21 / maggio / 2018
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‘Love Collection’ by Be Quality, l’amore che si indossa

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'Love Collection'project by Be Quality
Pilar Morales ha occhi azzurri e lucenti e se non fosse per il suo accento tondamente spagnoleggiante si direbbe che venga dalle terre del Nord. Invece è peruviana ed emana calore come le rocce delle Ande al tramonto, che per tutto il giorno hanno assorbito i raggi del sole. Pilar è un’ingegnere tessile, come suo padre, ha 20 anni di esperienza nel settore moda in Europa e un sogno. Produrre abbracci. O meglio tesserli e venderli come capi di abbigliamento, un progetto concreto e estremamente solidale, che nasce da un sentimento. L’amore. Quello che l’ingegnere nutre per il genere umano e la natura, facce della stessa medaglia che a causa del progresso si stanno allontanando sempre di più creando squilibri emotivi e psicologici su un numero crescente di persone. A dirlo sono numerose ricerche scientifiche che come soluzione sostengono il recupero del contatto con se stessi. Prima di tutto fisicamente per tornare a percepire i bisogni reali e non quelli imposti dalla società. Ed è qui che entra in gioco la ‘Love Collection’ della designer sudamericana, fondatrice del marchio Be Quality, di cui la ‘love’ capsule è una naturale quanto originale prosecuzione.

L’amore si indossa, sostiene Pilar. A cominciare proprio dagli abbracci, perché l’abbraccio è un gesto primordiale che esprime affetto e protezione e fa bene, studi alla mano, persino al cuore. Tanto più che i capi di questa particolare collezione sono realizzati con un particolare cotone peruviano, il Pima, pianta molto antica coltivata e lavorata già dagli Inca che lo consideravano un dono degli dei e infatti è conosciuto come il ‘cachemire dei cotoni’, materiale che Pilar vorrebbe rendere più accessibile, non di nicchia com’è ora. Morbido e lucente, a contatto con la pelle amplifica le sensazioni piacevoli che la ‘Love Collection’ si propone di regalare, le stesse sensazioni risvegliate da una storia d’amore, in questo caso raccontata da diversi capi d’abbigliamento, sciarpe, t-shirt e abiti e da una serie di gesti, primo dei quali l’abbraccio.

 

 

Prodotti eticamente e in modo responsabile, rispettando la terra, usando solo materiali ecologici e biodegradabili, garantendo ai lavoratori uno stipendio giusto e condizioni di lavoro adeguate, i capi della ‘Love Collection’ sono fatti per durare nel tempo e per continuare a dare a chi li indossa le sensazioni del primo giorno.

La sciarpa della ‘Love Collection’ Courtesy of Be Quality
Ma l’Abbraccio è solo il primo di una serie che Pilar vorrebbe si ampliasse sempre di più ovvero non fermarsi agli abbracci ma continuare a scrivere questa storia d’amore, proponendo così anche un nuovo concetto di fare moda. Per questo ha attivato un crowdfunding cui è possibile partecipare fino al primo di giugno, prenotando uno dei modelli proposti sul sito in diverse combinazioni e a un prezzo agevolato rispetto a quello di listino.
Prendendo parte al progetto – spiega Pilar – ognuno di voi ci farà sentire di credere nell’idea e nell’intento di tornare alle cose veramente importanti della vita, oltre ovviamente ad aiutarci a partire con la prima produzione dei capi dell’Abbraccio e a contribuire attivamente ad un abbigliamento più umano“.
Novella Di Paolo

 

 

Son tutte eco e belle le t-shirt di ‘The Next Green Talents’ (parte 2)

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The Next Green Talents - courtesy of yoox.com

Nell’ultimo post parlavo delle t-shirt realizzate da sette designer sostenibili per ‘The Next Green Talents’, il progetto ideato da Federico Marchetti di Yoox e da Vogue Italia; dopo ByBrown, Chain, Older Brother e Tiziano Guardini, oggi proseguo con Gozel Green, marchio fondato nel 2012 dalle sorelle gemelle nigeriane Sylvia Enekwe e Olivia Okoji, per cui “fare moda significa principalmente trasmettere la propria individualità alle persone che ti circondano”, quindi gli abiti diventano un po’ come delle storie che raccontano di te e del tuo mondo più di tante parole. Il duo creativo prende molta ispirazione dal proprio background famigliare, mamma designer che guardavano lavorare fin da bambine, papà scrittore e poeta la cui opera rivive attraverso le loro creazioni. E certo poi protagonista indiscussa è l’Africa tra tradizione e cosmopolitismo, con l’arte della narrazione che è parte integrante della cultura locale e che diventa appunto materiale per le collezioni. Anche la t-shirt di Gozel Green segue questo filo narrativo, con lo slogan ‘WE LIVE ON EARTH as much as we LIVE IN OUR CLOTHES’ stampato a contrasto sul cotone organico grigio, che è un micro-racconto sul rispetto verso il Pianeta.


Gozel Green t-shirt – courtesy of Gozel Green


Anche per Romina Cardillo di Nous Etudions la moda è un potente mezzo comunicativo; la designer argentina, anima del brand che ha fondato nel 2012 insieme al compagno, regista e fotografo, riempie di connotati decisi e anticonformisti le proprie creazioni che sono eco-friendly e cruelty-free perché il rispetto per l’ambiente e gli animali viene prima di tutto. Tagli puliti e minimali, decostruzioni ma anche dettagli inattesi e a contrasto come volumi e ruche esagerati sono il codice stilistico del marchio, insieme al gusto per il sartoriale che dà ai capi un tocco a-gender. La t-shirt rosa di Nous Etudions è asimmetrica, realizzata in cotone PIMA e reca la scritta fronte/retro ricamata a mano ‘Nous Aimons’-‘Jusqu’à la Lune’, mentre l’inchiostro utilizzato per l’etichetta è biodegradabile.

