25 / settembre / 2018
Home argomenti eco-a-porter

eco-a-porter

Dalle foreste austriache di Lenzing alle atmosfere latine di Juan Carlos Gordillo

0
Juan Carlos Gordillo alla Vienna Fashion Week - courtesy of Lenzing

Di Lenzing AG, storica azienda austriaca che opera nel settore tessile, ho già parlato nel blog, per esempio a proposito delle compagnie che si stanno impegnando a produrre viscosa sostenibile; Lenzing è una di queste appunto, con la cellulosa, materiale di base per le sue fibre, che è una componente naturale del legno, estratta e lavorata secondo un modello circolare sostenibile, puntando sulla conservazione delle risorse e sulla protezione dell’ambiente.

Juan Carlos Gordillo – courtesy of Lenzing

Tra i materiali prodotti da Lenzing c’è Tencel™, fibra dalle mille qualità e dai mille usi declinata anche in versione jeans con la denominazione di Tencel™Denim ed è proprio qui che volevo arrivare, perché all’ultima edizione della Vienna Fashion Week appena conclusasi, il designer guatemalteco Juan Carlos Gordillo ha sfilato con una collezione eco-oriented ovvero tra i 30 outfit della collezione, 15 sono stati realizzati con tessuti riciclati e 15, appunto, con Tencel™Denim.

Juan Carlos Gordillo, che ha iniziato la propria attività con un’iniziativa di crowdfunding, non ama seguire le tendenze; il suo stile è piuttosto legato a istinti creativi che nascono dalla passione per l’estetica country ma soprattutto da un vero impegno a lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato. Da qui l’uso di tessuti naturali e riciclati e la costante ricerca di modi sostenibili per produrre i propri abiti.

La collaborazione con Lenzing è quindi nata in modo naturale, con il designer ben lieto di poter utilizzare un materiale realizzato tramite un processo che rispetta l’ambiente e con l’azienda austriaca che, dall’altra parte, ha sostenuto volentieri il lavoro di Gordillo per il suo impegno in una moda eco-sostenibile.

Juan Carlos Gordillo con le sue modelle e Marco Schlimpert, SVP Lenzing – Courtesy of Lenzing

E la collezione? Dal titolo ‘Discover’, è prima di tutto un invito a esplorare noi stessi e ad acquisire consapevolezza del mondo che ci circonda, aprendoci agli scenari più inesplorati. Protagonista una moderna cowgirl che, percorrendo la mitica Route 66, sente nascere un forte desiderio di evasione e di avventura; tradotto, linee oversize alternate a linee slim, abiti di varie lunghezze con applicazioni a contrasto, camicie e giacche patchwork. E poi volant, asimmetrie, stampe floreali, il tutto con un forte accento latino. E il Tencel™Denim con le sue caratteristiche note di blu.

 

Juan Carlos Gordillo ci piace, quindi penso che approfondiremo presto il lavoro di questo designer impegnato e sensibile, magari con un’intervista! E ci piacciono anche le collaborazioni tra brand e aziende quando hanno obiettivi comuni in termini di sostenibilità. Se poi succede a Vienna, un luogo meraviglioso che conosco e amo particolarmente, ancora meglio!

Fashion, Environment, Change: la fanzine #3 di Fashion Revolution

0
Copertina fanzine #3 di Fashion Revolution - courtesy of Fashion Revolution

I primi di agosto vi avevo parlato dell’uscita imminente della fanzine #3 di Fashion Revolution dal titolo ‘Fashion, Environment, Change’; ebbene, la rivista è uscita e mi è arrivata già da qualche giorno. È sempre un piacere riceverla e stavolta trovo un formato iper-ridotto (15 x 18) ma comunque piacevole perché dà l’idea di un opuscolo, di una sorta di vademecum leggero e portatile ma con dentro tante utili informazioni.

L’introduzione di Orsola De Castro, co-fondatrice della fanzine e di Fashion Revolution, dice tra le altre cose che la prima arma per portare un miglioramento nell’industria della moda è la conoscenza. La conoscenza in questo caso viene dal parere di diversi esperti che hanno dato il proprio contributo alla fanzine e nelle pagine successive seguono appunto questi piccoli contributi accompagnati dalle illustrazioni degli studenti di graphic design della Central Saint Martins. Eccone alcuni (e poi potete sempre ordinare la fanzine😉).

Sulla biodiversità di Sienna Somers – illustrazione di Florrie Macleod – courtesy of Fashion Rev

Sulla biodiversità. Sienna Somers, già autrice del blog ‘The Savvy Student’, studi in zoologia, scrive di come sia importante preservare gli 8 milioni di specie animali e vegetali terrestri per il loro insostituibile ruolo nell’ecosistema e che anche gli abiti che indossiamo hanno un impatto su di essi. E una t-shirt in cotone, ad esempio e il modo in cui quel cotone è stato coltivato, con insetticidi e pesticidi, costituisce già un attentato al suolo e ai suoi elementi. Se volete fare qualcosa potete acquistare cotone organico certificato GOTS e/o cotone riciclato, se possibile. La bella illustrazione è di Florrie Macleod.

Sulle emissioni. “Un paio di jeans 501 produce 33,4 kg di diossido di carbonio” scrive Sarah Ditty, a capo della policy di Fashion Revolution “non c’è da stupirsi del progressivo aumento del livello di diossido di carbonio nell’atmosfera”. E continua dicendo che gli scienziati prevedono che raggiungeremo il livello di non ritorno ovvero del disastro ambientale più grave entro il 2050, se non ci diamo tutti una regolata. Come? Per esempio, le stime  dicono che indossiamo un paio di jeans solo 2,3 volte tra un lavaggio e un altro… se li indossassimo ogni 10 lavaggi, potremmo ridurre l’energia usata del 77%! Illustrazione di Lillie Meyer.


