25 / settembre / 2018

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Il denim Isko protagonista dei Green Carpet Fashion Awards

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Stefania Spampinato ai Green Carpet Fashion Awards

Ieri sera presso il Teatro alla Scala si è tenuta la seconda edizione dei Green Carpet Fashion Awards, uno degli appuntamenti più attesi e importanti del mondo della moda sostenibile.

Tiziano Guardini, premiato l’anno scorso come miglior eco-designer emergente, ha ceduto il testimone a Gilberto Calzolari, che dopo una carriera di oltre 15 anni presso diversi prestigiosi brand del lusso internazionale, ha creato nel 2015 il proprio marchio. Calzolari si è aggiudicato il premio presentando un abito realizzato con una combinazione di materiali ‘poveri’ e ‘ricchi’ ma entrambi naturali: la fibra vegetale dei sacchi di iuta provenienti dalle piantagioni brasiliane di caffè e i cristalli Swarovski che non contengono piombo.

Ma c’è stato un altro materiale protagonista della serata ed è stato il denim di Isko, leader mondiale nella produzione tessile, di cui abbiamo parlato più volte, non solo perché esso stesso sostenibile ma perché sponsorizza eventi e collabora con designer che hanno come focus la sostenibilità.

Tutti i prodotti Isko, dal classico denim fino alle tecnologie registrate, sono realizzati attraverso l’utilizzo di fibre responsabili fra cui cotone organico, cotone riciclato pre e post-consumer e poliestere post-consumer riciclato dalle bottiglie di plastica. Questo approccio ha portato Isko a essere l’unico produttore di denim al mondo ad avere le certificazioni EU Ecolabel e Nordic Swan Ecolabel per arrivare a una selezione di denim a basso impatto all’interno della collezione Earth Fit™.

E appunto in questi ultimi mesi Isko ha lavorato con brand e stilisti di livello tra cui Tiziano Guardini, Tod’s e Laura Strambi per vestire alcuni ospiti dei Green Carpet Fashion Awards, naturalmente con capi realizzati in denim certificato Isko. E siccome noi siamo appassionati fan di Tiziano Guardini abbiamo messo in copertina l’abito in denim rigenerato e seta post-industriale da lui realizzato per l’attrice catanese Stefania Spampinato, che ha lavorato in Grey’s Anatomy.

Il denim conferma quindi il suo ruolo primario come tessuto ecologico ma non solo, cambia anche la percezione che tutti noi abbiamo sempre avuto di questo materiale; concepito per un abbigliamento casual, sportivo o da lavoro, diventa un tessuto da red, anzi da green carpet, alla pari di dei più lussuosi chiffon, sete, tulle e così via.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tiziano Guardini porta neon, palme e sostenibilità alla Milano Fashion Week

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Tiziano Guardini SS19 - Milan Fashion Week September 2018 Copyright: Giusy de Ceglia

Torno a parlare volentieri di Tiziano Guardini, già ospite dell’intervista del mese e di altri post per il suo impegno costante in una moda il più possibile naturale e sostenibile. Ieri mattina alla Milano Fashion Week l’eco-designer romano ha sfilato con la sua collezione primavera-estate 2019 dal titolo ‘Palm Madness’, confermando con tematiche, abiti e soprattutto materiali che l’armonia che Tiziano ricerca nella vita è la stessa che ispira il suo lavoro.

Lo spirito californiano fatto di profumo d’oceano, palme, tuffi e falò in spiaggia impregna la collezione co-ed (una novità l’inserimento dell’uomo) che si distingue per i colori vividi, spesso virati al neon, le famose onde, elemento stilistico caro al designer, camouflage tropicali, passando per la favola antica del colibrì, che Tiziano ci ha raccontato nell’intervista e che descrive perfettamente il suo lavoro così come il suo stile di vita.

Per quanto riguarda i capi, linee comode, a tratti over, adatte a chi ama essere avvolto e non costretto dal proprio abbigliamento e che abbraccia la vita con dinamismo e allegria.

I parka e le giacche a vento sono realizzati in ECONYL, il filato di nylon proveniente dal recupero delle reti da pesca e dal materiale plastico in mare, di cui abbiamo già parlato nella Giornata Mondiale degli Oceani, mentre il cotone per maglie e le felpe viene da Filmar, azienda italiana che ha preso l’impegno della sostenibilità con la certificazione Detox di Greenpeace e il progetto Cotton For Life.

