23 / luglio / 2018
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Maremma e design nell’artigianato tessile di Laura Rovida

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Le sciarpe in bambù tessute a mano insieme al telaio di Laura - courtesy of Rovida Design

Nel giro di pochi giorni ritorno a parlare di un marchio scoperto a Milano a ‘Fa’ la cosa giusta‘, cosa che comunque mi ero ripromessa di fare al ritorno dalla fiera, a fine marzo, cioè di dedicare almeno un singolo post ad ogni brand che mi aveva colpito. Dopo Esthéthique, tocca a Rovida Design ma per due motivi particolari: il primo è perché la titolare, la designer tessile Laura Rovida, produce i propri capi in mini-serie con il telaio a mano come si faceva una volta e il secondo è per la sua recente collaborazione con il WWF nell’ambito della campagna Spiagge Plastic Free.

Laura Rovida al telaio – courtesy of Rovida Design

Dal 3 giugno scorso centinaia di volontari del WWF sono coinvolti in una maratona estiva di pulizia dei litorali dal nord al sud Italia per liberarli dall’invasione della plastica; tra i materiali recuperati, dei ‘misteriosi’ dischetti che per alcuni  giorni hanno invaso il litorale tirrenico e che sono stati poi riconosciuti come filtri di depuratore provenienti dal fiume Sele. La stessa Laura ne ha raccolti tantissimi sull’arenile antistante l’Oasi di Burano presso Capalbio e, vista la sua propensione al riutilizzo, ha pensato bene di trasformarli in spille su cui ricamarci sopra: “La loro struttura a rete mi ha ricordato la struttura tessile dei tessuti garzati” spiega Laura “dunque la cosa più naturale era ricamarci. E ho pensato subito al fenicottero rosa, la mia grande passione, la cui silhouette ho riprodotto su ogni dischetto, in seta, in alternativa al gabbiano che è l’icona del mare”. Dopodiché Laura ha contattato Fabio Cianchi, responsabile delle Oasi WWF della Maremma e insieme hanno avviato il progetto; la spilla è conservata all’interno di una piccola custodia, frutto anch’essa di materiali di recupero e si può ricevere in cambio di una piccola donazione alle Oasi WWF di Burano (centro visite) e Orbetello (Casale Giannella) oppure acquistare direttamente presso il laboratorio di Laura Rovida a Capalbio Scalo (sul sito della designer trovate l’indirizzo completo) o riceverla via posta contattando direttamente Laura al suo indirizzo mail.

Le spille riciclate by Laura Rovida+WWF – courtesy of Rovida Design

La realizzazione delle spille è in linea perfetta con il credo di Laura, che con il suo lavoro al telaio coniuga la passione per la manualità all’impegno eco-sostenibile; parlando della designer già nel post di marzo, ci aveva colpito il fatto che lo studio della filosofia all’università si era trasferito sul telaio come una sorta di chiusura del cerchio perché “tessere è un po’ come filosofeggiare”. Laura ci aveva anche detto che era, è un’appassionata di birdwatching, che dà anche il titolo alla sua ultima collezione di t-shirt, ispirata agli amati fenicotteri e ai viaggi che compiono nel Mediterraneo, viaggi lunghi che li portano a posarsi sul lago di Burano. Partecipando alle passeggiate naturalistiche con Fabio Cianchi, citato prima come direttore delle Oasi WWF della Maremma, Laura ha scoperto che da una targhetta legata alla zampa di ogni fenicottero si può risalire al suo percorso e che ogni singola scheda parla di avventure impensabili per tutto il Mediterraneo! Gli altri soggetti della collezione sono il martin pescatore e i gruccioni, specie sempre osservabili sul lago di Burano ma Laura sta ampliando i soggetti, tanto che in programma ci sono anche le gru in migrazione, tornate da poco in Maremma e i papaveri di cui, spiega Laura, fino a poco tempo fa erano pieni i campi vicino al laboratorio.

 

Cartellino naturalistico del gruccione – courtesy of Rovida Design

 

Le t-shirt sono in cotone biologico 100% certificato, stampate a mano, ognuna diversa dall’altra per colori e sfumature che Laura crea di volta in volta partendo dai colori primari e miscelandoli poi in modo diverso. Ogni maglietta si distingue dall’altra anche per la storia che racconta, storia magari legata a una migrazione, a un percorso sempre diverso, a un fenicottero che si perde (stampato sul retro della t-shirt!) o ai gruccioni che stazionano sui fili della luce, insomma l’idea della designer è quella di incorporare il territorio con il suo patrimonio naturalistico nel design del prodotto, in modo che entrambi ne escano ulteriormente valorizzati. Ogni maglietta ha poi un cartellino naturalistico che parla del soggetto stampato e che si può utilizzare anche come segnalibro.

Le t-shirt sono una novità di questa stagione ma già da un paio d’anni Laura realizza al telaio, che resta il suo strumento di lavoro principale, delle sciarpe in filato di bambù bio certificato su cui poi stampa i suoi amati volatili (che potete vedere nella foto di copertina). Poi ovviamente, al di fuori della collezione ‘Birdwatching’, c’è tutto il resto, sempre realizzato al telaio: gli scalda-collo, la maglieria, altri tipi di sciarpe e scialli, accessori e tessili per la casa, il tutto tessuto con fibre naturali e il più possibile ecologiche, dalle lane locali, in particolare quella della pecora amiatina alla seta ecologica burette e tussah al lino.

 

Ogni capo di Laura, dunque, esprime il suo universo e le sue passioni, natura, territorio, artigianato, design, materiali ecologici, tanta manualità. E magari anche quel tocco filosofico da cui non nascono solo pensieri e ragionamenti ma anche creatività e competenza per tradurre le visioni in struttura, superficie e colore.
 

Esthéthique, dal Madagascar all’Italia, tradizioni che legano due mondi

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SS18 Rafia bag - courtesy of Esthéthique

Di questo pezzo doveva occuparsi Novella Di Paolo, la mia preziosa collaboratrice che per seri motivi personali mi ha purtroppo lasciato sola, anche se spero solo momentaneamente. Ho voluto così, sapendo che ci legge, lasciare come l’ha raccolto lei, il racconto ‘a ruota libera’ di Maria Teresa Pecchini, brand manager di Esthéthique, il marchio etico di commercio equo che abbiamo scoperto insieme, io e Novella, a ‘Fa’ la cosa giusta‘ a Milano, lo scorso marzo.
Aggiungo solo due righe per introdurre il marchio, una bella iniziativa che nasce dal progetto di Materia Critica, studio di design e comunicazione formato da tre ragazzi emiliani che hanno messo a nuovo una cooperativa attiva da trent’anni nel mondo solidale. I prodotti di Esthéthique sono accessori ma anche gioielli e articoli per la casa di alta qualità, realizzati da artigiani del Madagascar, che nascono da relazioni basate sui principi di equità, rispetto e crescita della persona. Maria Teresa Pecchini, che ‘bazzica’ il Madagascar da oltre 30 anni e che ci ha vissuto anche per due anni consecutivi, conosce bene la realtà del posto, che si porta dentro insieme al suo popolo e alle sue contraddizioni. Lascerei parlare il suo bel racconto e il resto lo faranno le immagini di accompagnamento.