Illustrazione di Lillie Meyer che accompagna il testo ‘Emissioni’ – courtesy of Fashion Revolution


Sugli oceani. Clare Press, responsabile per la sostenibilità di Vogue Australia e presentatrice di ‘Wardrobe Crisis podcast‘, parla degli 8 milioni di tonnellate che ogni anno invadono gli oceani. Una bottiglia di plastica può metterci anche 450 anni a degradarsi completamente. Non parliamo di una rete da pesca abbandonata: più di 600 anni! Una soluzione? Riciclare quella plastica, trasformandola in sneaker o in jeans oppure le reti da pesca in costumi da bagno (ne ho parlato in questo post). Già sta accadendo perché gli esseri umani sono ingegnosi e possono fare meraviglie (ma purtroppo anche disastri). Illustrazione di Alastair Vanes.

Sugli oceani di Clare Press – illustrazione di Alastair Vanes – courtesy of Fashion Rev


Sul riciclo. Matthew Needham, il designer che trasforma i rifiuti in abiti, dice che in un’economia circolare, il processo del riciclo è possibile a ogni passaggio, dal design alla produzione. Come rivoluzionari del fashion abbiamo l’opportunità di farlo in tanti modi diversi ispirando gli altri a fare lo stesso. Come giovani creativi abbiamo la libertà di essere innovativi con il riciclo esplorando i suoi limiti e insieme le sue potenzialità. È il nuovo zeitgeist. Illustrazione di Jessica Duggan.

Sul riciclo di Matthew Needham – illustrazione di Jessica Duggan – courtesy of Fashion Revolution


Sulla viscosa. Quando venne inventata a fine ‘800, la viscosa si presentava come l’alternativa più economica alla seta. Ma la sua produzione, oggi, richiede processi intensivi che vanno dalla deforestazione all’uso di sostanze chimiche tossiche. Molte compagnie stanno cercando di ridurre l’impatto della sua produzione collaborando con Canopy, una Ong che lavora con i brand per assicurarsi che il legno utilizzato per ricavare la materia prima per la viscosa sia certificato e che non vengano usate sostanze chimiche pesanti. Tutto questo e altro lo scrive Scarlett Conlon, fashion editor a The Guardian. Illustrazione, meravigliosa, di Helena Traill. (Della viscosa abbiamo parlato anche noi!!!)

Illustrazione di Helena Traill per il testo sulla viscosa – courtesy of Fashion Revolution


Come dicevo ne ho citati solo alcuni, ma la fanzine cita altri argomenti importanti accompagnati da immagini altrettanto deliziose. C’è anche una poesia di Wilson Oryema, scrittore e artista multidisciplinare. Take a look!

Il Manifesto per una Fashion Revolution

0
Incipit del Manifesto della Fashion Revolution

Mi piace l’idea di cominciare settembre, mese di passaggio dall’estate all’autunno e momento sempre carico di promesse e propositi, un po’ come succede a fine anno, con il Manifesto della Fashion Revolution, movimento di cui tanto abbiamo parlato e di cui continueremo incessantemente a parlare, perché di esso condividiamo i princìpi.

L’intero Manifesto, che invito a firmare chi non l’avesse ancora fatto, contiene dieci punti che corrispondono ad altrettanti dieci ‘comandamenti’ che il sistema moda dovrebbe seguire per attuare quella rivoluzione che è il sogno di chi ha fondato il movimento e di chi vi ha aderito.

Illustrazione di Headhuntr Studio relativa al punto #1 del Manifesto

#1. La moda fornisce un lavoro dignitoso, dal concetto alla creazione alla sfilata. Non rende schiavi, non mette in pericolo, non sfrutta, non sovraccarica di lavoro, non molesta, non abusa né discrimina nessuno. La moda libera i lavoratori e chi gli abiti li indossa e autorizza tutti a difendere i propri diritti.

#2. La moda dà una paga giusta ed equa. Permette il sostentamento di tutti coloro che lavorano nel settore, dalla fabbrica alla vendita. La moda emancipa le persone dalla povertà, crea società prospere e soddisfa le  le aspirazioni.

Punto #2 del Manifesto – courtesy of Headhuntr Studio
Punto #3 del Manifesto – courtesy               of Headhuntr Studio

#3. La moda dà voce alle persone, rendendo possibile parlare senza paura, unirsi senza repressione e negoziare condizioni migliori di lavoro e tra le comunità.

#4. La moda rispetta la cultura e il patrimonio. Favorisce, celebra e ricompensa abilità e artigianalità. Riconosce la creatività come la propria risorsa più forte. La moda non si appropria mai senza dare il dovuto credito o prende senza permesso. La moda rende onore all’artigiano.

#5. La moda è sinonimo di solidarietà, inclusione e democrazia, indipendentemente da razza, classe, genere, età, forma o abilità. Sostiene la diversità come elemento cruciale per il successo.

Punto #6 del Manifesto – courtesy of Headhuntr Studio

#6. La moda conserva e risana l’ambiente. Non esaurisce risorse preziose, non degrada il nostro suolo, non inquina la nostra aria e acqua o nuoce alla nostra salute. La moda protegge il benessere di tutti gli esseri viventi e salvaguarda i nostri diversi ecosistemi.

#7. La moda non distrugge o scarta inutilmente ma ridisegna e recupera consapevolmente in modo circolare. La moda è riparata, riutilizzata, riciclata e ‘upcycled’ (non esiste un termine italiano per rendere bene questa parola, quindi la lascio in inglese! N.d.A). I nostri armadi e discariche non traboccano di vestiti desiderati ma non amati, acquistati ma non custoditi.