Nous Etudions t-shirt – courtesy of Nous Etudions


Ultimo marchio, ultima t-shirt, quella di Unravelau, marchio giovane (ha solo un anno di vita) dell’altrettanto giovane designer olandese Laura Meijering che ha però già le idee chiare sul tipo di prodotto che vuole offrire al pubblico ovvero alta qualità unita al più basso impatto ambientale possibile. È così che Laura utilizza solo materiali organici e riciclati come il denim, quello di tanti cittadini olandesi che hanno donato i propri jeans usati andati a comporre la nuova collezione di Unravelau. E anche la t-shirt realizzata dal marchio è in denim 100% riciclato e si chiama ‘The Instagram Tee’ perché invita a sensibilizzare più sulla sostenibilità che sul lusso a partire proprio dai social network. Ogni pezzo è unico, con orlo al vivo, cuciture di colore arancione e lo slogan “#REUSE. Post More Sustainable News’.

Unravelau t-shirt – courtesy of Unravealu


Come dicevo nello scorso post, le t-shirt sono acquistabili su Yooxygen, la sezione fashion sostenibile di Yoox e dal prossimo settembre saranno disponibili anche le intere collezioni dei designer sopra citati.

Etichetta da una delle t-shirt di The Next Green Talents

Son tutte eco e belle le t-shirt di ‘The Next Green Talents’ (parte 1)

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Aria di primavera, anzi, d’estate, stando alle temperature dei giorni scorsi (perché oggi piove accidenti!), quindi voglia incontenibile di abiti leggeri, sandali e soprattutto di t-shirt! In giro se ne trovano davvero di ogni tipo e per tutti i gusti ma oggi voglio parlare di t-shirt davvero speciali perché sono state realizzate da ‘The Green Next Talents’ ovvero i futuri talenti green usciti dalla versione improntata alla sostenibilità di ‘The Next Talents’, il progetto di scouting ideato da Vogue Italia e Federico Marchetti di Yoox nel 2011.

La prima edizione green è andata in scena a febbraio scorso; tramite un’accurata selezione sono stati scelti sette designer sostenibili provenienti da tutto il mondo, che hanno creato una eco-T-shirt esclusiva con messaggi ad hoc sulla presa di responsabilità del consumatore nei confronti dell’ambiente e delle scelte d’acquisto. Oggi ne presenterò quattro con le relative magliette (parte 1) e nel prossimo post gli altri tre.


‘The Next Green Talents’ – courtesy of yoox.com


ByBrown è il marchio olandese della britannica Melanie Brown, pioniera della produzione di filati e tessuti riciclati, 20 anni di esperienza nel fashion e diversi premi tra cui quello agli International A’ Design Awards nel 2015 per il suo ‘raindress’, l’abito-impermeabile concepito per le cicliste urbane che, come la stilista stessa, si muovono quotidianamente in bicicletta per le strade di Amsterdam. Ove possibile, il marchio incorpora nelle collezioni pratiche sostenibili che riguardano sia i materiali che i processi di progettazione e produzione, per esempio è in prima linea nell’utilizzo di materiali innovativi ottenuti da fondi di caffè riciclati, poliestere riciclato e batteri del latte, perché il futuro, per ByBrown, è nel riciclaggio e nel minor uso possibile di materie vergini. La t-shirt realizzata da Melanie Brown ha un appeal urbano-sportivo, è ispirata alla pioggia, come è evidente dalla scritta ‘Respect Beyond Rain’ stampata a mano in collaborazione con l’artista e fotografo Marnix Postma e prodotta mediante il riciclo di materiali di scarto, tra cui la fibra proteica del latte.


ByBrown t-shirt – courtesy of ByBrown


Chain è il brand emergente dell’argentina Lucia Chain che crea le proprie collezioni nel suo piccolo studio di Buenos Aires, lavorando a mano con materiali organici e ‘upcycled’ tinti con rifiuti vegetali. La filosofia del marchio, oltre alla sostenibilità che è certamente l’aspetto principale, quindi zero produzione di scarti, handmade e upcycling, è a-gender, quindi capi adatti senza distinzione a uomo e donna, come la t-shirt in 100% cotone organico prodotta per ‘The Next Green Talents’, cucita a mano, con la scritta ‘Work Together for a Better Place’ e colorata mediante l’utilizzo di rifiuti di derivazione organica.

 

No gender è anche lo stile di Older Brother, marchio made in Usa fondato da Bobby Bonaparte e Max Kingery, seguaci del movimento slow food. Per loro gli abiti devono essere creati in armonia con la natura, perciò utilizzano tinture naturali prive di metalli pesanti, sali e tossine e tessuti eco-consapevoli che spaziano dai piccoli prodotti organici ai materiali sintetici vegetali rinnovabili. Il cotone, ad esempio, è di derivazione 100% biologica e proviene dal programma agricolo del ‘Sustainable Cotton Project’ che riunisce una comunità di agricoltori che coltivano cotone nelle contee californiane di Fresno, Madera e Merced tramite pratiche biologiche, che proteggono la terra, l’aria e le risorse idriche della regione. La t-shirt di Older Brother è basica, tinta a mano in un bagno naturale di colore blu e presenta la scritta ‘Nearly Edible’.


Older Brother t-shirt – courtesy of Older Brother


La prima parte di presentazione delle eco-t-shirt si conclude con Tiziano Guardini, l’italiano vincitore della prima edizione dei Green Carpet Awards, tenutasi nel settembre 2017. Da sempre attento alla tematica del recupero, Guardini definisce l’eco-sostenibilità come “la capacità di percepire la sacralità della vita“, infatti lavora spesso con materiali vegetali con cui costruisce capi couture, come la giacca ‘aghi di pino’ con cui nel 2012 partecipa a ‘Limited/Unlimited’, progetto interno ad Altaroma. Nell’ultima edizione della Milano Fashion Week Guardini ha presentato una collezione di 50 capi tra cui pellicce di jeans con telatura in eco-organza, mentre la t-shirt presentata per ‘The Next Green Talents’ è metà cotone riciclato e metà poliestere, sempre riciclato ed è decorata dalla scritta ‘Earth Needs Heart’.