“I primi passi in Madagascar sono sempre un insieme di profumi e colori, di volti e suoni che ti accolgono. Una lingua che è musica che ci accarezza, il sorriso dei bimbi, l’odore forte delle spezie che ti entra nella pelle. La mente e il cuore che riconoscono questo luogo, che è casa. Anche quest’anno il cuore del mio viaggio sono stati i produttori, l’incontro con le loro famiglie, il lavoro, lo sviluppo di nuovi prodotti. È sempre difficile trasmettere ciò che si vive nell’incontro con loro, nel percorrere giorni e sentieri, nel fermarsi a riflettere insieme, nel semplice incontrarsi e sapere che abbiamo ancora voglia di collaborare (in malgascio si dice fiaramiasa ovvero lavorare insieme).

Lavorazione della rafia – courtesy of Esthéthique

I primi di cui vorrei parlare sono gli artigiani della rafia e in particolare delle donne che realizzano le borse. È un gruppo che ha con noi una storia antica: Rahasolofo è un Raiamand’reny (parola che letteralmente significa padre e madre, ma che vuole indicare una persona ricca di saggezza), nel suo villaggio si lavora la rafia, il sisal, le fibre naturali, fibre che profumano di terra, di natura. Lavora con noi dal 1990, ho visto crescere i suoi figli, conosco i suoi nipoti, una famiglia grande e bella. Lui ormai è anziano e anche se resta indubbiamente un punto di riferimento per tutti, chi gestisce oggi le attività è Hasina, sua nuora, una donna con la D maiuscola, ha 3 figli, lavora la rafia fin da giovanissima, ma nonostante questo è riuscita a finire il liceo. È una persona curiosa, attiva, intraprendente, sempre desiderosa di imparare e di scoprire cose nuove, è sempre un piacere incontrarla, chiacchierare con lei, raccontarle e ascoltare i suoi racconti. Non posso essere in Madagascar e non andare a trovarli. Imeritsiatotsika, dove vivono, è circa a una trentina di km, ma ci vogliono un paio di ore per arrivarci, i tempi in Madagascar sono sempre lunghi, dilatati. Con Hasina lavorano 30 donne giovani e meno giovani, 30 mamme con i propri bimbi, ognuna nella propria casa, un villaggio in campagna e tanta voglia di mettersi in gioco. Abbiamo parlato di tante cose, mi hanno raccontato dei loro bimbi, della scuola, dei tanti mariti spariti a Tsiroanomandidy, una città sull’altipiano dove è fiorente il commercio degli zebù e in Madagascar dire che un uomo è andato a Tsiroanomandidy equivale a dire che ha lasciato moglie figli e responsabilità, dei Dahaloo (i briganti) che hanno attaccato il loro il villaggio, dei tanti problemi che attanagliano questo paese.


Borsa in rafia SS18 – courtesy of Esthéthique

La tessitura del cotone è una lavorazione tradizionale del Madagascar, soprattutto nella zona dell’altopiano. E tradizionali sono i motivi che le donne compongono sulla tela. Gli Alo-alo, letteralmente ‘messaggeri’, sono stele tradizionali che in origine erano realizzate per decorare le tombe dei defunti di alto rango, ma che, nel tempo, sono diventate oggetti decorativi utilizzati in diversi contesti. Le artigiane continuano a tessere

Lavorazione del cotone – courtesy of Esthéthique

con i tradizionali telai manuali e spesso lavorano in due sullo stesso telaio, data la complessità dei motivi decorativi. Gisele è la responsabile di questo gruppo di artigiane, sposata con 4 figli, rappresenta pienamente la voglia di riscatto di queste donne. Antsena è un piccolo villaggio del comune di Sandrandray a un’ora dalla cittadina di Ambositra. Sono circa una decina i piccoli gruppi familiari che, coordinati da Madame Gisele, lavorano con noi già dalla fine degli anni 80. Anche quest’anno sono stata a trovarle, a cercare di risolvere piccoli problemi di qualità, a sviluppare con loro nuovi prodotti, a testare nuovi colori e nuove idee. Loro sono tutte donne desiderose di migliorare il proprio lavoro, di sviluppare idee e percorsi che costruiscano futuri differenti ai loro figli, ai loro villaggi. È bello vederle tessere, mani che lavorano veloci, dita che intrecciano, occhi attenti a non sbagliare fili e colori per comporre le trame, trame e disegni che parlano di tradizioni e di sogni, di idee e di fede. C’è un che di sacro nel loro lavoro, di magico, fili che paiono mescolati a caso che creano immagini e pensieri. Un tempo ho letto che nella lingua Dogon la stessa parola significa tessere e parlare e guardando Gisele, Prisca, Bakoly non posso non pensare che la tessitura sia davvero un linguaggio, che forse a noi ancora non è sempre così comprensibile. Una cosa inaspettata è stato scoprire che quest’anno hanno aperto di fianco alla sede dell’associazione un piccolissimo ‘bistrò’ dove fanno e vendono cibo da strada per gli studenti della scuola che hanno vicino. Abbiamo fatto insieme un bellissimo brunch a base di frittelle alle verdure, mofo anana a base di cipolla, cavolo, zucchine ecc, piccoli sambosy, triangoli di pasta di riso ripieni di carne e fritti, mofo mamy, piccoli dolci cotti su una piastra, succo di uva e di ananas. I teli da mare, gli asciugamani e l’altra biancheria per la casa sono realizzati proprio da loro e tutti tessuti al telaio!.


