definita ‘seta artificiale’ o ‘seta Chardonnet’, è stata poi ben distinta da essa anche per il suo valore economico (la viscosa è stata infatti creata per rispondere alla richiesta di tessuti simili alla seta ma ben più economici).

C’è una fondazione inglese, Changing Markets, che è stata costituita per accelerare e potenziare le soluzioni sostenibili sfruttando il potere dei mercati; lavorando in partnership con ONG e altre fondazioni e organizzazioni di ricerca, crea e supporta campagne mirate a spostare le quote di mercato da prodotti e aziende non sostenibili verso soluzioni benefiche per l’ambiente e la società. Per fare ciò, la fondazione ritira il proprio sostegno alle aziende non virtuose, certa che, applicando il modello su vasta scala, si possa creare un ciclo accelerato di cambiamenti positivi che si autoalimentano nei mercati globali, cambiamenti definiti dalle aziende più orientate alla sostenibilità che ‘costringono’ le altre a convertirsi alle buone pratiche.

Un anno fa Changing Markets ha lanciato la campagna ‘Dirty Fashion: on track for transformation’, per valutare i progressi fatti fino a oggi dalle aziende di abbigliamento e dai produttori di viscosa nel passaggio verso un tipo di viscosa prodotta responsabilmente. E ciò che emerge dal report è che solo fino a un anno fa c’era poca conoscenza dell’impatto ambientale e sociale della sua produzione e che l’attenzione era più concentrata sull’approvvigionamento di legname da utilizzare per ottenere la polpa
che è la materia prima per la maggior parte delle viscose. In questo senso molti produttori, in collaborazione con la Ong Canopy, si erano impegnati a fermare l’approvvigionamento di polpa dalle foreste antiche e in via di estinzione. Altri, attraverso iniziative come ‘Detox’ di Greenpeace, avevano preso provvedimenti per eliminare gradualmente l’uso di sostanze tossiche nella tintura e nella finitura dei tessuti. Tuttavia, quasi senza eccezioni, i marchi e i rivenditori avevano trascurato di affrontare una parte fondamentale della filiera produttiva, cioè quella relativa all’inquinamento delle comunità che vivono all’ombra delle fabbriche di viscosa.

A seguito di indagini sul campo in India, Indonesia e Cina, è risultato che le aziende
fornitrici di viscosa scaricassero le acque reflue non trattate in laghi e corsi d’acqua; lo scolo tossico nei fiumi vicino alle fabbriche stava distruggendo l’agricoltura di sussistenza ed era anche collegato a una maggiore incidenza di malattie gravi come i tumori nelle popolazioni locali. Senza contare la mancanza di accesso all’acqua potabile e agli odori disgustosi che rendevano la vita insopportabile.

Da allora sette rivenditori hanno accettato di passare a una produzione responsabile di fibra di viscosa, invitando al contempo i propri fornitori a ‘convertirsi’ a un sistema produttivo a ‘ciclo chiuso’, che garantisce cioè il controllo delle emissioni e i tassi di recupero chimico in linea con le migliori tecniche disponibili in Unione Europea. Due dei maggiori produttori mondiali di viscosa, Lenzing e Aditya Birla Group, si sono impegnati a realizzare investimenti concreti per ripulire la produzione e hanno iniziato a lavorare per rendere tutti i loro siti conformi ai requisiti della Roadmap creata da Changing Markets.

Tutti i passaggi di questi cambiamenti, con ulteriori informazioni, si trovano all’interno del rapporto disponibile sul sito della fondazione; naturalmente i piani stesi dalle aziende per intraprendere questo percorso virtuoso devono essere attuati e in questo senso, non solo i produttori stessi ma anche i marchi e la società civile continuano a rivestire un ruolo chiave, i primi per il loro impegno con i fornitori di viscosa, la seconda per mantenere la pressione sull’industria della moda affinché diventi sempre più trasparente e responsabile in tutta la sua catena di approvvigionamento.

 

 

 

 

 

 

 

 

In arrivo la fanzine #3 di Fashion Revolution

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#3 Fashion Revolution fanzine - courtesy of Fashion Revolution

Popolo di eco-à-porter, la fanzine #3 di Fashion Revolution è in pre-ordine! Il 28 agosto prossimo l’organizzazione lancia, con il titolo di ‘Fashion, Environment, Change’, la sua terza rivista biennale da collezione, creata per scoprire e indagare le storie che si nascondono dietro i vestiti che indossiamo.

La copertina della fanzine #3 – courtesy of Fashion Revolution

Dopo ‘Money Fashion Power’ e ‘Loved Clothes Last‘, ‘Fashion, Environment, Change’ si occupa del rapporto spinoso che l’industria della moda ha con i gas serra, la plastica negli oceani e l’inquinamento tessile, coprendo il periodo che va dall’Antropocene all’ultima Generazione Z.
Gli studenti di graphic design della Central Saint Martins hanno creato illustrazioni ad hoc per fornire una nuova prospettiva sull’impronta di carbonio che la produzione di un paio di jeans, sull’inquinamento corrosivo creato dalle fabbriche tessili di Erode, nell’India meridionale e sui motivi per cui i marchi di di scarpe e borse dovrebbero conoscere le proprie concerie.

Un team di esperti, scrittori, poeti e di creatori di campagne, esamina poi come la moda possa ridurre il proprio impatto ambientale per le generazioni future; Orsola De Castro, co-fondatrice di Fashion Revolution, dichiara a questo proposito che “l’esigere responsabilità da parte di tutti è il prossimo passo. Abbiamo bisogno di guardare a un orizzonte della moda che vada ben oltre il semplice amore per un marchio non solo perché sembra buono, ma anche perché ci fa bene e quindi ci fidiamo”.

Altre dichiarazioni da parte degli autori di questo nuovo numero, quella di Lilian Liu, CSR Fashion Manager of Partnerships al Global Compact delle Nazioni Unite: “Non solo sprechiamo preziose risorse naturali ed energia nella produzione di tessuti, ma la loro decomposizione rilascia metano, un gas serra dannoso che contribuisce al riscaldamento globale”, mentre il giornalista e redattore di moda Tamsin Blanchard dice: “Cibo spazzatura, abiti spazzatura, una generazione Z portata all’eccesso. Dobbiamo tutti insieme ripulire il caos, rallentare, ne abbiamo abbastanza”. La modella Arizona Muse dice di immaginare un mondo in cui ogni essere umano considera l’acqua un elemento sacro, lo tratta con rispetto, lo protegge ferocemente dal nostro inquinamento. “Immagina se fossimo tutti guerrieri difensori dell’acqua, che mondo meraviglioso sarebbe “.

E questo naturalmente è solo un assaggio. Il resto all’uscita della fanzine.

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