Per i pezzi denim torna invece la collaborazione di Guardini con Isko, unica compagnia che con la collezione Earthfit ha entrambe le certificazioni Nord Swam Ecolabel e EU Ecolabel.

Anche gli accessori, dalle borse alle scarpe, sono realizzati con materiali eco-sostenibili, in particolare con Evo, un filato proveniente dall’olio di ricino che viene prodotto con un grande risparmio d’acqua.

Sono tutte aziende, queste appena citate, di cui approfondiremo il lavoro, a maggior ragione perché diverse sono made in Italy e confermano che anche l’imprenditoria italiana vuole e può essere leader nell’ambito sostenibile.

Complimenti a Tiziano Guardini, anche noi di eco-à-porter ci teniamo un po’ della tua ‘Palm Madness’! 😉

E il vincitore del Redress Design Award è …

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Tess Whitfort, a vincitrice del Redress Design Award 2018 - courtesy of Redress

Di Redress avevo parlato nel post dedicato a ‘Loved Clothes Last‘, la fanzine #2 di Fashion Revolution; si tratta di una ONG ambientale con sede a Hong Kong, che lavora per ridurre gli sprechi nell’industria della moda e lo fa promuovendo modelli innovativi che indirizzano l’industria in questione verso una sempre più marcata sostenibilità attraverso l’economia circolare. L’organizzazione collabora con varie parti del sistema, tra cui designer, produttori, marchi, enti educativi, governo e consumatori.

Redress è anche l’ideatore del Redress Design Award che dal 2011, quando si chiamava ancora EcoChic Design Award, premia i designer sostenibili e che, nel tempo, da Hong Kong, si è aperto al resto del mondo, includendo tutta l’Asia e l’Europa.

Ieri sera, proprio a Hong Kong, si è tenuta la finale del premio, con 11 finalisti provenienti da Hong Kong, India, Taiwan, Giappone, Filippine, Israele, Danimarca, Australia, Francia, Spagna e Regno Unito, che hanno dimostrato che i rifiuti tessili sono risorse preziose con cui creare sorprendenti collezioni; dall’eccedenza dell’abbigliamento di seconda mano ai kimono vintage, dagli ombrelli ai tessuti per divani fino agli scarti di mobilio (trasformati in pizzi di corteccia), i giovani designer hanno davvero stupito pubblico e giuria. Prima della finale, i giovani designer, guidati dal team di formazione di Redress, hanno sperimentato in prima persona gli ingressi e le uscite della catena di fornitura, testando i tessuti di scarto in un laboratorio all’avanguardia e apprendendo informazioni approfondite dai professionisti del settore sul modo in cui i designer possono trasformare l’impatto ambientale dell’abbigliamento in ogni fase del suo ciclo di vita.


Le creazioni dei finalisti – courtesy of Redress


A vincere il primo premio Tess Whitfort, l’australiana di Melbourne con la sua collezione audace e punk realizzata con materiali provenienti da vecchi rulli industriali; giacche da biker, abiti, top e pantaloni sono caratterizzati da tagli, decostruzioni e asimmetrie su cui spiccano pattern che sono scarti tessili in giallo acceso-nero su base bianca. Tess ora entrerà a far parte di The R Collective, un ambizioso collettivo collegato al premio che offre la possibilità di progettare e produrre una capsule collection destinata ai negozi.

Christina Dean, fondatrice e presidente di Redress e co-fondatrice di The R Collective, ha dichiarato: “Questi giovani e visionari designer rappresentano il futuro di un’industria in cui i rifiuti possono e devono essere considerati una risorsa preziosa da riutilizzare piuttosto che nasconderla come un segreto sporco. Il futuro è ora ed è ora di incorporare questo nuovo modello di design come standard”.

Il futuro è ora appunto. Cosa aspettiamo?

Percorsi virtuosi per una viscosa sostenibile

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Dirty Fashion: on track for transformation

Viscosa. Spesso facciamo l’errore di considerarla un tessuto naturale, invece si tratta di una fibra estratta dalla cellulosa vegetale, poi sottoposta a trattamenti chimici che la rendono ciò che è ovvero un materiale artificiale. Infatti a inventarla è stato proprio un chimico, Hilaire de Chardonnet, che la presentò all’Esposizione Universale di Parigi del 1889; inizialmente definita ‘seta artificiale’ o ‘seta Chardonnet’, è stata poi ben distinta da essa anche per il suo valore economico (la viscosa è stata infatti creata per rispondere alla richiesta di tessuti simili alla seta ma ben più economici).