Telo da mare – courtesy of Esthéthique

Soatanana è un piccolo villaggio del comune rurale di Ambohimahazo, a circa due ore e mezzo di fuoristrada dalla cittadina di Ambositra. È abitato prevalentemente da donne; sono pochi infatti gli uomini rimasti a vivere lì, se ne vanno in cerca di fortuna e raramente tornano, lasciando alle donne il compito di crescere i figli e mantenere la famiglia. La lavorazione della seta selvatica è una lavorazione tradizionale della zona, infatti qui si tessevano i LandyBe, tessuti in seta, con cui si avvolgevano i morti prima della sepoltura. Le tecniche di lavorazione usate dalle nostre artigiane sono le stesse di sempre ma, grazie alla formazione, sono stati introdotti nuovi modelli e colorazioni realizzate con prodotti naturali. Sono circa 40 le donne che lavorano la seta in questo villaggio sperd

Lavorazione della seta selvatica – courtesy of Esthéthique

uto tra le montagne e Odette segue la produzione e si occupa di coordinare le attività delle altre donne. Si parte dalla raccolta dei bachi selvatici che si trovano nelle ormai poche foreste di Tilapia, è un baco endemico del Madagascar che viene mangiato e utilizzato soprattutto come nutrimento per i bambini essendo altamente proteico. Le donne fanno tutto, dalla raccolta alla cottura, dalla filatura alla tintura, con erbe e piante, del filo. Intrecciano la seta sui telai e in ogni filo intrecciano pensieri e sogni. Lavorano con noi da oltre 20 anni e da 3 abbiamo iniziato con loro una nuova formazione per insegnargli le tecniche del macramè per realizzare collane montate in seta. All’inizio è stato difficile, non pensavano di esserne capaci, usciva dal loro lavoro tradizionale, era fuori dalla loro esperienza ma ogni anno riescono a realizzare prodotti di maggior pregio e questo le rende molto orgogliose. Un villaggio ordinato, ben tenuto, tante donne, moltissimi bambini, gli uomini sono sempre una presenza sporadica ma queste donne sanno dare anche a loro lezioni di vita, di orgoglio, di capacità di sviluppo, determinate come sono a dare un futuro ai loro figli.


Collana in seta – courtesy of Esthéthique

Ogni anno quando il viaggio arriva alla fine riparto portando negli occhi e nel cuore i volti di queste donne, dei loro bimbi e la certezza che tutto questo lavorare insieme è davvero uno strumento per un mondo più giusto e più ricco”.

Grazie Maria Teresa Pecchini e grazie Novi ❤️

Gorilla Socks, l’eco-calzino che salva i gorilla

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Gorilla Socks collage - courtesy of Gorilla Socks

Se c’è una cosa che si porta tutto l’anno sono le calze; certo, magari non con 40° C ma il calzino con il sandalo, fino a qualche tempo fa espressione di una moda non proprio elegante, è finito per diventare un accostamento chic, perché gli stilisti, che hanno riportato in auge anche il marsupio, vogliono così. Ma trend a parte, anche d’estate, soprattutto se il tempo fa le bizze come in questi giorni di improvvisi acquazzoni e sbalzi di temperatura o per i tipi freddolosi come me, qualche calzino a portata di cassetto fa sempre comodo.

Courtesy of Gorilla Socks

Gorilla Socks è un’azienda italo-americana nata come startup l’anno scorso a New York, che produce una linea di calzini realizzati in una speciale fibra estratta dalla pianta di bambù; il suo fondatore, Gianluca de Stefano, napoletano emigrato nella Grande Mela, ha avuto l’idea di creare questo prodotto innovativo dopo un viaggio in Asia, di cui il bambù – o Bambuseae nome scientifico – è originario. Rientrato a New York, con la collaborazione del suo socio Gavin Kamara e con un investimento iniziale di 15mila euro, ha messo in piedi il business dei calzini sostenibili che si è da subito legato, e il nome del marchio ne è la prova, alla Dian Fossey Gorilla Fund International, fondazione americana che ha sedi anche in Rwanda e Congo e che si occupa della conservazione, protezione e studio dei gorilla di montagna e del loro habitat.

Dian Fossey

La zoologa Dian Fossey, portata al cinema nel 1988 da Michael Apted nella pellicola ‘Gorilla nella nebbia’, con Sigourney Weaver nella parte della Fossey, dedicò gran parte della propria vita allo studio dei gorilla sulle montagne e nelle foreste del Rwanda, finendo brutalmente assassinata nel 1985 nella sua capanna sui Monti Virunga in circostanze mai davvero chiarite. Secondo la versione più probabile, pare che a uccidere Dian Fossey sarebbero stati i bracconieri, poiché la zoologa rappresentava una grave minaccia per la caccia illegale ai gorilla, dati i suoi numerosi interventi in loro difesa ma ancora oggi anche questa resta purtroppo solo un’ipotesi.

La Fossey ha lasciato una grande eredità che la fondazione porta avanti e, tornando ai calzini, Gorilla Socks dona, per ogni calzino venduto, il 10% per la difesa di questa specie in via d’estinzione.

Courtesy of Gorilla Socks

Coloratissimi e dalle fantasie accattivanti, i calzini sono appunto realizzati in viscosa di bambù che assicura resistenza e perfetta adattabilità a tutte le stagioni dell’anno, svolgendo contemporaneamente una funzione asettica e antibatterica. Il segreto di questa fibra, oltre alla sostenibilità, è la sua capacità di mantenere il calore permettendo però la traspirazione, mentre la componente elastica rende il calzino morbido e adatto a qualsiasi tipo di scarpa.

 

Prodotti in Cina esclusivamente per la difficile reperibilità della materia prima in Europa, i calzini di Gorilla Socks sono certificati OEKO-TEX®, sistema indipendente di test e certificazione per prodotti tessili. Venduti inizialmente sul mercato americano, i calzini eco-friendly sono sbarcati anche in Italia e sono acquistabili sia sul sito del marchio che su altre piattaforme come Amazon.


Courtesy of Gorilla Socks


“Quello della sostenibilità è un aspetto in cui crediamo molto” dice Andrea Salvia, responsabile per l’Italia di Gorilla Socks “la vera innovazione non è solo sviluppare un prodotto potenzialmente nuovo per un mercato, ma fare in modo che questo generi anche valore sociale. Il nostro prossimo obiettivo è stringere partnership con altre associazioni che si occupano dello stesso scopo, in modo tale da generare un impatto davvero importante sul nostro pianeta”.