Tiziano Guardini t-shirt – courtesy EMDL PR&COMMUNICATION

Nell’attesa di presentarvi le altre tre magliette, vi ricordo che sono in edizione limitata e si possono acquistare su Yoox, nella sezione Yooxygen dedicata alla moda sostenibile. Io la mia l’ho già acquistata ma non vi dico quale, per par condicio😉

‘Loved Clothes Last’: la fanzine #2 di Fashion Revolution è come una storia d’amore

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'Clothes worth wearing are worth repairing' - courtesy of fashionrevolution.org

Finalmente ho ricevuto anche il secondo numero, intendo la Fanzine #2 di Fashion Revolution! Era in pre-ordine e l’attendevo con impazienza ma l’attesa è stata ripagata da 122 pagine, sempre su carta riciclata, che propongono in modo creativo con illustrazioni, foto originali, poesie e tanto altro, possibilità e idee per prolungare la vita dei nostri abiti. ‘Loved Clothes Last’ è infatti il titolo della rivista e suona davvero come una dichiarazione d’amore verso quei vestiti che durano una vita perché di ottimi materiale e finiture o perché li abbiamo riparati un sacco di volte o perché li abbiamo trasformati in qualcosa d’altro, ancora più unico e prezioso. Perché i modi per non sprecare, per non buttare sono infiniti e a volte hanno a che fare soltanto con piccoli accorgimenti, come ricucire un bottone staccato o rispettare il tipo di lavaggio, quindi saper leggere correttamente le etichette.


Copertina della Fanzine #2 di Fashion Revolution – courtesy of fashionrevolution.org


Dopo una prefazione di Orsola de Castro, co-fondatrice di Fashion Revolution, che termina con un’intelligente citazione di Joan Crawford che dice: “Cura i tuoi abiti, come i buoni amici che sono”, seguono una serie di articoli che trattano il tema dello spreco, del riciclo e del consumo da diversi punti di vista, come quello storico di Jake Hall, che parla della mitica figura del “rag-and-bone man” (letteralmente l’uomo straccio e ossa) che, nell’800, girava le strade delle città europee raccogliendo appunto ‘rifiuti tessili’ in un sacco sulle spalle. Importante poi, sempre nell’800, la figura dello scozzese Benjamin Law che ottiene un tessuto ‘rigenerato’ ibrido unendo lana e stracci. Non mancano poi esempi di come, in diverse culture, si cerchino di ridurre gli sprechi tessili creando abiti ex-novo che diventano simboli della cultura stessa come il kimono, realizzato tramite il riassemblaggio di pezzi di tessuto ricuciti a mano.

Christina Dean, fondatrice di Redress, ONG ambientale che lavora per ridurre gli sprechi nell’industria della moda, racconta invece di cosa accade ai vestiti invenduti: finiscono super-scontati negli outlet ma, certo, anche il super-sconto non è garanzia di vendita ooppure vengono venduti con etichetta staccata (beh, basta andare anche al mercato locale per trovare intere bancarelle che vendono abiti nuovi, magari cartellinati ma senza l’etichetta!) e finiscono magari in altri continenti come l’Australia o, ancora, vengono donati ad associazioni come la nostra Caritas. E poi c’è l’alternativa meno piacevole da ammettere per i brand ovvero la distruzione tramite inceneritore.

C’è poi una bella poesia di Hollie McNish riprodotta su un fotogramma tratto dal cortometraggio ‘Loved Clothes Last’ prodotto da Fashion Revolution, l’immagine parla da sola ed è anche molto inquietante:


Dal film ‘Loved Clothes Last’ + poesia di Hollie McNish – courtesy of fashionrevolution.org


Ci sono le tecniche per rivedere il proprio guardaroba e i consigli per evitare di comprare nuovi vestiti, per esempio ricorrendo al vintage o all’usato o allo scambio con gli amici o ancora al noleggio.
Tutorial per riattaccare un bottone di Zoe Robinson e Nina Chakrabarti – courtesy of fashionrevolution.org

E sembra un vero e proprio manuale d’istruzioni d’uso quando t’imbatti nei consigli per smacchiare i tessuti o per capire se un capo è ben rifinito o per decifrare l’etichetta del lavaggio (cosa che anch’io, ancora adesso, fatico a fare, lo ammetto!) o per riattaccare quel famoso bottone di cui parlavo sopra.

Sass Brown consiglia poi sette brand da tenere d’occhio per il loro impegno nel riuso di materiali recuperati tra i più diversi: dalle reti da pesca del marchio spagnolo Ecoalf agli airbag del sud-coreano Recode ai materiali da imballaggio dell’inglese Bethany Williams, pare una gara a chi ha più fantasia e va bene così, anzi, così dovrebbe essere!

Ma la mia parte preferita è quella dedicata alla ‘Clothing Love Story’, cioè l’amore infinito per un capo che non abbiamo mai lasciato e mai lasceremmo; Anissa parla della sua t-shirt dicendo “la prima volta che ti ho visto ti ho voluto … non so da dove vieni ma so dove stai andando: con me il più a lungo possibile“, Scarlett dice delle sue infradito che ha dall’età di 6 anni “vorrei che i miei piedi fossero ancora dello stesso numero poter ‘ciabattare’ ancora in giro con voi“. Meraviglioso, vero? E voi ce l’avete una love story con un abito? Perché non me la raccontate?


‘What’s your clothing loves tory?’ – courtesy of fashionrevolution.org


Della fanzine ‘Loved Clothes Last’ non vi rivelo altro. Merita scoprirla sfogliandola.