C’è una fondazione inglese, Changing Markets, che è stata costituita per accelerare e potenziare le soluzioni sostenibili sfruttando il potere dei mercati; lavorando in partnership con ONG e altre fondazioni e organizzazioni di ricerca, crea e supporta campagne mirate a spostare le quote di mercato da prodotti e aziende non sostenibili verso soluzioni benefiche per l’ambiente e la società. Per fare ciò, la fondazione ritira il proprio sostegno alle aziende non virtuose, certa che, applicando il modello su vasta scala, si possa creare un ciclo accelerato di cambiamenti positivi che si autoalimentano nei mercati globali, cambiamenti definiti dalle aziende più orientate alla sostenibilità che ‘costringono’ le altre a convertirsi alle buone pratiche.

Un anno fa Changing Markets ha lanciato la campagna ‘Dirty Fashion: on track for transformation’, per valutare i progressi fatti fino a oggi dalle aziende di abbigliamento e dai produttori di viscosa nel passaggio verso un tipo di viscosa prodotta responsabilmente. E ciò che emerge dal report è che solo fino a un anno fa c’era poca conoscenza dell’impatto ambientale e sociale della sua produzione e che l’attenzione era più concentrata sull’approvvigionamento di legname da utilizzare per ottenere la polpa
che è la materia prima per la maggior parte delle viscose. In questo senso molti produttori, in collaborazione con la Ong Canopy, si erano impegnati a fermare l’approvvigionamento di polpa dalle foreste antiche e in via di estinzione. Altri, attraverso iniziative come ‘Detox’ di Greenpeace, avevano preso provvedimenti per eliminare gradualmente l’uso di sostanze tossiche nella tintura e nella finitura dei tessuti. Tuttavia, quasi senza eccezioni, i marchi e i rivenditori avevano trascurato di affrontare una parte fondamentale della filiera produttiva, cioè quella relativa all’inquinamento delle comunità che vivono all’ombra delle fabbriche di viscosa.

A seguito di indagini sul campo in India, Indonesia e Cina, è risultato che le aziende
fornitrici di viscosa scaricassero le acque reflue non trattate in laghi e corsi d’acqua; lo scolo tossico nei fiumi vicino alle fabbriche stava distruggendo l’agricoltura di sussistenza ed era anche collegato a una maggiore incidenza di malattie gravi come i tumori nelle popolazioni locali. Senza contare la mancanza di accesso all’acqua potabile e agli odori disgustosi che rendevano la vita insopportabile.

Da allora sette rivenditori hanno accettato di passare a una produzione responsabile di fibra di viscosa, invitando al contempo i propri fornitori a ‘convertirsi’ a un sistema produttivo a ‘ciclo chiuso’, che garantisce cioè il controllo delle emissioni e i tassi di recupero chimico in linea con le migliori tecniche disponibili in Unione Europea. Due dei maggiori produttori mondiali di viscosa, Lenzing e Aditya Birla Group, si sono impegnati a realizzare investimenti concreti per ripulire la produzione e hanno iniziato a lavorare per rendere tutti i loro siti conformi ai requisiti della Roadmap creata da Changing Markets.

Tutti i passaggi di questi cambiamenti, con ulteriori informazioni, si trovano all’interno del rapporto disponibile sul sito della fondazione; naturalmente i piani stesi dalle aziende per intraprendere questo percorso virtuoso devono essere attuati e in questo senso, non solo i produttori stessi ma anche i marchi e la società civile continuano a rivestire un ruolo chiave, i primi per il loro impegno con i fornitori di viscosa, la seconda per mantenere la pressione sull’industria della moda affinché diventi sempre più trasparente e responsabile in tutta la sua catena di approvvigionamento.

 

 

 

 

 

 

 

 

In arrivo la fanzine #3 di Fashion Revolution

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#3 Fashion Revolution fanzine - courtesy of Fashion Revolution

Popolo di eco-à-porter, la fanzine #3 di Fashion Revolution è in pre-ordine! Il 28 agosto prossimo l’organizzazione lancia, con il titolo di ‘Fashion, Environment, Change’, la sua terza rivista biennale da collezione, creata per scoprire e indagare le storie che si nascondono dietro i vestiti che indossiamo.