Rwanda: i ranger a salvaguardia dei gorilla con le loro Gorilla Socks – courtesy of Gorilla Socks


Ecco allora che se i calzini con i sandali sono diventati addirittura eleganti, sceglierne un paio 100% eco-friendly, di alto design, a difesa dell’ambiente e di una specie animale a rischio estinzione, può dare all’acquisto un senso che va ben oltre la mera tendenza. E poi, ricordatevi che le calze si portano tutto l’anno! 😉

 

Marble Swimwear, i costumi da bagno che vengono dal mare (e lo salvano)

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Sarah Kohan for Marble Swimwear

Tempo d’estate, tempo di mare, tempo di costumi da bagno; e siccome il mio ultimo post parlava, tra le altre cose, di ECONYL®, filato sostenibile ricavato da rifiuti industriali, scarti tessili e soprattutto da reti da pesca recuperate dai fondali marini, perché non parlare di uno dei brand che ne fa uso per i propri costumi da bagno? Giusto per indirizzarvi verso le scelte più etiche per le vostre vacanze (per chi ci andrà naturalmente, ma ci sono anche i costumi da bagno sostenibili per la piscina!).

Dunque, dicevo che Carvico SpA e Jersey Lomellina SpA sono le due aziende italiane che detengono l’esclusiva mondiale di l’utilizzo di ECONYL per la produzione di tessuti per il mondo del bagno; i marchi che ricorrono a questi eco-tessuti tecnici altamente performanti sono davvero tanti, sia in Italia che all’estero. Uno di questi è Marble Swimwear, brand indipendente di costumi da bagno deluxe, australiano di nascita e inglese di adozione; sul proprio sito l’etichetta si definisce ‘con un cuore internazionale e il pianeta in mente’, quindi l’impegno a garantire che ogni singolo elemento della produzione sia rispettoso dell’ambiente è totale.

L’8 maggio scorso il marchio ha lanciato su Indiegogo una raccolta fondi per la produzione della collezione ‘Ocean to Ocean’ in collaborazione con l’influencer Sarah Kohan che ha un seguitissimo account di viaggi su Instagram; la linea di costumi da bagno è appunto realizzata con ECONYL, precisamente con il 78% di questa fibra rigenerata che, dice Sian Lakin, fondatrice di Marble Swimwear, unita alla Lycra fornisce una resa di altissima qualità senza appunto danneggiare il pianeta.

“Finalmente abbiamo un prodotto” dice Sarah Kohan a proposito della collezione “che sposa la nostra passione per il pianeta e la nostra ossessione per il costume da bagno” e su questo l’influencer non ha tutti i torti, dato che oggi beachwear e swimwear sono quasi alla pari con l’abbigliamento quotidiano in fatto di stile ed estetica. Non è un caso che tanti designer abbiano sdoganato per la stagione estiva look da spiaggia anche in città.

Curiosa poi la scelta di Marble Swimwear di chiamare i pezzi dei vari bikini come le protagoniste delle lotte ambientali, sia in mare che sulla terra; c’è ad esempio il ‘Michele top’ dedicato a Michele Kuruc, vice-presidente delle politiche oceaniche del WWF, impegnata contro le pratiche illegali di pesca oppure l”Elissa top’ che prende il nome da Elissa Sursara, biologa e attivista che attualmente sta studiando le micro-plastiche che infestano gli oceani, mentre il costume intero ‘Ramsey’ è per Ocean Ramsey, istruttrice-sub che nuota con gli squali.

Per chiudere il cerchio Marble Swimwear devolve il 10% dei profitti a Healthy Seas, l’iniziativa di Ong e aziende che recupera le reti da pesca dai fondali e che l’8 giugno sarà protagonista dell’evento in streaming dall’isola di Santorini.

 

‘Love Collection’ by Be Quality, l’amore che si indossa

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'Love Collection'project by Be Quality
Pilar Morales ha occhi azzurri e lucenti e se non fosse per il suo accento tondamente spagnoleggiante si direbbe che venga dalle terre del Nord. Invece è peruviana ed emana calore come le rocce delle Ande al tramonto, che per tutto il giorno hanno assorbito i raggi del sole. Pilar è un’ingegnere tessile, come suo padre, ha 20 anni di esperienza nel settore moda in Europa e un sogno. Produrre abbracci. O meglio tesserli e venderli come capi di abbigliamento, un progetto concreto e estremamente solidale, che nasce da un sentimento. L’amore. Quello che l’ingegnere nutre per il genere umano e la natura, facce della stessa medaglia che a causa del progresso si stanno allontanando sempre di più creando squilibri emotivi e psicologici su un numero crescente di persone. A dirlo sono numerose ricerche scientifiche che come soluzione sostengono il recupero del contatto con se stessi. Prima di tutto fisicamente per tornare a percepire i bisogni reali e non quelli imposti dalla società. Ed è qui che entra in gioco la ‘Love Collection’ della designer sudamericana, fondatrice del marchio Be Quality, di cui la ‘love’ capsule è una naturale quanto originale prosecuzione.

L’amore si indossa, sostiene Pilar. A cominciare proprio dagli abbracci, perché l’abbraccio è un gesto primordiale che esprime affetto e protezione e fa bene, studi alla mano, persino al cuore. Tanto più che i capi di questa particolare collezione sono realizzati con un particolare cotone peruviano, il Pima, pianta molto antica coltivata e lavorata già dagli Inca che lo consideravano un dono degli dei e infatti è conosciuto come il ‘cachemire dei cotoni’, materiale che Pilar vorrebbe rendere più accessibile, non di nicchia com’è ora. Morbido e lucente, a contatto con la pelle amplifica le sensazioni piacevoli che la ‘Love Collection’ si propone di regalare, le stesse sensazioni risvegliate da una storia d’amore, in questo caso raccontata da diversi capi d’abbigliamento, sciarpe, t-shirt e abiti e da una serie di gesti, primo dei quali l’abbraccio.

 

 

Prodotti eticamente e in modo responsabile, rispettando la terra, usando solo materiali ecologici e biodegradabili, garantendo ai lavoratori uno stipendio giusto e condizioni di lavoro adeguate, i capi della ‘Love Collection’ sono fatti per durare nel tempo e per continuare a dare a chi li indossa le sensazioni del primo giorno.