‘The True Cost’, il vero costo della fast fashion

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Shima Akhter, operaia tessile, con la figlia Nadia - courtesy of The True Cost movie

“Questo film parla di vestiti. Dei vestiti che indossiamo, delle persone che li realizzano e dell’impatto sul nostro pianeta. E’ una storia di avidità e paura, potere e povertà. E’ complessa perché coinvolge tutto il mondo ma è anche semplice, mostra semplicemente quanto siamo legati a tante mani e a tanti cuori dietro ai nostri vestiti”. Si apre con queste parole ‘The True Cost’, il documentario di Andrew Morgan che indaga e mostra il costo reale dei tanti capi di abbigliamento che stanno appesi nel nostro guardaroba e delle tante scarpe che collezioniamo nelle nostre scarpiere e che spesso e volentieri accumuliamo fino alla nausea senza una vera utilità, visto che poi finiamo per mettere sempre le stesse cose, quelle con cui ci sentiamo meglio.

‘The True Cost’ locandina – courtesy of truecostmovie.com

‘The True Cost’ è uscito nel 2015 ma mi sembra una buona idea ritirarlo fuori e riparlarne, non solo perché è una pellicola quanto mai attuale ma anche e soprattutto perché in questa settimana della Fashion Revolution ricorre il quinto anniversario della tragedia di Rana Plaza e il documentario è un chiaro atto di accusa contro le cause che si nascondono dietro a quel crollo in cui morirono 1138 persone, tutti operai tessili sfruttati dall’industria della moda occidentale, in particolare della cosiddetta ‘fast fashion’.

Guardare ‘The True Cost’ è un bel pugno nello stomaco perché ci sbatte in faccia la nostra avidità di consumatori compulsivi e continuamente insoddisfatti, il nostro far parte di una società basata sul profitto e sull’”interesse aziendale”, la nostra incontrollabile sete di possesso di beni materiali a poco prezzo, che acquistiamo solo perché rappresentano un ottimo affare, per il basso costo. E non pensiamo invece che quel costo, il vero costo di quell’abito o di quel paio di jeans o di quelle decolleté è pari al sudore, alla fatica e al sangue di un essere umano come noi nato però dalla parte ‘sbagliata’ del globo, quella più povera ed emarginata. Come il Bangladesh, dove appunto è avvenuta la tragedia di Rana Plaza e dove Andrew Morgan segue e intervista Shima Akhter, operaia tessile di 23 anni costretta a lasciare la propria bambina ai genitori presso il villaggio natio dove torna una/due volte l’anno. Shima lavora a Dhaka, si commuove teneramente quando parla della figlia ma piange di rabbia e di dolore quando ricorda la strage di Rana Plaza e dice “non voglio che qualcuno indossi qualcosa che è stato prodotto con il nostro sangue”.


Shima Akhter – courtesy of The True Cost movie

Il Bangladesh è il secondo esportatore più grande di abbigliamento dopo la Cina ed è scelto dalle grandi catene occidentali perché la produzione ha un costo praticamente nullo, i sindacati hanno un potere limitato, ostacolati come sono dal governo locale che ha il proprio tornaconto nello sfruttamento della manodopera. E così gli operai o meglio le operaie, perché l’85% sono donne e spesso purtroppo anche bambini, sono costrette a subire cucendo in silenzio, magari con il figlio neonato o poco più che dorme su un telo per terra accanto a loro perché non sanno dove lasciarlo.


Un’operaia tessile con il proprio bambino steso a terra – courtesy of The True Cost movie

Le proteste sono sedate con la violenza e anche con il sangue come racconta Shima, a capo di un sindacato tramite cui ha presentato alcune richieste ai manager della fabbrica; la risposta sono state botte violente con sedie, bastoni, bilance, forbici, calci e pugni all’addome, teste sbattute contro il muro. O come è successo a Phnom Penh, in Cambogia, nel 2014, quando la polizia ha soffocato nel sangue gli scioperi degli operai tessili che chiedevano un aumento del salario che era di 80$ al mese. Anche lì, quattro morti e numerosi feriti.

Un contadino utilizza fertilizzante sul raccolto – courtesy of The True Cost movie

Ma il documentario di Andrew Morgan tocca anche la questione altrettanto spinosa dell’agricoltura intensiva, della “terra trattata come una fabbrica”, di come il settore agricolo, per stare al passo con l’industria della ‘fast fashion’ che va sempre più veloce con ben 52 stagioni all’anno invece delle classiche due, riprogetti l’intero ciclo di produzione, come capita ad esempio con la pianta del cotone. Nel Punjab, considerato il ‘granaio dell’India’, gli agricoltori si indebitano per comprare le sementi e poi i pesticidi che tengano lontano i parassiti: “la tragedia delle sostanze chimiche, che siano fertilizzanti o pesticidi – dice l’ambientalista Vandana Shiva – è che sono ciò che è stato definito come narcotico ecologico ovvero che più li usi più hai bisogno di usarli. Per un po’ il raccolto aumenta e poi inizia a diminuire perché hai contaminato il suolo”. E alla fine il contadino, indebitato fino al collo, perderà la propria terra e si toglierà la vita bevendo quello stesso pesticida che ha ucciso il suo raccolto. Negli ultimi 16 anni sono stati registrati più di 250.000 suicidi di contadini in India, la maggiore ondata di suicidi registrata nella storia. Per non parlare degli effetti di queste sostanze chimiche sulla salute; studi approfonditi hanno dimostrato l’aumento di difetti congeniti, di tumori e malattie mentali nella regione.

Inquinamento da conceria – courtesy of The True Cost movie

A Kanpur ci sono invece le fabbriche che lavorano il cuoio, responsabili dell’inquinamento del Gange, il fiume sacro; ogni giorno più di 50 milioni di litri di acque reflue tossiche defluiscono dalle concerie locali, sostanze chimiche pesanti come il cromo 6 finiscono persino nell’acqua potabile. L’ambiente locale è contaminato, il suolo è contaminato.