#8. La moda è trasparente e responsabile. La moda abbraccia la chiarezza e non si nasconde dietro la complessità né si affida ai segreti commerciali per ricavarne valore. Chiunque, ovunque, può scoprire come, dove, da chi e in quali condizioni viene prodotto il proprio abbigliamento.

#9. La moda misura il successo non solo da vendite e profitti. La moda attribuisce pari valore alla crescita finanziaria, al benessere umano e alla sostenibilità ambientale.

#10. La moda vive per esprimere, piacere, far riflettere, protestare, confortare e condividere. La moda non soggioga, denigra, degrada, emargina o compromette. La moda celebra la vita.

Certo, per molti aspetti si tratta di un Manifesto utopico ma come lo sono stati tanti Manifesti nel corso della storia. Eppure qualcosa si sta muovendo, è come una macchia d’olio che si espande sempre di più sulla superficie dell’acqua e contamina in positivo anche il flusso della moda mainstream. D’altronde per le più grandi rivoluzioni ci vogliono tempi lunghi fatti a piccoli passi ragionati.

Last but not the least, le illustrazioni che accompagnano i punti del Manifesto sono di Barbra Araujo di Headhuntr Studio, belle, vero?

Miss Janna Swimwear, l’est-etica in spiaggia

0
Foto di gruppo - courtesy of Miss Janna

No, l’estate non è finita, anche se è quasi settembre, anche se per molti le ferie sono già un ricordo (e io allora che nemmeno le ho fatte?!), anche se c’è stato un momentaneo drastico calo delle temperature. E allora sì, è ancora tempo di costumi da bagno, soprattutto se sono eco-sostenibili come quelli di cui eco-à-porter ha già parlato, accattivanti come i nomi dei loro brand: Anekdot, Marble Swimwear, Aniela Parys.

Miss Janna l’ho scoperto grazie a un amico tedesco giramondo, beato lui, che conoscendo il blog, quando trova ispirazioni a tema, me le segnala; qualche tempo fa mi ha mandato questa cartolina, che ho incorniciato per farne un post sul profilo Instagram di eco-à-porter e da cui sono partita per raccogliere informazioni sul marchio, che è svedese, di Göteborg e si chiama come la sua fondatrice, Janna Drakeed.

From a postcard of Miss Janna

Una cosa salta subito all’occhio: l’allure vintage. Non solo nelle pettinature e nelle pose delle modelle ma soprattutto nello stile dei costumi da bagno, che riprendono i modelli da pin up anni ’40 e ’50, con i bikini composti da reggiseno avvolgente e culotte a vita alta e gli interi che oggi chiameremmo ‘contenitivi’, quasi a tutina, con la parte bassa a short ma non per questo meno sexy e femminili. L’idea, alla designer, è venuta chiedendo alle proprie clienti che cosa volessero da un costume da bagno, la risposta è stata praticità e appeal, perché i modelli esistenti sembravano troppo sportivi o minuscoli o al contrario coprenti.

Courtesy of Miss Janna

Ciò che invece non è visibile ma è la caratteristica fondante del marchio è la sua eco-sostenibilità; i costumi sono infatti realizzati rigorosamente a mano in ECONYL®, sì, proprio quel tessuto italiano di cui abbiamo già parlato, quello rigenerato dalle reti da pesca e da altri scarti industriali. Come altri designer che producono linee swimwear ecologiche utilizzando ECONYL, anche Janna Drakeed riconosce che il materiale si è rivelato molto più resistente del nylon vergine e durevole negli anni.

Così, oltre all’estetica accattivante, fatta per accentuare la bellezza del corpo femminile senza esporlo, il marchio si pone l’obiettivo di contribuire alla salvaguardia del pianeta, evitando l’uso di nuove risorse fossili e riducendo contemporaneamente la marea (nel vero senso della parola, dato che le plastiche ormai infestano gli oceani!) di rifiuti esistenti.

Miss Janna vende bene in Svezia ma anche nel resto d’Europa, segno che, aldilà dell’estetica e di una linea che enfatizzi i punti giusti, l’aspetto etico è tenuto in grande considerazione, anzi, a volte è ciò che convince all’acquisto più del modello o di una stampa particolari (i costumi di Miss Janna sono sia a tinta unita che a motivi floreali e marini ispirazione vintage).

 

Quindi avanti donne, che l’estate non è ancora finita e forse adesso trovate anche qualcosa in super-saldo! 😉

Il mio nome è Aniela Parys

1
courtesy of Aniela Parys

Aniela Parys. Non sembra il titolo di un film? Magari di una pellicola d’autore dalle atmosfere vintage, con la protagonista, Aniela, che parte, mettiamo caso, dall’Oregon, Usa, per approdare nella vecchia Europa e fare fortuna con una propria casa di moda. Potrebbe essere una storia adatta a ogni epoca e anche un copione cinematografico avvincente, se non fosse che Aniela Parys esiste veramente, è una designer, viene da Portland, Oregon e vive a Barcellona, dove ha un brand, che porta il suo bel nome, di lingerie, swimwear e abbigliamento. Aniela, che lavora nella moda da quando era molto giovane, ha sempre saputo che voleva avere un proprio marchio, su cui ha cominciato a lavorare quando viveva ancora a Portland e che ha poi lanciato quando si è trasferita in Spagna nel marzo 2015.