La sciarpa della ‘Love Collection’ Courtesy of Be Quality
Ma l’Abbraccio è solo il primo di una serie che Pilar vorrebbe si ampliasse sempre di più ovvero non fermarsi agli abbracci ma continuare a scrivere questa storia d’amore, proponendo così anche un nuovo concetto di fare moda. Per questo ha attivato un crowdfunding cui è possibile partecipare fino al primo di giugno, prenotando uno dei modelli proposti sul sito in diverse combinazioni e a un prezzo agevolato rispetto a quello di listino.
Prendendo parte al progetto – spiega Pilar – ognuno di voi ci farà sentire di credere nell’idea e nell’intento di tornare alle cose veramente importanti della vita, oltre ovviamente ad aiutarci a partire con la prima produzione dei capi dell’Abbraccio e a contribuire attivamente ad un abbigliamento più umano“.
Novella Di Paolo

 

 

Son tutte eco e belle le t-shirt di ‘The Next Green Talents’ (parte 2)

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The Next Green Talents - courtesy of yoox.com

Nell’ultimo post parlavo delle t-shirt realizzate da sette designer sostenibili per ‘The Next Green Talents’, il progetto ideato da Federico Marchetti di Yoox e da Vogue Italia; dopo ByBrown, Chain, Older Brother e Tiziano Guardini, oggi proseguo con Gozel Green, marchio fondato nel 2012 dalle sorelle gemelle nigeriane Sylvia Enekwe e Olivia Okoji, per cui “fare moda significa principalmente trasmettere la propria individualità alle persone che ti circondano”, quindi gli abiti diventano un po’ come delle storie che raccontano di te e del tuo mondo più di tante parole. Il duo creativo prende molta ispirazione dal proprio background famigliare, mamma designer che guardavano lavorare fin da bambine, papà scrittore e poeta la cui opera rivive attraverso le loro creazioni. E certo poi protagonista indiscussa è l’Africa tra tradizione e cosmopolitismo, con l’arte della narrazione che è parte integrante della cultura locale e che diventa appunto materiale per le collezioni. Anche la t-shirt di Gozel Green segue questo filo narrativo, con lo slogan ‘WE LIVE ON EARTH as much as we LIVE IN OUR CLOTHES’ stampato a contrasto sul cotone organico grigio, che è un micro-racconto sul rispetto verso il Pianeta.


Gozel Green t-shirt – courtesy of Gozel Green


Anche per Romina Cardillo di Nous Etudions la moda è un potente mezzo comunicativo; la designer argentina, anima del brand che ha fondato nel 2012 insieme al compagno, regista e fotografo, riempie di connotati decisi e anticonformisti le proprie creazioni che sono eco-friendly e cruelty-free perché il rispetto per l’ambiente e gli animali viene prima di tutto. Tagli puliti e minimali, decostruzioni ma anche dettagli inattesi e a contrasto come volumi e ruche esagerati sono il codice stilistico del marchio, insieme al gusto per il sartoriale che dà ai capi un tocco a-gender. La t-shirt rosa di Nous Etudions è asimmetrica, realizzata in cotone PIMA e reca la scritta fronte/retro ricamata a mano ‘Nous Aimons’-‘Jusqu’à la Lune’, mentre l’inchiostro utilizzato per l’etichetta è biodegradabile.

Nous Etudions t-shirt – courtesy of Nous Etudions


Ultimo marchio, ultima t-shirt, quella di Unravelau, marchio giovane (ha solo un anno di vita) dell’altrettanto giovane designer olandese Laura Meijering che ha però già le idee chiare sul tipo di prodotto che vuole offrire al pubblico ovvero alta qualità unita al più basso impatto ambientale possibile. È così che Laura utilizza solo materiali organici e riciclati come il denim, quello di tanti cittadini olandesi che hanno donato i propri jeans usati andati a comporre la nuova collezione di Unravelau. E anche la t-shirt realizzata dal marchio è in denim 100% riciclato e si chiama ‘The Instagram Tee’ perché invita a sensibilizzare più sulla sostenibilità che sul lusso a partire proprio dai social network. Ogni pezzo è unico, con orlo al vivo, cuciture di colore arancione e lo slogan “#REUSE. Post More Sustainable News’.

Unravelau t-shirt – courtesy of Unravealu


Come dicevo nello scorso post, le t-shirt sono acquistabili su Yooxygen, la sezione fashion sostenibile di Yoox e dal prossimo settembre saranno disponibili anche le intere collezioni dei designer sopra citati.

Etichetta da una delle t-shirt di The Next Green Talents

Son tutte eco e belle le t-shirt di ‘The Next Green Talents’ (parte 1)

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Aria di primavera, anzi, d’estate, stando alle temperature dei giorni scorsi (perché oggi piove accidenti!), quindi voglia incontenibile di abiti leggeri, sandali e soprattutto di t-shirt! In giro se ne trovano davvero di ogni tipo e per tutti i gusti ma oggi voglio parlare di t-shirt davvero speciali perché sono state realizzate da ‘The Green Next Talents’ ovvero i futuri talenti green usciti dalla versione improntata alla sostenibilità di ‘The Next Talents’, il progetto di scouting ideato da Vogue Italia e Federico Marchetti di Yoox nel 2011.

La prima edizione green è andata in scena a febbraio scorso; tramite un’accurata selezione sono stati scelti sette designer sostenibili provenienti da tutto il mondo, che hanno creato una eco-T-shirt esclusiva con messaggi ad hoc sulla presa di responsabilità del consumatore nei confronti dell’ambiente e delle scelte d’acquisto. Oggi ne presenterò quattro con le relative magliette (parte 1) e nel prossimo post gli altri tre.


‘The Next Green Talents’ – courtesy of yoox.com


ByBrown è il marchio olandese della britannica Melanie Brown, pioniera della produzione di filati e tessuti riciclati, 20 anni di esperienza nel fashion e diversi premi tra cui quello agli International A’ Design Awards nel 2015 per il suo ‘raindress’, l’abito-impermeabile concepito per le cicliste urbane che, come la stilista stessa, si muovono quotidianamente in bicicletta per le strade di Amsterdam. Ove possibile, il marchio incorpora nelle collezioni pratiche sostenibili che riguardano sia i materiali che i processi di progettazione e produzione, per esempio è in prima linea nell’utilizzo di materiali innovativi ottenuti da fondi di caffè riciclati, poliestere riciclato e batteri del latte, perché il futuro, per ByBrown, è nel riciclaggio e nel minor uso possibile di materie vergini. La t-shirt realizzata da Melanie Brown ha un appeal urbano-sportivo, è ispirata alla pioggia, come è evidente dalla scritta ‘Respect Beyond Rain’ stampata a mano in collaborazione con l’artista e fotografo Marnix Postma e prodotta mediante il riciclo di materiali di scarto, tra cui la fibra proteica del latte.