Pugni nello stomaco, l’avevo detto. Ma il documentario dà anche una speranza, rappresentata da quelle persone che credono nella possibilità del cambiamento e in un approccio gentile e sostenibile, come Safia Minney, fondatrice del marchio fair trade People Tree. Premiata come Outstanding Social Entrepreneur dal World Economic Forum, Safia si dice sicura di un cambiamento profondo che toccherà i prossimi dieci anni e che il commercio equo è la risposta per correggere l’ingiustizia sociale. Intanto continua ad occuparsi del suo marchio etico che, collezione dopo collezione, dà occupazione e opportunità alle comunità e alle persone più emarginate, dal Nepal al Perù, dall’India al Bangladesh, coinvolgendole in ogni singolo passaggio della filiera produttiva di un capo. Anche LaRhea Pepper, produttrice texana di cotone, si dice fermamente convinta che le cose debbano e possano cambiare; dopo la morte del marito avvenuta a soli 50 anni per un tumore al cervello provocato dall’uso delle sostanze chimiche nell’agricoltura, LaRhea ha deciso che cambiare tipo di coltivazione era fondamentale, fondamentale nei confronti del pianeta in cui viviamo e dei nostri figli. E da allora si è convertita al cotone biologico.

Quanto mai attuale, ‘The True Cost’ invita davvero a una riflessione profonda sul nostro stile di vita, sui nostri desideri più inconsci e sui motivi per cui tutti noi, in fondo, cerchiamo la felicità nel consumo delle cose.

Consiglio la visione a chi non avesse ancora avuto modo. Qui sotto il trailer:

C&A, il cuore della grande distribuzione

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C&A logo

A chi è andato in Germania, Austria o nei Paesi Bassi, sarà forse capitato di entrare o almeno di imbattersi, nelle vie centrali dello shopping delle grandi città, nella catena di abbigliamento olandese C&A, da Clemens e August Brenninkmeijer, i due fratelli che la fondarono nel lontano 1841. Io l’ho conosciuta a Vienna e fino a qualche tempo fa l’ho sempre considerata, né più né meno, come altre catene della grande distribuzione che si trovano in quantità, soprattutto nei Paesi nordeuropei, offerta vasta e variegata e piani su piani di scale mobili, dove alla fine non sai più cosa cerchi realmente, magari ti ci perdi e ne esci esausta.

C&A Mannheim – courtesy of 4028mdk09


Invece C&A mi ha riservato delle sorprese positive fatte facendo ricerche per il blog, soprattutto per articoli che riguardavano concorsi e premi per il design e le innovazioni sostenibili o per la stessa Fashion Revolution di cui, a breve, si festeggia la settimana.

Innanzitutto essere sul mercato da più di 170 anni non è male, nella storia del brand leggo che i legami con l’industria tessile risalgono almeno al XVII secolo, quindi non solo radici antiche ma anche un aspetto pionieristico che per un’attività commerciale significa esperienza e capacità di affrontare cambiamenti epocali come sono stati quelli che hanno caratterizzato questi ultimi due secoli. Ma ciò che più importa è che il concetto di sostenibilità è parte integrante della visione di C&A, concetto che viene portato avanti dalla C&A Foundation, fondata nel 2011 dopo l’Instituto C&A nel 1991 in Brasile e la Fundación C&A Mexico nel 1999. La fondazione opera a stretto contatto con l’azienda su più fronti che vanno dall’utilizzo di materiali e processi più sostenibili rispetto alle tecniche di produzione convenzionali al sostegno a start-up innovative, come Fashion for Good, dalla tutela dei lavoratori a quella degli animali (angora e pelliccia bandite già da anni) al supporto al lavoro femminile con campagne ad hoc come ‘Inspiring Women’, che riconosce alle donne di essere la forza che guida l’industria dell’abbigliamento e il brand stesso: l’80% delle dipendenti di C&A sono infatti donne, come anche quelle che lavorano nella catena di approvvigionamento.

C&A organic cotton t-shirts courtesy of C&A

In cima alla lista dei materiali sostenibili più utilizzati da C&A c’è il cotone organico; l’anno scorso Textile Exchange, una delle più importanti organizzazioni non-profit che promuovono a livello internazionale lo sviluppo responsabile e sostenibile nel settore tessile, ha nominato per la quinta volta C&A il più grande compratore mondiale di cotone organico certificato e oggi oltre il 70% del cotone che l’azienda utilizza è certificato come cotone organico o coltivato come Better Cotton. Aderendo a ‘The Transparency Pledge‘, il documento che garantisce la totale trasparenza dell’intera filiera produttiva della merce, C&A ha pubblicato la lista dei propri fornitori mondiali di primo e secondo livello, promuovendo, insieme alla cultura della trasparenza, anche i valori di integrità e responsabilità nei confronti dei lavoratori e dei consumatori.

Con la collezione #Wearthechange, lanciata nel febbraio scorso, C&A offre capi più sostenibili come le t-shirt Cradle to Cradle Certified™ di livello Gold realizzate al 100% in cotone bio e prodotte con energie rinnovabili, i jeans fatti con cotone riciclato e le giacche di poliestere anch’esso riciclato.

#Wearthechange C&A courtesy of C&A


La C&A Foundation lavora poi regolarmente con associazioni come Human Rights Watch e altre organizzazioni internazionali di diritti dei lavoratori per eliminare le cattive prassi come i carichi eccessivi di lavoro, il subappalto non dichiarato e le restrizioni alla libertà di associazione.

Inoltre la fondazione spicca anche tra i sostenitori della Fashion Revolution, anche se il movimento stesso tiene a precisare che il fatto che la C&A Foundation sia uno dei loro ‘sponsor’ ufficiali, il marchio omonimo non gode ovviamente di favoritismi ma si tratta di due ‘entità ben distinte. Ci mancherebbe, altrimenti che rivoluzione sarebbe?!