Aniela Parys l’ho scoperto su Instagram, come altri marchi di cui ho parlato nel blog ma stavolta ci ha messo lo zampino mia sorella che me l’ha segnalato e che ringrazio🙏🏻; mi ha colpito per la naturalezza delle immagini in cui le modelle, a loro agio nei propri corpi magri e abbondanti, tonici e meno tonici, tatuati e non, sono ritratte spesso all’aperto, in mezzo a campi di grano o prati fioriti, su scogli a picco sul mare oppure su terrazze tra panni stesi o in interni intimi e luminosi, tra lenzuola sfatte e piante ornamentali. E questo, secondo me, dà già una certa idea del tipo di stile e di concetto che il brand vuole comunicare: il fatto a mano, la spontaneità, l’utilizzo di materiali naturali come cotone e lino e poi tante altre cose che Aniela stessa mi racconta via mail.

“Sin dall’inizio del mio lavoro” spiega Aniela “sono stata fortemente influenzata dal movimento della slow fashion (che è l’esatto opposto della fast fashion N.d.A.); crescendo in Oregon, già dalla tenera età sono stato esposta alla miriade di informazioni sull’industria della moda e su quanto possa essere dannosa per le persone e l’ambiente in tutto il mondo. Il mio scopo è quindi sempre stato quello di offrire un’alternativa e cambiare il modo in cui la gente pensa all’abbigliamento. Per esempio, i nostri materiali sono principalmente fibre naturali come cotone e lino e tessuti provenienti da rimanenze di magazzino, il che significa che sono stati scartati dalle grandi produzioni aziendali”.

 

Un’altra delle caratteristiche che Aniela sottolinea del proprio marchio è il supporto artistico che ci sta dietro e che lei stessa considera, a ragione, un punto di forza. Per ogni collezione il brand ricorre a collaborazioni con artisti che aggiungono valore e impatto sia al capo che all’intero contesto; scenografia, fotografia, videografia sono tutte discipline cui la designer attribuisce, giustamente, uguale importanza perché intervengono, ognuna in modo diverso, a perfezionare l’immagine del prodotto ma anche il messaggio legato a esso. Credo che finora Aniela ci sia riuscita bene, perché sono state proprio le immagini del suo profilo a colpirmi alla stregua di piccole opere d’arte. Aniela si augura di poter creare col tempo una piattaforma che supporti altri artisti e di trovare un modo per catturare i momenti speciali che crea con loro per presentare le proprie collezioni. Io credo che il modo, Aniela Parys, l’abbia già trovato.

Maremma e design nell’artigianato tessile di Laura Rovida

0
Le sciarpe in bambù tessute a mano insieme al telaio di Laura - courtesy of Rovida Design

Nel giro di pochi giorni ritorno a parlare di un marchio scoperto a Milano a ‘Fa’ la cosa giusta‘, cosa che comunque mi ero ripromessa di fare al ritorno dalla fiera, a fine marzo, cioè di dedicare almeno un singolo post ad ogni brand che mi aveva colpito. Dopo Esthéthique, tocca a Rovida Design ma per due motivi particolari: il primo è perché la titolare, la designer tessile Laura Rovida, produce i propri capi in mini-serie con il telaio a mano come si faceva una volta e il secondo è per la sua recente collaborazione con il WWF nell’ambito della campagna Spiagge Plastic Free.

Laura Rovida al telaio – courtesy of Rovida Design

Dal 3 giugno scorso centinaia di volontari del WWF sono coinvolti in una maratona estiva di pulizia dei litorali dal nord al sud Italia per liberarli dall’invasione della plastica; tra i materiali recuperati, dei ‘misteriosi’ dischetti che per alcuni  giorni hanno invaso il litorale tirrenico e che sono stati poi riconosciuti come filtri di depuratore provenienti dal fiume Sele. La stessa Laura ne ha raccolti tantissimi sull’arenile antistante l’Oasi di Burano presso Capalbio e, vista la sua propensione al riutilizzo, ha pensato bene di trasformarli in spille su cui ricamarci sopra: “La loro struttura a rete mi ha ricordato la struttura tessile dei tessuti garzati” spiega Laura “dunque la cosa più naturale era ricamarci. E ho pensato subito al fenicottero rosa, la mia grande passione, la cui silhouette ho riprodotto su ogni dischetto, in seta, in alternativa al gabbiano che è l’icona del mare”. Dopodiché Laura ha contattato Fabio Cianchi, responsabile delle Oasi WWF della Maremma e insieme hanno avviato il progetto; la spilla è conservata all’interno di una piccola custodia, frutto anch’essa di materiali di recupero e si può ricevere in cambio di una piccola donazione alle Oasi WWF di Burano (centro visite) e Orbetello (Casale Giannella) oppure acquistare direttamente presso il laboratorio di Laura Rovida a Capalbio Scalo (sul sito della designer trovate l’indirizzo completo) o riceverla via posta contattando direttamente Laura al suo indirizzo mail.

Le spille riciclate by Laura Rovida+WWF – courtesy of Rovida Design

La realizzazione delle spille è in linea perfetta con il credo di Laura, che con il suo lavoro al telaio coniuga la passione per la manualità all’impegno eco-sostenibile; parlando della designer già nel post di marzo, ci aveva colpito il fatto che lo studio della filosofia all’università si era trasferito sul telaio come una sorta di chiusura del cerchio perché “tessere è un po’ come filosofeggiare”. Laura ci aveva anche detto che era, è un’appassionata di birdwatching, che dà anche il titolo alla sua ultima collezione di t-shirt, ispirata agli amati fenicotteri e ai viaggi che compiono nel Mediterraneo, viaggi lunghi che li portano a posarsi sul lago di Burano. Partecipando alle passeggiate naturalistiche con Fabio Cianchi, citato prima come direttore delle Oasi WWF della Maremma, Laura ha scoperto che da una targhetta legata alla zampa di ogni fenicottero si può risalire al suo percorso e che ogni singola scheda parla di avventure impensabili per tutto il Mediterraneo! Gli altri soggetti della collezione sono il martin pescatore e i gruccioni, specie sempre osservabili sul lago di Burano ma Laura sta ampliando i soggetti, tanto che in programma ci sono anche le gru in migrazione, tornate da poco in Maremma e i papaveri di cui, spiega Laura, fino a poco tempo fa erano pieni i campi vicino al laboratorio.