ByBrown t-shirt – courtesy of ByBrown


Chain è il brand emergente dell’argentina Lucia Chain che crea le proprie collezioni nel suo piccolo studio di Buenos Aires, lavorando a mano con materiali organici e ‘upcycled’ tinti con rifiuti vegetali. La filosofia del marchio, oltre alla sostenibilità che è certamente l’aspetto principale, quindi zero produzione di scarti, handmade e upcycling, è a-gender, quindi capi adatti senza distinzione a uomo e donna, come la t-shirt in 100% cotone organico prodotta per ‘The Next Green Talents’, cucita a mano, con la scritta ‘Work Together for a Better Place’ e colorata mediante l’utilizzo di rifiuti di derivazione organica.

 

No gender è anche lo stile di Older Brother, marchio made in Usa fondato da Bobby Bonaparte e Max Kingery, seguaci del movimento slow food. Per loro gli abiti devono essere creati in armonia con la natura, perciò utilizzano tinture naturali prive di metalli pesanti, sali e tossine e tessuti eco-consapevoli che spaziano dai piccoli prodotti organici ai materiali sintetici vegetali rinnovabili. Il cotone, ad esempio, è di derivazione 100% biologica e proviene dal programma agricolo del ‘Sustainable Cotton Project’ che riunisce una comunità di agricoltori che coltivano cotone nelle contee californiane di Fresno, Madera e Merced tramite pratiche biologiche, che proteggono la terra, l’aria e le risorse idriche della regione. La t-shirt di Older Brother è basica, tinta a mano in un bagno naturale di colore blu e presenta la scritta ‘Nearly Edible’.


Older Brother t-shirt – courtesy of Older Brother


La prima parte di presentazione delle eco-t-shirt si conclude con Tiziano Guardini, l’italiano vincitore della prima edizione dei Green Carpet Awards, tenutasi nel settembre 2017. Da sempre attento alla tematica del recupero, Guardini definisce l’eco-sostenibilità come “la capacità di percepire la sacralità della vita“, infatti lavora spesso con materiali vegetali con cui costruisce capi couture, come la giacca ‘aghi di pino’ con cui nel 2012 partecipa a ‘Limited/Unlimited’, progetto interno ad Altaroma. Nell’ultima edizione della Milano Fashion Week Guardini ha presentato una collezione di 50 capi tra cui pellicce di jeans con telatura in eco-organza, mentre la t-shirt presentata per ‘The Next Green Talents’ è metà cotone riciclato e metà poliestere, sempre riciclato ed è decorata dalla scritta ‘Earth Needs Heart’.


Tiziano Guardini t-shirt – courtesy EMDL PR&COMMUNICATION

Nell’attesa di presentarvi le altre tre magliette, vi ricordo che sono in edizione limitata e si possono acquistare su Yoox, nella sezione Yooxygen dedicata alla moda sostenibile. Io la mia l’ho già acquistata ma non vi dico quale, per par condicio😉

‘Loved Clothes Last’: la fanzine #2 di Fashion Revolution è come una storia d’amore

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'Clothes worth wearing are worth repairing' - courtesy of fashionrevolution.org

Finalmente ho ricevuto anche il secondo numero, intendo la Fanzine #2 di Fashion Revolution! Era in pre-ordine e l’attendevo con impazienza ma l’attesa è stata ripagata da 122 pagine, sempre su carta riciclata, che propongono in modo creativo con illustrazioni, foto originali, poesie e tanto altro, possibilità e idee per prolungare la vita dei nostri abiti. ‘Loved Clothes Last’ è infatti il titolo della rivista e suona davvero come una dichiarazione d’amore verso quei vestiti che durano una vita perché di ottimi materiale e finiture o perché li abbiamo riparati un sacco di volte o perché li abbiamo trasformati in qualcosa d’altro, ancora più unico e prezioso. Perché i modi per non sprecare, per non buttare sono infiniti e a volte hanno a che fare soltanto con piccoli accorgimenti, come ricucire un bottone staccato o rispettare il tipo di lavaggio, quindi saper leggere correttamente le etichette.


Copertina della Fanzine #2 di Fashion Revolution – courtesy of fashionrevolution.org


Dopo una prefazione di Orsola de Castro, co-fondatrice di Fashion Revolution, che termina con un’intelligente citazione di Joan Crawford che dice: “Cura i tuoi abiti, come i buoni amici che sono”, seguono una serie di articoli che trattano il tema dello spreco, del riciclo e del consumo da diversi punti di vista, come quello storico di Jake Hall, che parla della mitica figura del “rag-and-bone man” (letteralmente l’uomo straccio e ossa) che, nell’800, girava le strade delle città europee raccogliendo appunto ‘rifiuti tessili’ in un sacco sulle spalle. Importante poi, sempre nell’800, la figura dello scozzese Benjamin Law che ottiene un tessuto ‘rigenerato’ ibrido unendo lana e stracci. Non mancano poi esempi di come, in diverse culture, si cerchino di ridurre gli sprechi tessili creando abiti ex-novo che diventano simboli della cultura stessa come il kimono, realizzato tramite il riassemblaggio di pezzi di tessuto ricuciti a mano.

Christina Dean, fondatrice di Redress, ONG ambientale che lavora per ridurre gli sprechi nell’industria della moda, racconta invece di cosa accade ai vestiti invenduti: finiscono super-scontati negli outlet ma, certo, anche il super-sconto non è garanzia di vendita ooppure vengono venduti con etichetta staccata (beh, basta andare anche al mercato locale per trovare intere bancarelle che vendono abiti nuovi, magari cartellinati ma senza l’etichetta!) e finiscono magari in altri continenti come l’Australia o, ancora, vengono donati ad associazioni come la nostra Caritas. E poi c’è l’alternativa meno piacevole da ammettere per i brand ovvero la distruzione tramite inceneritore.

C’è poi una bella poesia di Hollie McNish riprodotta su un fotogramma tratto dal cortometraggio ‘Loved Clothes Last’ prodotto da Fashion Revolution, l’immagine parla da sola ed è anche molto inquietante:


Dal film ‘Loved Clothes Last’ + poesia di Hollie McNish – courtesy of fashionrevolution.org


Ci sono le tecniche per rivedere il proprio guardaroba e i consigli per evitare di comprare nuovi vestiti, per esempio ricorrendo al vintage o all’usato o allo scambio con gli amici o ancora al noleggio.
Tutorial per riattaccare un bottone di Zoe Robinson e Nina Chakrabarti – courtesy of fashionrevolution.org

E sembra un vero e proprio manuale d’istruzioni d’uso quando t’imbatti nei consigli per smacchiare i tessuti o per capire se un capo è ben rifinito o per decifrare l’etichetta del lavaggio (cosa che anch’io, ancora adesso, fatico a fare, lo ammetto!) o per riattaccare quel famoso bottone di cui parlavo sopra.