La copertina della fanzine #3 – courtesy of Fashion Revolution

Dopo ‘Money Fashion Power’ e ‘Loved Clothes Last‘, ‘Fashion, Environment, Change’ si occupa del rapporto spinoso che l’industria della moda ha con i gas serra, la plastica negli oceani e l’inquinamento tessile, coprendo il periodo che va dall’Antropocene all’ultima Generazione Z.
Gli studenti di graphic design della Central Saint Martins hanno creato illustrazioni ad hoc per fornire una nuova prospettiva sull’impronta di carbonio che la produzione di un paio di jeans, sull’inquinamento corrosivo creato dalle fabbriche tessili di Erode, nell’India meridionale e sui motivi per cui i marchi di di scarpe e borse dovrebbero conoscere le proprie concerie.

Un team di esperti, scrittori, poeti e di creatori di campagne, esamina poi come la moda possa ridurre il proprio impatto ambientale per le generazioni future; Orsola De Castro, co-fondatrice di Fashion Revolution, dichiara a questo proposito che “l’esigere responsabilità da parte di tutti è il prossimo passo. Abbiamo bisogno di guardare a un orizzonte della moda che vada ben oltre il semplice amore per un marchio non solo perché sembra buono, ma anche perché ci fa bene e quindi ci fidiamo”.

Altre dichiarazioni da parte degli autori di questo nuovo numero, quella di Lilian Liu, CSR Fashion Manager of Partnerships al Global Compact delle Nazioni Unite: “Non solo sprechiamo preziose risorse naturali ed energia nella produzione di tessuti, ma la loro decomposizione rilascia metano, un gas serra dannoso che contribuisce al riscaldamento globale”, mentre il giornalista e redattore di moda Tamsin Blanchard dice: “Cibo spazzatura, abiti spazzatura, una generazione Z portata all’eccesso. Dobbiamo tutti insieme ripulire il caos, rallentare, ne abbiamo abbastanza”. La modella Arizona Muse dice di immaginare un mondo in cui ogni essere umano considera l’acqua un elemento sacro, lo tratta con rispetto, lo protegge ferocemente dal nostro inquinamento. “Immagina se fossimo tutti guerrieri difensori dell’acqua, che mondo meraviglioso sarebbe “.

E questo naturalmente è solo un assaggio. Il resto all’uscita della fanzine.

Abiti che bruciano: le cattive pratiche del sistema moda

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Nel post di fine aprile scorso dedicato a ‘Loved Clothes Last’, la fanzine #2 di Fashion Revolution, parlavo tra le altre cose dei diversi destini che toccano all’abbigliamento invenduto e il più brutale era quello di finire dritti nell’inceneritore. Immaginatevi che tristezza e che spreco! Chilometri di tessuto, magari pregiati se si tratta di abiti di alta gamma, insieme a tutti i tipi di decorazioni, dai bottoni alle zip alle applicazioni, per non parlare delle ore di lavoro di sarti e/o operai che hanno assemblato, cucito, tinto, ecc, il tutto dato alle fiamme, così.

A questo proposito è di pochi giorni fa la notizia, davvero sconcertante, che l’anno scorso l’iconico marchio britannico Burberry ha distrutto qualcosa come 28 milioni di sterline di merce tra abiti, accessori e profumi. 28 milioni di sterline! Ma c’è poco da stupirsi perché per i brand, e qui parliamo anche dei marchi del lusso, questa è una pratica abituale e la rivista inglese ‘Dazed and Confused’, in un articolo del 25 luglio scorso, ne spiega i motivi: c’è il fatto, ad esempio, che sia preferibile eliminare i prodotti piuttosto che ribassarli molto per preservare l’immagine esclusiva di un determinato brand. Se il mercato diventasse eccessivamente saturo di merce lussuosa a prezzo ridotto, ciò potrebbe avere un impatto negativo sul prestigio dell’etichetta in questione e questo perché i marchi hanno bisogno che i loro prezzi elevati sembrino giustificati e l’esclusività è una parte fondamentale di ciò. Poi c’è il discorso legato alla contraffazione; se una quantità sufficiente di articoli venisse venduta a un prezzo abbastanza basso, potrebbe finire nelle mani sbagliate alimentando un mercato che vale 450 miliardi di dollari.