 

Cartellino naturalistico del gruccione – courtesy of Rovida Design

 

Le t-shirt sono in cotone biologico 100% certificato, stampate a mano, ognuna diversa dall’altra per colori e sfumature che Laura crea di volta in volta partendo dai colori primari e miscelandoli poi in modo diverso. Ogni maglietta si distingue dall’altra anche per la storia che racconta, storia magari legata a una migrazione, a un percorso sempre diverso, a un fenicottero che si perde (stampato sul retro della t-shirt!) o ai gruccioni che stazionano sui fili della luce, insomma l’idea della designer è quella di incorporare il territorio con il suo patrimonio naturalistico nel design del prodotto, in modo che entrambi ne escano ulteriormente valorizzati. Ogni maglietta ha poi un cartellino naturalistico che parla del soggetto stampato e che si può utilizzare anche come segnalibro.

Le t-shirt sono una novità di questa stagione ma già da un paio d’anni Laura realizza al telaio, che resta il suo strumento di lavoro principale, delle sciarpe in filato di bambù bio certificato su cui poi stampa i suoi amati volatili (che potete vedere nella foto di copertina). Poi ovviamente, al di fuori della collezione ‘Birdwatching’, c’è tutto il resto, sempre realizzato al telaio: gli scalda-collo, la maglieria, altri tipi di sciarpe e scialli, accessori e tessili per la casa, il tutto tessuto con fibre naturali e il più possibile ecologiche, dalle lane locali, in particolare quella della pecora amiatina alla seta ecologica burette e tussah al lino.

 

Ogni capo di Laura, dunque, esprime il suo universo e le sue passioni, natura, territorio, artigianato, design, materiali ecologici, tanta manualità. E magari anche quel tocco filosofico da cui non nascono solo pensieri e ragionamenti ma anche creatività e competenza per tradurre le visioni in struttura, superficie e colore.
 

Esthéthique, dal Madagascar all’Italia, tradizioni che legano due mondi

0
SS18 Rafia bag - courtesy of Esthéthique

Di questo pezzo doveva occuparsi Novella Di Paolo, la mia preziosa collaboratrice che per seri motivi personali mi ha purtroppo lasciato sola, anche se spero solo momentaneamente. Ho voluto così, sapendo che ci legge, lasciare come l’ha raccolto lei, il racconto ‘a ruota libera’ di Maria Teresa Pecchini, brand manager di Esthéthique, il marchio etico di commercio equo che abbiamo scoperto insieme, io e Novella, a ‘Fa’ la cosa giusta‘ a Milano, lo scorso marzo.
Aggiungo solo due righe per introdurre il marchio, una bella iniziativa che nasce dal progetto di Materia Critica, studio di design e comunicazione formato da tre ragazzi emiliani che hanno messo a nuovo una cooperativa attiva da trent’anni nel mondo solidale. I prodotti di Esthéthique sono accessori ma anche gioielli e articoli per la casa di alta qualità, realizzati da artigiani del Madagascar, che nascono da relazioni basate sui principi di equità, rispetto e crescita della persona. Maria Teresa Pecchini, che ‘bazzica’ il Madagascar da oltre 30 anni e che ci ha vissuto anche per due anni consecutivi, conosce bene la realtà del posto, che si porta dentro insieme al suo popolo e alle sue contraddizioni. Lascerei parlare il suo bel racconto e il resto lo faranno le immagini di accompagnamento.

“I primi passi in Madagascar sono sempre un insieme di profumi e colori, di volti e suoni che ti accolgono. Una lingua che è musica che ci accarezza, il sorriso dei bimbi, l’odore forte delle spezie che ti entra nella pelle. La mente e il cuore che riconoscono questo luogo, che è casa. Anche quest’anno il cuore del mio viaggio sono stati i produttori, l’incontro con le loro famiglie, il lavoro, lo sviluppo di nuovi prodotti. È sempre difficile trasmettere ciò che si vive nell’incontro con loro, nel percorrere giorni e sentieri, nel fermarsi a riflettere insieme, nel semplice incontrarsi e sapere che abbiamo ancora voglia di collaborare (in malgascio si dice fiaramiasa ovvero lavorare insieme).

Lavorazione della rafia – courtesy of Esthéthique

I primi di cui vorrei parlare sono gli artigiani della rafia e in particolare delle donne che realizzano le borse. È un gruppo che ha con noi una storia antica: Rahasolofo è un Raiamand’reny (parola che letteralmente significa padre e madre, ma che vuole indicare una persona ricca di saggezza), nel suo villaggio si lavora la rafia, il sisal, le fibre naturali, fibre che profumano di terra, di natura. Lavora con noi dal 1990, ho visto crescere i suoi figli, conosco i suoi nipoti, una famiglia grande e bella. Lui ormai è anziano e anche se resta indubbiamente un punto di riferimento per tutti, chi gestisce oggi le attività è Hasina, sua nuora, una donna con la D maiuscola, ha 3 figli, lavora la rafia fin da giovanissima, ma nonostante questo è riuscita a finire il liceo. È una persona curiosa, attiva, intraprendente, sempre desiderosa di imparare e di scoprire cose nuove, è sempre un piacere incontrarla, chiacchierare con lei, raccontarle e ascoltare i suoi racconti. Non posso essere in Madagascar e non andare a trovarli. Imeritsiatotsika, dove vivono, è circa a una trentina di km, ma ci vogliono un paio di ore per arrivarci, i tempi in Madagascar sono sempre lunghi, dilatati. Con Hasina lavorano 30 donne giovani e meno giovani, 30 mamme con i propri bimbi, ognuna nella propria casa, un villaggio in campagna e tanta voglia di mettersi in gioco. Abbiamo parlato di tante cose, mi hanno raccontato dei loro bimbi, della scuola, dei tanti mariti spariti a Tsiroanomandidy, una città sull’altipiano dove è fiorente il commercio degli zebù e in Madagascar dire che un uomo è andato a Tsiroanomandidy equivale a dire che ha lasciato moglie figli e responsabilità, dei Dahaloo (i briganti) che hanno attaccato il loro il villaggio, dei tanti problemi che attanagliano questo paese.