Sass Brown consiglia poi sette brand da tenere d’occhio per il loro impegno nel riuso di materiali recuperati tra i più diversi: dalle reti da pesca del marchio spagnolo Ecoalf agli airbag del sud-coreano Recode ai materiali da imballaggio dell’inglese Bethany Williams, pare una gara a chi ha più fantasia e va bene così, anzi, così dovrebbe essere!

Ma la mia parte preferita è quella dedicata alla ‘Clothing Love Story’, cioè l’amore infinito per un capo che non abbiamo mai lasciato e mai lasceremmo; Anissa parla della sua t-shirt dicendo “la prima volta che ti ho visto ti ho voluto … non so da dove vieni ma so dove stai andando: con me il più a lungo possibile“, Scarlett dice delle sue infradito che ha dall’età di 6 anni “vorrei che i miei piedi fossero ancora dello stesso numero poter ‘ciabattare’ ancora in giro con voi“. Meraviglioso, vero? E voi ce l’avete una love story con un abito? Perché non me la raccontate?


‘What’s your clothing loves tory?’ – courtesy of fashionrevolution.org


Della fanzine ‘Loved Clothes Last’ non vi rivelo altro. Merita scoprirla sfogliandola.

‘The True Cost’, il vero costo della fast fashion

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Shima Akhter, operaia tessile, con la figlia Nadia - courtesy of The True Cost movie

“Questo film parla di vestiti. Dei vestiti che indossiamo, delle persone che li realizzano e dell’impatto sul nostro pianeta. E’ una storia di avidità e paura, potere e povertà. E’ complessa perché coinvolge tutto il mondo ma è anche semplice, mostra semplicemente quanto siamo legati a tante mani e a tanti cuori dietro ai nostri vestiti”. Si apre con queste parole ‘The True Cost’, il documentario di Andrew Morgan che indaga e mostra il costo reale dei tanti capi di abbigliamento che stanno appesi nel nostro guardaroba e delle tante scarpe che collezioniamo nelle nostre scarpiere e che spesso e volentieri accumuliamo fino alla nausea senza una vera utilità, visto che poi finiamo per mettere sempre le stesse cose, quelle con cui ci sentiamo meglio.

‘The True Cost’ locandina – courtesy of truecostmovie.com

‘The True Cost’ è uscito nel 2015 ma mi sembra una buona idea ritirarlo fuori e riparlarne, non solo perché è una pellicola quanto mai attuale ma anche e soprattutto perché in questa settimana della Fashion Revolution ricorre il quinto anniversario della tragedia di Rana Plaza e il documentario è un chiaro atto di accusa contro le cause che si nascondono dietro a quel crollo in cui morirono 1138 persone, tutti operai tessili sfruttati dall’industria della moda occidentale, in particolare della cosiddetta ‘fast fashion’.

Guardare ‘The True Cost’ è un bel pugno nello stomaco perché ci sbatte in faccia la nostra avidità di consumatori compulsivi e continuamente insoddisfatti, il nostro far parte di una società basata sul profitto e sull’”interesse aziendale”, la nostra incontrollabile sete di possesso di beni materiali a poco prezzo, che acquistiamo solo perché rappresentano un ottimo affare, per il basso costo. E non pensiamo invece che quel costo, il vero costo di quell’abito o di quel paio di jeans o di quelle decolleté è pari al sudore, alla fatica e al sangue di un essere umano come noi nato però dalla parte ‘sbagliata’ del globo, quella più povera ed emarginata. Come il Bangladesh, dove appunto è avvenuta la tragedia di Rana Plaza e dove Andrew Morgan segue e intervista Shima Akhter, operaia tessile di 23 anni costretta a lasciare la propria bambina ai genitori presso il villaggio natio dove torna una/due volte l’anno. Shima lavora a Dhaka, si commuove teneramente quando parla della figlia ma piange di rabbia e di dolore quando ricorda la strage di Rana Plaza e dice “non voglio che qualcuno indossi qualcosa che è stato prodotto con il nostro sangue”.


Shima Akhter – courtesy of The True Cost movie

Il Bangladesh è il secondo esportatore più grande di abbigliamento dopo la Cina ed è scelto dalle grandi catene occidentali perché la produzione ha un costo praticamente nullo, i sindacati hanno un potere limitato, ostacolati come sono dal governo locale che ha il proprio tornaconto nello sfruttamento della manodopera. E così gli operai o meglio le operaie, perché l’85% sono donne e spesso purtroppo anche bambini, sono costrette a subire cucendo in silenzio, magari con il figlio neonato o poco più che dorme su un telo per terra accanto a loro perché non sanno dove lasciarlo.


Un’operaia tessile con il proprio bambino steso a terra – courtesy of The True Cost movie

Le proteste sono sedate con la violenza e anche con il sangue come racconta Shima, a capo di un sindacato tramite cui ha presentato alcune richieste ai manager della fabbrica; la risposta sono state botte violente con sedie, bastoni, bilance, forbici, calci e pugni all’addome, teste sbattute contro il muro. O come è successo a Phnom Penh, in Cambogia, nel 2014, quando la polizia ha soffocato nel sangue gli scioperi degli operai tessili che chiedevano un aumento del salario che era di 80$ al mese. Anche lì, quattro morti e numerosi feriti.

Un contadino utilizza fertilizzante sul raccolto – courtesy of The True Cost movie

Ma il documentario di Andrew Morgan tocca anche la questione altrettanto spinosa dell’agricoltura intensiva, della “terra trattata come una fabbrica”, di come il settore agricolo, per stare al passo con l’industria della ‘fast fashion’ che va sempre più veloce con ben 52 stagioni all’anno invece delle classiche due, riprogetti l’intero ciclo di produzione, come capita ad esempio con la pianta del cotone. Nel Punjab, considerato il ‘granaio dell’India’, gli agricoltori si indebitano per comprare le sementi e poi i pesticidi che tengano lontano i parassiti: “la tragedia delle sostanze chimiche, che siano fertilizzanti o pesticidi – dice l’ambientalista Vandana Shiva – è che sono ciò che è stato definito come narcotico ecologico ovvero che più li usi più hai bisogno di usarli. Per un po’ il raccolto aumenta e poi inizia a diminuire perché hai contaminato il suolo”. E alla fine il contadino, indebitato fino al collo, perderà la propria terra e si toglierà la vita bevendo quello stesso pesticida che ha ucciso il suo raccolto. Negli ultimi 16 anni sono stati registrati più di 250.000 suicidi di contadini in India, la maggiore ondata di suicidi registrata nella storia. Per non parlare degli effetti di queste sostanze chimiche sulla salute; studi approfonditi hanno dimostrato l’aumento di difetti congeniti, di tumori e malattie mentali nella regione.