Orsola De Castro

Sull’argomento è intervenuta Orsola De Castro, eco-designer e co-fondatrice di Fashion Revolution; prima di tutto “non esiste un modo eco-compatibile di bruciare i vestiti” e ciò è in parte legato ai materiali, “molti di questi vestiti contengono componenti come rivestimenti sintetici o cerniere e bottoni di plastica. Puoi bruciare la plastica, ma non diventerà mai cenere”. Questo solo per quanto riguarda la fase dell’incenerimento. Poi c’è tutto il resto. “La pratica di distruggere l’invenduto” continua De Castro “è una diretta conseguenza della produzione di massa, non solo Burberry ma anche molti altri marchi del lusso fanno altrettanto. Ogni anno vengono prodotti da 100 a 150 miliardi di capi di abbigliamento e, come risultato diretto, assistiamo a enormi quantità di surplus che non riguardano solo il capo finito che arriva in negozio ma tutta la filiera produttiva, quindi ciò che serve è maggiore trasparenza lungo tutta la catena di produzione, perché è proprio la mancanza di trasparenza che impedisce di capire esattamente quanti rifiuti e surplus sono creati, dove si producono, come vengono smaltiti e l’impatto che hanno sull’ambiente”.

Orsola De Castro afferma poi che per gli standard di Fashion Revolution, Burberry ha in fondo ottenuto punteggi ragionevolmente buoni in relazione all’indice di trasparenza, oltre a promuovere molte buone iniziative di sostenibilità. Ma qui parliamo di un intero sistema che ha bisogno di investire di più in efficienza, in soluzioni alternative: “dovrebbero essere adottati più metodi creativi come l’upcycling, mentre sarebbe auspicabile un passaggio dalla produzione e il consumo di massa a una produzione più moderata che porti a consumi consapevoli. Migliorare il modo in cui acquistiamo, manteniamo e smaltiamo i nostri vestiti è responsabilità di tutti e richiede un cambiamento nelle nostre abitudini di acquisto personali. Ma anche i nostri governi locali e ovviamente i marchi stessi hanno una grande responsabilità e possiamo incoraggiarli a fare di più in questo senso”.

Lo abbiamo detto tante volte anche qui a eco-à-porter e non smetteremo di ribadirlo: maggiore responsabilità da parte di tutti.

Alla quinta edizione di Isko I-Skool va in scena il denim sostenibile

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Isko I-Skool contest

Focus sulla sostenibilità per Isko I-Skool, il contest internazionale creato da Isko, colosso mondiale del denim, impegnato da anni nel rendere appunto più sostenibile una delle produzioni più inquinanti del settore, e da Creative Room, il centro italiano di Isko specializzato in design e ricerca stile. Poche sere fa, esattamente il 10 e l’11 luglio a Milano presso BASE-Milano, 12.000 mq di laboratori, spazi per esposizioni, spettacoli, workshop, conferenze ricostruiti all’interno dell’ex-Ansaldo, si sono svolte le serate finali del concorso giunto alla sua quinta edizione, che ha premiato alcuni studenti provenienti dalle scuole di moda più importanti a livello mondiale.

Il denim, materiale d’elezione del contest, è stato declinato quest’anno attraverso il tema ‘UnDocumented’ ovvero, come ha spiegato Fabio Di Liberto, brand director Isko “abbiamo chiesto agli allievi di superare i loro valichi della conoscenza, i loro limiti mentali. Il tema della sostenibilità è multidimensionale e come tale è stato affrontato; abbiamo trasferito ai ragazzi la nostra visione sostenibile, il nostro pensiero legato al cambiamento positivo e responsabile e loro hanno risposto con le proprie interpretazioni, idee che partono dall’ingrediente primario che è il denim sostenibile, responsabile, certificato a servizio della creatività”. Oltre che dai venti finalisti del Denim Design Award, il tema è stato sviluppato anche dagli studenti finalisti del Marketing Award, provenienti dalle scuole di marketing e comunicazione più influenti del mondo, che dovevano improntare un progetto legato alla creazione di un piano applicato all’industria del denim, tenendo sempre presente il fattore ‘sostenibilità’.

Per quanto riguarda i premi, per la sezione ‘marketing’ l’UnDocumented Award è andato a Gina Paljusevic della Parsons School of Fashion di New York, mentre per quella ‘design’ ha vinto Jaeha Im della Esmod di Seoul, premiato sul palco dal nostro stilista eco-sostenibile Tiziano Guardini, lo sottolineo perché sarà l’ospite della prossima intervista del mese! Proprio Guardini è stato sostenuto da Isko per la sua collezione presentata alla Milano Fashion week dello scorso febbraio, realizzata soprattutto in denim, naturalmente green perché fatto con il cotone rigenerato.