Borsa in rafia SS18 – courtesy of Esthéthique

La tessitura del cotone è una lavorazione tradizionale del Madagascar, soprattutto nella zona dell’altopiano. E tradizionali sono i motivi che le donne compongono sulla tela. Gli Alo-alo, letteralmente ‘messaggeri’, sono stele tradizionali che in origine erano realizzate per decorare le tombe dei defunti di alto rango, ma che, nel tempo, sono diventate oggetti decorativi utilizzati in diversi contesti. Le artigiane continuano a tessere

Lavorazione del cotone – courtesy of Esthéthique

con i tradizionali telai manuali e spesso lavorano in due sullo stesso telaio, data la complessità dei motivi decorativi. Gisele è la responsabile di questo gruppo di artigiane, sposata con 4 figli, rappresenta pienamente la voglia di riscatto di queste donne. Antsena è un piccolo villaggio del comune di Sandrandray a un’ora dalla cittadina di Ambositra. Sono circa una decina i piccoli gruppi familiari che, coordinati da Madame Gisele, lavorano con noi già dalla fine degli anni 80. Anche quest’anno sono stata a trovarle, a cercare di risolvere piccoli problemi di qualità, a sviluppare con loro nuovi prodotti, a testare nuovi colori e nuove idee. Loro sono tutte donne desiderose di migliorare il proprio lavoro, di sviluppare idee e percorsi che costruiscano futuri differenti ai loro figli, ai loro villaggi. È bello vederle tessere, mani che lavorano veloci, dita che intrecciano, occhi attenti a non sbagliare fili e colori per comporre le trame, trame e disegni che parlano di tradizioni e di sogni, di idee e di fede. C’è un che di sacro nel loro lavoro, di magico, fili che paiono mescolati a caso che creano immagini e pensieri. Un tempo ho letto che nella lingua Dogon la stessa parola significa tessere e parlare e guardando Gisele, Prisca, Bakoly non posso non pensare che la tessitura sia davvero un linguaggio, che forse a noi ancora non è sempre così comprensibile. Una cosa inaspettata è stato scoprire che quest’anno hanno aperto di fianco alla sede dell’associazione un piccolissimo ‘bistrò’ dove fanno e vendono cibo da strada per gli studenti della scuola che hanno vicino. Abbiamo fatto insieme un bellissimo brunch a base di frittelle alle verdure, mofo anana a base di cipolla, cavolo, zucchine ecc, piccoli sambosy, triangoli di pasta di riso ripieni di carne e fritti, mofo mamy, piccoli dolci cotti su una piastra, succo di uva e di ananas. I teli da mare, gli asciugamani e l’altra biancheria per la casa sono realizzati proprio da loro e tutti tessuti al telaio!.


Telo da mare – courtesy of Esthéthique

Soatanana è un piccolo villaggio del comune rurale di Ambohimahazo, a circa due ore e mezzo di fuoristrada dalla cittadina di Ambositra. È abitato prevalentemente da donne; sono pochi infatti gli uomini rimasti a vivere lì, se ne vanno in cerca di fortuna e raramente tornano, lasciando alle donne il compito di crescere i figli e mantenere la famiglia. La lavorazione della seta selvatica è una lavorazione tradizionale della zona, infatti qui si tessevano i LandyBe, tessuti in seta, con cui si avvolgevano i morti prima della sepoltura. Le tecniche di lavorazione usate dalle nostre artigiane sono le stesse di sempre ma, grazie alla formazione, sono stati introdotti nuovi modelli e colorazioni realizzate con prodotti naturali. Sono circa 40 le donne che lavorano la seta in questo villaggio sperd

Lavorazione della seta selvatica – courtesy of Esthéthique

uto tra le montagne e Odette segue la produzione e si occupa di coordinare le attività delle altre donne. Si parte dalla raccolta dei bachi selvatici che si trovano nelle ormai poche foreste di Tilapia, è un baco endemico del Madagascar che viene mangiato e utilizzato soprattutto come nutrimento per i bambini essendo altamente proteico. Le donne fanno tutto, dalla raccolta alla cottura, dalla filatura alla tintura, con erbe e piante, del filo. Intrecciano la seta sui telai e in ogni filo intrecciano pensieri e sogni. Lavorano con noi da oltre 20 anni e da 3 abbiamo iniziato con loro una nuova formazione per insegnargli le tecniche del macramè per realizzare collane montate in seta. All’inizio è stato difficile, non pensavano di esserne capaci, usciva dal loro lavoro tradizionale, era fuori dalla loro esperienza ma ogni anno riescono a realizzare prodotti di maggior pregio e questo le rende molto orgogliose. Un villaggio ordinato, ben tenuto, tante donne, moltissimi bambini, gli uomini sono sempre una presenza sporadica ma queste donne sanno dare anche a loro lezioni di vita, di orgoglio, di capacità di sviluppo, determinate come sono a dare un futuro ai loro figli.