Inquinamento da conceria – courtesy of The True Cost movie

A Kanpur ci sono invece le fabbriche che lavorano il cuoio, responsabili dell’inquinamento del Gange, il fiume sacro; ogni giorno più di 50 milioni di litri di acque reflue tossiche defluiscono dalle concerie locali, sostanze chimiche pesanti come il cromo 6 finiscono persino nell’acqua potabile. L’ambiente locale è contaminato, il suolo è contaminato.

Pugni nello stomaco, l’avevo detto. Ma il documentario dà anche una speranza, rappresentata da quelle persone che credono nella possibilità del cambiamento e in un approccio gentile e sostenibile, come Safia Minney, fondatrice del marchio fair trade People Tree. Premiata come Outstanding Social Entrepreneur dal World Economic Forum, Safia si dice sicura di un cambiamento profondo che toccherà i prossimi dieci anni e che il commercio equo è la risposta per correggere l’ingiustizia sociale. Intanto continua ad occuparsi del suo marchio etico che, collezione dopo collezione, dà occupazione e opportunità alle comunità e alle persone più emarginate, dal Nepal al Perù, dall’India al Bangladesh, coinvolgendole in ogni singolo passaggio della filiera produttiva di un capo. Anche LaRhea Pepper, produttrice texana di cotone, si dice fermamente convinta che le cose debbano e possano cambiare; dopo la morte del marito avvenuta a soli 50 anni per un tumore al cervello provocato dall’uso delle sostanze chimiche nell’agricoltura, LaRhea ha deciso che cambiare tipo di coltivazione era fondamentale, fondamentale nei confronti del pianeta in cui viviamo e dei nostri figli. E da allora si è convertita al cotone biologico.

Quanto mai attuale, ‘The True Cost’ invita davvero a una riflessione profonda sul nostro stile di vita, sui nostri desideri più inconsci e sui motivi per cui tutti noi, in fondo, cerchiamo la felicità nel consumo delle cose.

Consiglio la visione a chi non avesse ancora avuto modo. Qui sotto il trailer:

C&A, il cuore della grande distribuzione

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C&A logo

A chi è andato in Germania, Austria o nei Paesi Bassi, sarà forse capitato di entrare o almeno di imbattersi, nelle vie centrali dello shopping delle grandi città, nella catena di abbigliamento olandese C&A, da Clemens e August Brenninkmeijer, i due fratelli che la fondarono nel lontano 1841. Io l’ho conosciuta a Vienna e fino a qualche tempo fa l’ho sempre considerata, né più né meno, come altre catene della grande distribuzione che si trovano in quantità, soprattutto nei Paesi nordeuropei, offerta vasta e variegata e piani su piani di scale mobili, dove alla fine non sai più cosa cerchi realmente, magari ti ci perdi e ne esci esausta.

C&A Mannheim – courtesy of 4028mdk09


Invece C&A mi ha riservato delle sorprese positive fatte facendo ricerche per il blog, soprattutto per articoli che riguardavano concorsi e premi per il design e le innovazioni sostenibili o per la stessa Fashion Revolution di cui, a breve, si festeggia la settimana.

Innanzitutto essere sul mercato da più di 170 anni non è male, nella storia del brand leggo che i legami con l’industria tessile risalgono almeno al XVII secolo, quindi non solo radici antiche ma anche un aspetto pionieristico che per un’attività commerciale significa esperienza e capacità di affrontare cambiamenti epocali come sono stati quelli che hanno caratterizzato questi ultimi due secoli. Ma ciò che più importa è che il concetto di sostenibilità è parte integrante della visione di C&A, concetto che viene portato avanti dalla C&A Foundation, fondata nel 2011 dopo l’Instituto C&A nel 1991 in Brasile e la Fundación C&A Mexico nel 1999. La fondazione opera a stretto contatto con l’azienda su più fronti che vanno dall’utilizzo di materiali e processi più sostenibili rispetto alle tecniche di produzione convenzionali al sostegno a start-up innovative, come Fashion for Good, dalla tutela dei lavoratori a quella degli animali (angora e pelliccia bandite già da anni) al supporto al lavoro femminile con campagne ad hoc come ‘Inspiring Women’, che riconosce alle donne di essere la forza che guida l’industria dell’abbigliamento e il brand stesso: l’80% delle dipendenti di C&A sono infatti donne, come anche quelle che lavorano nella catena di approvvigionamento.

C&A organic cotton t-shirts courtesy of C&A

In cima alla lista dei materiali sostenibili più utilizzati da C&A c’è il cotone organico; l’anno scorso Textile Exchange, una delle più importanti organizzazioni non-profit che promuovono a livello internazionale lo sviluppo responsabile e sostenibile nel settore tessile, ha nominato per la quinta volta C&A il più grande compratore mondiale di cotone organico certificato e oggi oltre il 70% del cotone che l’azienda utilizza è certificato come cotone organico o coltivato come Better Cotton. Aderendo a ‘The Transparency Pledge‘, il documento che garantisce la totale trasparenza dell’intera filiera produttiva della merce, C&A ha pubblicato la lista dei propri fornitori mondiali di primo e secondo livello, promuovendo, insieme alla cultura della trasparenza, anche i valori di integrità e responsabilità nei confronti dei lavoratori e dei consumatori.

Con la collezione #Wearthechange, lanciata nel febbraio scorso, C&A offre capi più sostenibili come le t-shirt Cradle to Cradle Certified™ di livello Gold realizzate al 100% in cotone bio e prodotte con energie rinnovabili, i jeans fatti con cotone riciclato e le giacche di poliestere anch’esso riciclato.

#Wearthechange C&A courtesy of C&A


La C&A Foundation lavora poi regolarmente con associazioni come Human Rights Watch e altre organizzazioni internazionali di diritti dei lavoratori per eliminare le cattive prassi come i carichi eccessivi di lavoro, il subappalto non dichiarato e le restrizioni alla libertà di associazione.

Inoltre la fondazione spicca anche tra i sostenitori della Fashion Revolution, anche se il movimento stesso tiene a precisare che il fatto che la C&A Foundation sia uno dei loro ‘sponsor’ ufficiali, il marchio omonimo non gode ovviamente di favoritismi ma si tratta di due ‘entità ben distinte. Ci mancherebbe, altrimenti che rivoluzione sarebbe?!

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