Talenti emergenti, quindi, che premiano altri talenti in erba, per un futuro in cui anche il denim avrà, e comincia già ad avere, un ruolo chiave tra i tessuti ecologici.

 

Ritorna l’Ethical Fashion Show di Berlino

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Ethical Fashion Week Berlin Poster

Dal 3 al 5 luglio prossimi torna l’appuntamento con l’Ethical Fashion Show di Berlino presso la ex centrale termoelettrica Kraftwerk, come sempre dedicato alla moda nei contesti della sostenibilità, della digitalizzazione e dell’innovazione. Vediamo qualche data e qualche appuntamento.

Dalle 19:00 di martedì 3 luglio, la sfilata di moda ‘Greenshowroom Selected’ riunirà gli stili degli espositori di Ethical Fashion Show e di Greenshowroom, la vetrina di eco-design interna all’evento berlinese e l’evento sarà trasmesso in diretta dagli schermi del Kraftwerk. Il giorno stesso, dalle 18:00 alle 21:00, nello spazio del ‘Nightshift’ ci sarà l’opportunità di confronti informali con i brand espositori.

Il 3 e il 4 luglio si terrà la coppia di conferenze ‘FashionSustain’ e ‘Fashiontech’; la prima porterà sul palco esperti e pensatori visionari nel settore del footwear, dalle scarpe da ginnastica alle calzature in generale alla pelle sostenibile, sotto lo slogan di ‘Jump into the Future’. Tra i relatori: Veja, GLS Bank, I: CO e C & A Foundation. Il giorno seguente, ‘Fashiontech’ si focalizzerà sulle soluzioni digitali per l’e-commerce, la vendita al dettaglio e il marketing nel mondo della moda.

Giovedì 5 luglio, nell’ambito della sessione ‘FashionImpact’, le imprenditrici Sara Abera, fondatrice di Muya, marchio artigianale etiope e Linda Speldewinde, fondatrice dell’associazione di design dello Sri Lanka, parleranno delle opportunità generate dalla loro attività per le rispettive economie locali. Seguirà l’appuntamento con ‘Fashion Africa 254’, il programma etiope per i tessuti sostenibili, con l’Associazione per la cooperazione internazionale (Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit – GIZ) e con Meron Addis Abeba Leather Bags, che si concentreranno sull’industria della moda ad Addis Abeba.

Infine il punto di incontro per la community della moda online sarà l’evento ‘Prepeek powered by Fashion Changers’, in cui look individuali saranno abbinati ai pezzi delle collezioni dei marchi espositori, catturati sul posto dagli scatti di fotografi professionisti e condivisi da blogger e influencer sui loro canali social. Ma io non ci sarò, non sono ancora abbastanza famosa😉

Per la Giornata Mondiale degli Oceani un bel reportage da Santorini

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Reportage from Santorini - courtesy of Healthy Seas/Ghost Fishing

Ecco le immagini del reportage di stamattina dall’isola di Santorini; le reti da pesca recuperate da Healthy Seas, Ghost Fishing e il team di Cousteau diventeranno il filato sostenibile ECONYL®, materia prima dei tessuti per la produzione, tra le altre cose, dei costumi da bagno di cui abbiamo parlato in uno degli ultimi post.

 

 

Domani live streaming da Santorini!

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Courtesy of Healthy Seas

Come da mio post, voglio ricordarvi che domani è la Giornata Mondiale degli Oceani e che alle ore 10.00 (ora italiana) ci sarà un evento live streaming dall’isola di Santorini. I sommozzatori di Healthy Seas, insieme a quelli di Ghost Fishing e del team di Cousteau, recupereranno dai fondali marini le reti da pesca abbandonate, che poi andranno a ‘rigenerarsi’ negli stabilimenti sloveni di Lubiana dove verranno trasformati in ECONYL®, filato per la produzione di tessili per la casa e l’abbigliamento.

Unico cambio di programma, il live streaming sarà trasmesso da http://healthyseas.org/save-your-breath-santorini/ e non dalla pagina FB che avevo segnalato nel post in questione.

Buona visione e #saveyourbreath !

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