Mani, anima e natura, le tre facce di aniMANIli

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capsule collection

Questo blog è nato per parlare di moda sostenibile nei suoi aspetti più vari ma non nascondo che una delle cose che preferisco è scoprire e poi scrivere di nuovi marchi o di marchi che operano da un po’ nel settore senza però trovare o avere l’opportunità di farsi conoscere a un pubblico più ampio. Mi riferisco soprattutto ai marchi auto-prodotti, piccole realtà dietro cui si nascondono stiliste che sono anche artigiane, perché producono a mano in edizione limitata.
Come Carlotta Fiorini, designer bolognese che nel 2012 ha creato aniMANIli, brand di abbigliamento e accessori che nel nome contiene già le passioni e le componenti della sua vita privata e professionale: gli animali, verso cui prova da sempre una profonda empatia (e come darle torto), l’anima, la loro e la propria, quella che mette anche nelle sue creazioni e, naturalmente, le mani, preziosi strumenti di lavoro.

aniMANIli logo – courtesy of Carlotta Fiorini


Stilista di formazione, con specializzazione nella calzatura ma con una mamma sarta che le fornisce un imprinting già nell’infanzia, Carlotta approda al suo brand dopo alcuni anni trascorsi a progettare scarpe femminili per aziende come Casadei, Diego Dolcini e Gucci e non prima di aver provato, “con infinite difficoltà e forse prematuramente”, come lei stessa ammette, a creare e commercializzare una propria linea di calzature vegane.

aniMANIli capsule collection

Mamma sarta, esperienza nella progettazione stilistica e capacità sartoriali, dunque perché scarpe e non, invece, una linea d’abbigliamento? Detto fatto Carlotta fonda aniMANIli con l’artista Serena Balbo, con cui collabora fruttuosamente per qualche anno, dopodiché Serena prosegue il proprio percorso artistico e Carlotta va avanti con la creazione delle collezioni che nel tempo mantengono invariate determinate caratteristiche come la ricerca stilistica, la realizzazione sartoriale, i dettagli e l’eccellenza delle materie prime ma soprattutto la convinzione che la moda possa e debba assumersi l’impegno di essere anche etica. Quindi, oltre alla totale esclusione di materiali di origine animale, legata anche alla sua ‘fede’ animalista ed ecologista, la designer privilegia tessuti organici a basso impatto ambientale, microfibre innovative e materiali di recupero di pregio che vengono da fine serie e campionari.

aniMANIli capsule collection


L’utilizzo di tessuti ‘recuperati’ permette così di offrire pezzi di alta qualità senza raggiungere costi proibitivi; il fatto a mano, il prodotto artigianale fa già levitare inevitabilmente il prezzo legato alla manodopera e il pubblico spesso non comprende che un capo realizzato completamente a mano ha il proprio costo. È un argomento delicato e di cui forse si parla poco, intendo quello dei costi e di come sia ancora difficile far comprendere alle persone il valore aggiunto che ha un capo artigianale, soprattutto quando è auto-prodotto. Il discorso l’ho affrontato recentemente con altri designer alla fiera ‘Fa’ la cosa giusta!‘, loro stessi mi hanno fatto notare quanto sia ancora arduo trasmettere questo tipo di messaggio al consumatore che vuole il ‘made in Italy’ e materiali di qualità e plaude alla sostenibilità ma poi si lamenta dei costi.
aniMANIli capsule collection – Differenti Fiori

L’amore di Carlotta per la natura, anzi Natura, come lei stessa giustamente la definisce, in tutte le sue forme, prende vita nelle collezioni di aniMANIli, la Natura che è fonte infinita di ispirazione, di emozione, così piena, così ricca, così varia. ‘Differenti Fiori’ è l’ultima capsule collection che parla di romanticismo e rigore, ossimoro stilistico che si traduce in capi che associano delicati motivi floreali dipinti a mano a costruzioni geometriche caratterizzate da pieghe e plissé. E così ecco che la leggerezza di un petalo duetta con la simmetria di una foglia, l’eterea trasparenza di una piuma contrasta con la geometria di un plissé, il tutto su materiali naturali che vanno dal cotone alla viscosa, dal bambù ai filati bio. Protagonista assoluta la Natura, “fine a cui rendere omaggio”.

 

 

Un telaio contro la ‘ndrangheta. L’alta moda etica di Cangiari

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Cangiari - loom Photo by Federica Parisi

È un nome che sa di storia, quella calabra, e di saggezza, quella delle calabresi. Si chiama Cangiari, che in dialetto significa cambiare, è il primo brand di fascia alta nel panorama italiano della moda etica e racchiude in una sola parola una montagna di significati che hanno tutti a che fare con la sostenibilità.

Cangiari – telai a mano

Un marchio sulla cui asta sventola la bandiera del coraggio e del cambiamento che si fa anche guardando indietro, tornando alle origini. Il futuro si costruisce dal passato, è questa l’idea di sostenibilità alla base del brand, nato all’interno di una comunità di persone e imprese sociali che offre lavoro a persone svantaggiate operando in opposizione alla ‘ndrangheta e che ha un nome biblico ‘Goel’, che vuol dire riscatto. Una comunità che ha compiuto quindici anni, diventando un gruppo cooperativo e che propone un modello di etica ‘efficace’, mettendo al centro della propria impresa la persona e l’ambiente, tramite l’uso esclusivo di filati e colorazioni biologiche. Dal recupero di una tradizione antica si è data nuova vita ai piccoli laboratori artigiani della filiera creativa e produttiva di Cangiari, tutta radicata nei paesi calabri della punta dello stivale.