Collana in seta – courtesy of Esthéthique

Ogni anno quando il viaggio arriva alla fine riparto portando negli occhi e nel cuore i volti di queste donne, dei loro bimbi e la certezza che tutto questo lavorare insieme è davvero uno strumento per un mondo più giusto e più ricco”.

Grazie Maria Teresa Pecchini e grazie Novi ❤️

Gorilla Socks, l’eco-calzino che salva i gorilla

0
Gorilla Socks collage - courtesy of Gorilla Socks

Se c’è una cosa che si porta tutto l’anno sono le calze; certo, magari non con 40° C ma il calzino con il sandalo, fino a qualche tempo fa espressione di una moda non proprio elegante, è finito per diventare un accostamento chic, perché gli stilisti, che hanno riportato in auge anche il marsupio, vogliono così. Ma trend a parte, anche d’estate, soprattutto se il tempo fa le bizze come in questi giorni di improvvisi acquazzoni e sbalzi di temperatura o per i tipi freddolosi come me, qualche calzino a portata di cassetto fa sempre comodo.

Courtesy of Gorilla Socks

Gorilla Socks è un’azienda italo-americana nata come startup l’anno scorso a New York, che produce una linea di calzini realizzati in una speciale fibra estratta dalla pianta di bambù; il suo fondatore, Gianluca de Stefano, napoletano emigrato nella Grande Mela, ha avuto l’idea di creare questo prodotto innovativo dopo un viaggio in Asia, di cui il bambù – o Bambuseae nome scientifico – è originario. Rientrato a New York, con la collaborazione del suo socio Gavin Kamara e con un investimento iniziale di 15mila euro, ha messo in piedi il business dei calzini sostenibili che si è da subito legato, e il nome del marchio ne è la prova, alla Dian Fossey Gorilla Fund International, fondazione americana che ha sedi anche in Rwanda e Congo e che si occupa della conservazione, protezione e studio dei gorilla di montagna e del loro habitat.

Dian Fossey

La zoologa Dian Fossey, portata al cinema nel 1988 da Michael Apted nella pellicola ‘Gorilla nella nebbia’, con Sigourney Weaver nella parte della Fossey, dedicò gran parte della propria vita allo studio dei gorilla sulle montagne e nelle foreste del Rwanda, finendo brutalmente assassinata nel 1985 nella sua capanna sui Monti Virunga in circostanze mai davvero chiarite. Secondo la versione più probabile, pare che a uccidere Dian Fossey sarebbero stati i bracconieri, poiché la zoologa rappresentava una grave minaccia per la caccia illegale ai gorilla, dati i suoi numerosi interventi in loro difesa ma ancora oggi anche questa resta purtroppo solo un’ipotesi.

La Fossey ha lasciato una grande eredità che la fondazione porta avanti e, tornando ai calzini, Gorilla Socks dona, per ogni calzino venduto, il 10% per la difesa di questa specie in via d’estinzione.

Courtesy of Gorilla Socks

Coloratissimi e dalle fantasie accattivanti, i calzini sono appunto realizzati in viscosa di bambù che assicura resistenza e perfetta adattabilità a tutte le stagioni dell’anno, svolgendo contemporaneamente una funzione asettica e antibatterica. Il segreto di questa fibra, oltre alla sostenibilità, è la sua capacità di mantenere il calore permettendo però la traspirazione, mentre la componente elastica rende il calzino morbido e adatto a qualsiasi tipo di scarpa.

 

Prodotti in Cina esclusivamente per la difficile reperibilità della materia prima in Europa, i calzini di Gorilla Socks sono certificati OEKO-TEX®, sistema indipendente di test e certificazione per prodotti tessili. Venduti inizialmente sul mercato americano, i calzini eco-friendly sono sbarcati anche in Italia e sono acquistabili sia sul sito del marchio che su altre piattaforme come Amazon.


Courtesy of Gorilla Socks


“Quello della sostenibilità è un aspetto in cui crediamo molto” dice Andrea Salvia, responsabile per l’Italia di Gorilla Socks “la vera innovazione non è solo sviluppare un prodotto potenzialmente nuovo per un mercato, ma fare in modo che questo generi anche valore sociale. Il nostro prossimo obiettivo è stringere partnership con altre associazioni che si occupano dello stesso scopo, in modo tale da generare un impatto davvero importante sul nostro pianeta”.

Rwanda: i ranger a salvaguardia dei gorilla con le loro Gorilla Socks – courtesy of Gorilla Socks


Ecco allora che se i calzini con i sandali sono diventati addirittura eleganti, sceglierne un paio 100% eco-friendly, di alto design, a difesa dell’ambiente e di una specie animale a rischio estinzione, può dare all’acquisto un senso che va ben oltre la mera tendenza. E poi, ricordatevi che le calze si portano tutto l’anno! 😉

 

Marble Swimwear, i costumi da bagno che vengono dal mare (e lo salvano)

0
Sarah Kohan for Marble Swimwear

Tempo d’estate, tempo di mare, tempo di costumi da bagno; e siccome il mio ultimo post parlava, tra le altre cose, di ECONYL®, filato sostenibile ricavato da rifiuti industriali, scarti tessili e soprattutto da reti da pesca recuperate dai fondali marini, perché non parlare di uno dei brand che ne fa uso per i propri costumi da bagno? Giusto per indirizzarvi verso le scelte più etiche per le vostre vacanze (per chi ci andrà naturalmente, ma ci sono anche i costumi da bagno sostenibili per la piscina!).

Dunque, dicevo che Carvico SpA e Jersey Lomellina SpA sono le due aziende italiane che detengono l’esclusiva mondiale di l’utilizzo di ECONYL per la produzione di tessuti per il mondo del bagno; i marchi che ricorrono a questi eco-tessuti tecnici altamente performanti sono davvero tanti, sia in Italia che all’estero. Uno di questi è Marble Swimwear, brand indipendente di costumi da bagno deluxe, australiano di nascita e inglese di adozione; sul proprio sito l’etichetta si definisce ‘con un cuore internazionale e il pianeta in mente’, quindi l’impegno a garantire che ogni singolo elemento della produzione sia rispettoso dell’ambiente è totale.