Cangiari – tessitrice

Ripartire da ciò che si ha ovvero dalle ‘majestre’, le tessitrici, che conoscevano a memoria le composizioni, come spartiti musicali, dei 1800 fili del telaio e che per ricordarsele ci facevano canzoni, le stesse composizioni che oggi le donne del circuito hanno deciso di imparare a loro volta a memoria per trasformarle in creazioni di alta classe.

Una moda etica dunque che vuole riprendersi il territorio, troppo ricco di bellezza per essere lasciato nelle mani della malavita. Ma anche una moda esclusiva. Le creazioni sono infatti altamente personalizzabili proprio perché realizzate a mano dalle tessitrici calabresi, giovani donne che si sono rimesse in gioco portando una ventata di freschezza in un’arte antica come quella del telaio, radicata nella Locride dai tempi dei bizantini. Influenza chiaramente riconoscibile, insieme a quella greca, nei disegni che Cangiari propone stagione dopo stagione, nelle diverse declinazioni di tessuto progettato per vestire la donna e la casa con ‘Abitare Cangiari’.

Dettaglio ‘Abitare Cangiari’

La nuova capsule della primavera estate disegnata dalla fashion designer Denise Bonapace propone eleganti capi leggeri e versatili che giocano con i dettagli di tessuto progettati per essere personalizzati da chi li indossa. Un pregiato tocco di originalità.

Impalpabili poi gli abiti de ‘La Sposa Etica Cangiari’, esposti anche alla mostra evento ‘Le Stanze della Moda Sostenibile’ organizzata dalla Fondazione Michelangelo Pistoletto, che se osservati da vicino svelano la preziosità dei tessuti realizzati a telaio e dei raffinati ricami fatti col chiacchierino, altro strumento antico che rievoca le nenie del passato, che quasi si riescono a sentire sfiorando con le dita le rifiniture.

Pezzi unici che, secondo i creatori, sarebbe un peccato mostrare solo il giorno del matrimonio. Ed ecco allora la provocazione del vestito da sposa che diventa abito da sera. Un altro modo per perseguire l’obiettivo della sostenibilità, con un gesto che è quasi un sacrilegio, ma che nell’ottica della moda etica assume un po’ i tratti della rivoluzione.
Sempre però con uno sguardo alle radici. Senza le quali non c’è futuro.

Novella Di Paolo

Chic sostenibile: lo stile vegan italiano di NOAH

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NOAH Italian Vegan Shoes Mia Razza - courtesy of www.noah-shop.com

Alla qualità made in Italy non si rinuncia. In fatto di moda e artigianato il belpaese non lo batte nessuno. Ovunque si metta il naso, un profumo d’Italia lo si sente sempre. Una fragranza piacevole persino quando parliamo di scarpe, quelle del marchio NOAH, calzature vegan con passaporto tedesco ma di madrelingua italiana.


NOAH Italian Vegan Shoes Marica e Marco – courtesy of www.noah-shop.com


Un piccolo esercito di mocassini, stivaletti, ballerine, sneaker che si possono chiamare per nome, proprio come in una classe scolastica: Lorena, Stella, Agatha, Rebecca, Alessandro, Leonardo, Diego. Un modo per dare quasi una personalità alle calzature, quello scelto dai titolari dell’azienda che, invece, i loro nomi non ci tengono a farli. “Per noi – ci dicono dall’ufficio stampa – non è importante avere un designer, quanto raggiungere l’obiettivo di creare prodotti di qualità che offrano un’alternativa senza crudeltà, nel rispetto degli animali, oltre che delle persone che li producono e che li indossano, e anche dell’ambiente“.
Un traguardo che il marchio, nato in Germania nel 2009 con la volontà di unire la sapienza e lo stile italiani al rispetto per l’ambiente, cerca di perseguire su più livelli. Materie prime, qualità e condizioni di lavoro.
NOAH Italian Vegan Shoes Gloria
courtesy of www.noah-shop.com

Le calzature NOAH sono tutte prodotte con materiali 100% vegani. Micro-nappa e micro-suede derivati dalla tessitura di fibre di poliestere, per la tomaia; sughero, caucciù e materiali riciclati per le suole. Nel processo di lavorazione inoltre l’uso di colle è estremamente limitato e dove possibile sostituito con cuciture sapientemente realizzate da piccole aziende italiane selezionate. Il vero punto di forza del brand: gli artigiani.

NOAH Italian Vegan Shoes
courtesy of www.noah-shop.com

Per noi lo stile italiano è il migliore, precisano dalla Germania, per questo i nostri prodotti sono realizzati interamente in Italia. Dal materiale alle finiture“. Inoltre in Italia le condizioni di lavoro rispettano le normative nazionali ed europee, un punto su cui NOAH batte molto, perché la sua filosofia di sostenibilità passa prima dal rispetto per le persone, che successivamente si traduce in quello per l’ambiente e per gli animali, la cui tutela rappresenta il terzo grande capitolo della strategia aziendale, volta a dimostrare che un’alternativa innovativa alla tradizionale scarpa in pelle è possibile. A dirlo sono le numerose certificazioni (Peta, Vegan Society, Cruelty Free) e i premi rastrellati dal team nel corso degli anni, uno fra tutti il Vegan Fashion Award 2014 assegnato da Peta Deutschland a Dora lo stivaletto come migliore scarpa da donna.

NOAH Italian Vegan Shoes Eleonora
courtesy of www.noah-shop.com

La conquista sta inoltre, secondo i responsabili, nell’aver finalmente spezzato l’equazione: vegano uguale cibo. In altre parole smettere di mangiare carne non basta a cambiare il corso dell’industria mondiale o meglio non è l’unico strumento. La produzione di carne infatti va a braccetto con quella della pelle. Trovare dunque soluzioni alternative anche nell’ambito della moda accelererebbe il processo, perché sostituire la pelle con prodotti vegani significherebbe ad esempio più cereali a disposizione degli uomini invece che del bestiame, oltre che preservazione della biodiversità e di conseguenza contrasto ai cambiamenti climatici. Insomma, è una catena di buone azioni che portano altrettanto buoni risultati.