L’8 maggio scorso il marchio ha lanciato su Indiegogo una raccolta fondi per la produzione della collezione ‘Ocean to Ocean’ in collaborazione con l’influencer Sarah Kohan che ha un seguitissimo account di viaggi su Instagram; la linea di costumi da bagno è appunto realizzata con ECONYL, precisamente con il 78% di questa fibra rigenerata che, dice Sian Lakin, fondatrice di Marble Swimwear, unita alla Lycra fornisce una resa di altissima qualità senza appunto danneggiare il pianeta.

“Finalmente abbiamo un prodotto” dice Sarah Kohan a proposito della collezione “che sposa la nostra passione per il pianeta e la nostra ossessione per il costume da bagno” e su questo l’influencer non ha tutti i torti, dato che oggi beachwear e swimwear sono quasi alla pari con l’abbigliamento quotidiano in fatto di stile ed estetica. Non è un caso che tanti designer abbiano sdoganato per la stagione estiva look da spiaggia anche in città.

Curiosa poi la scelta di Marble Swimwear di chiamare i pezzi dei vari bikini come le protagoniste delle lotte ambientali, sia in mare che sulla terra; c’è ad esempio il ‘Michele top’ dedicato a Michele Kuruc, vice-presidente delle politiche oceaniche del WWF, impegnata contro le pratiche illegali di pesca oppure l”Elissa top’ che prende il nome da Elissa Sursara, biologa e attivista che attualmente sta studiando le micro-plastiche che infestano gli oceani, mentre il costume intero ‘Ramsey’ è per Ocean Ramsey, istruttrice-sub che nuota con gli squali.

Per chiudere il cerchio Marble Swimwear devolve il 10% dei profitti a Healthy Seas, l’iniziativa di Ong e aziende che recupera le reti da pesca dai fondali e che l’8 giugno sarà protagonista dell’evento in streaming dall’isola di Santorini.

 

‘Love Collection’ by Be Quality, l’amore che si indossa

0
'Love Collection'project by Be Quality
Pilar Morales ha occhi azzurri e lucenti e se non fosse per il suo accento tondamente spagnoleggiante si direbbe che venga dalle terre del Nord. Invece è peruviana ed emana calore come le rocce delle Ande al tramonto, che per tutto il giorno hanno assorbito i raggi del sole. Pilar è un’ingegnere tessile, come suo padre, ha 20 anni di esperienza nel settore moda in Europa e un sogno. Produrre abbracci. O meglio tesserli e venderli come capi di abbigliamento, un progetto concreto e estremamente solidale, che nasce da un sentimento. L’amore. Quello che l’ingegnere nutre per il genere umano e la natura, facce della stessa medaglia che a causa del progresso si stanno allontanando sempre di più creando squilibri emotivi e psicologici su un numero crescente di persone. A dirlo sono numerose ricerche scientifiche che come soluzione sostengono il recupero del contatto con se stessi. Prima di tutto fisicamente per tornare a percepire i bisogni reali e non quelli imposti dalla società. Ed è qui che entra in gioco la ‘Love Collection’ della designer sudamericana, fondatrice del marchio Be Quality, di cui la ‘love’ capsule è una naturale quanto originale prosecuzione.

L’amore si indossa, sostiene Pilar. A cominciare proprio dagli abbracci, perché l’abbraccio è un gesto primordiale che esprime affetto e protezione e fa bene, studi alla mano, persino al cuore. Tanto più che i capi di questa particolare collezione sono realizzati con un particolare cotone peruviano, il Pima, pianta molto antica coltivata e lavorata già dagli Inca che lo consideravano un dono degli dei e infatti è conosciuto come il ‘cachemire dei cotoni’, materiale che Pilar vorrebbe rendere più accessibile, non di nicchia com’è ora. Morbido e lucente, a contatto con la pelle amplifica le sensazioni piacevoli che la ‘Love Collection’ si propone di regalare, le stesse sensazioni risvegliate da una storia d’amore, in questo caso raccontata da diversi capi d’abbigliamento, sciarpe, t-shirt e abiti e da una serie di gesti, primo dei quali l’abbraccio.

 

 

Prodotti eticamente e in modo responsabile, rispettando la terra, usando solo materiali ecologici e biodegradabili, garantendo ai lavoratori uno stipendio giusto e condizioni di lavoro adeguate, i capi della ‘Love Collection’ sono fatti per durare nel tempo e per continuare a dare a chi li indossa le sensazioni del primo giorno.

La sciarpa della ‘Love Collection’ Courtesy of Be Quality
Ma l’Abbraccio è solo il primo di una serie che Pilar vorrebbe si ampliasse sempre di più ovvero non fermarsi agli abbracci ma continuare a scrivere questa storia d’amore, proponendo così anche un nuovo concetto di fare moda. Per questo ha attivato un crowdfunding cui è possibile partecipare fino al primo di giugno, prenotando uno dei modelli proposti sul sito in diverse combinazioni e a un prezzo agevolato rispetto a quello di listino.
Prendendo parte al progetto – spiega Pilar – ognuno di voi ci farà sentire di credere nell’idea e nell’intento di tornare alle cose veramente importanti della vita, oltre ovviamente ad aiutarci a partire con la prima produzione dei capi dell’Abbraccio e a contribuire attivamente ad un abbigliamento più umano“.
Novella Di Paolo

 

 

ULTIMI ARTICOLI