L’ultima sfida di NOAH, o forse la prima, è quella puramente fashion: realizzare tutto ciò con stile e eleganza. Quelli italiani ovviamente, per lasciare sì un’impronta sul pianeta, ma tutta ecologica.

Novella Di Paolo

Anekdot: l’intimo è questione di aneddoti

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Anekdot Looking for Nothing - Photo: Colette Pomerleau - courtesy of anekdotboutique.com

Anekdot è un marchio di intimo e swimwear sostenibile che ho scoperto su Instagram; la prima cosa che mi ha colpito, insieme ovviamente ai capi stessi, sono state le immagini: letti sfatti, vecchi muri stonacati, finestre luminose, piante vive e fiori secchi, l’acqua, il mare, la natura selvaggia. E poi modelle in pose naturali, che si stirano, che fanno yoga, che camminano sulla spiaggia, che si affacciano da una finestra, raramente guardano l’obiettivo e se lo fanno ridono o sorridono quasi sempre, distese, rilassate, a proprio agio con l’ambiente come fosse casa propria. Per di più non è male nemmeno quell’aura di soffuso erotismo che certe immagini emanano.


Anekdot Winter Garden collection – Photo: Livia Faden – courtesy of anekdotboutique.com


Anekdot, ho pensato, è un marchio felice e allora ne voglio sapere di più. Scopro quindi che c’è dal 2015, che è ideato e prodotto a Berlino da Sofie Andersson, designer svedese, educata in Italia (come tiene a precisare nella sua bio e a noi fa piacere) poi formatasi a Londra da pionieri del fashion sostenibile come Christopher Raeburn e From Somewhere (quest’ultimo è il brand fondato da Orsola de Castro, una delle ideatrici del movimento Fashion Revolution) da cui ha appreso le tecniche dell’upcycling, filosofia che è alla base delle creazioni di Anekdot.

Ma cos’è di preciso l’upcycling? Ne ho accennato diverse volte parlando delle varie tecniche legate alla moda sostenibile ma una vera e propria definizione non credo di averla mai data; in realtà io stessa ho fatto spesso confusione tra ‘recycling’ e ‘upcycling’, cioè tra ‘riciclo’ e ‘riuso creativo’ (ma il termine inglese rende meglio!) ma la differenza sostanziale è che nel primo caso si riutilizzano scarti che vengono sottoposti ad una trasformazione o ad un processo per cui il risultato finale è quasi sempre di qualità minore rispetto all’originale, senza contare che il dispendio energetico per la trasformazione è spesso enorme. Nel caso dell’upcycling, invece, i vecchi prodotti vengono lavorati ottenendo un valore maggiore di quello iniziale; energia spesa, nulla o quasi e massima prevenzione della produzione di scarti!

Anekdot – courtesy of anekdotboutique.com

Ho aperto questa parentesi perché possa essere chiara la tecnica che Sofie applica all’intimo e ai costumi da bagno che realizza; lei stessa precisa, con una certa ironia, che ‘upcycling’ non significa indossare l’intimo degli altri, ci mancherebbe, ma recuperare qualcosa, in questo caso rimanenze tessili da fabbriche, mercati, altri brand, per trasformarlo in qualcos’altro di maggiore valore e bellezza. Che siano avanzi, scarti, fine pezza, stock, pezzi vintage, il team di artigiani di Anekdot li lavora a mano ricavandone pezzi unici che, proprio per le ragioni di cui sopra, sono anche limitati perché difficilmente riproducibili.

Anekdot – courtesy of anekdotboutique.com

Interessante in questo senso la filosofia che è alla base di Anekdot ovvero ideare e lavorare su ciò che si ha disposizione; ciò che potrebbe essere visto come un limite è invece una sfida per guardare avanti, un lavoro di fantasia, uno stimolo creativo paradossalmente illimitato. Si sviluppano così storie intorno ad ogni capo creato (ed ecco che torna il potere creativo del tessuto e delle tecniche di riuso di cui parla anche Cristiano Toraldo di Francia nel suo ‘Rivestire’) e i dettagli, gli aneddoti appunto, acquistano maggiore importanza, proprio perché rappresentano lo sforzo creativo e la fantasia del loro creatore.

Storie che sono come viaggi come ‘Looking for nothing’, descritta sul sito del marchio come “una collezione aromatica di essenziali senza compromessi che ti invitano a prendere una pausa, a riflettere e a conoscere tutte le cose buone che ti circondano”. Si tratta di deliziosi coordinati di pizzo in rosso acceso, verde salvia, rosa pallido e nero satinato realizzati con rimanenze di fabbrica provenienti da Sri Lanka, Francia, Regno Unito e Italia (e noi c’entriamo sempre!).

Oppure c’è ‘Winter Garden’, dolce nel titolo ma piena di verve “per prendere d’assalto ogni giorno”; una collezione all black “per i cuori ribelli e coraggiosi che vivono ogni momento e lo vivono totalmente”.

‘Secret Bay(b)’ e ‘On the Rocks’ sono invece collezioni swimwear che ci parlano di un viaggio in Sri Lanka, di natura incontaminata, mare cristallino e rocce su cui sentire ancora il calore del sole al tramonto. I costumi sono realizzati con un surplus di tessuto proveniente da una fabbrica e con nylon rigenerato prodotto da reti da pesca riciclate, oltre da altri nylon scartati. Anche qui nero e linee pulite con qualche piccolo ‘frill’.

Di viaggi il team di Anekdot ne ha fatti tanti altri; vi invito quindi a visitare il sito per scoprire quali altre storie e ‘voyages’ racconta questo bel marchio originale e sostenibile, oltretutto con servizi fotografici sempre affascinanti. Questione di aneddoti.

 

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