Gli abiti delle mummie di Monsampolo

Pochi giorni fa sono stata a visitare il Museo della Cripta di Monsampolo del Tronto, un piccolo borgo nell’entroterra ascolano; di questi paesini situati in collina, circondati da mura medievali, le Marche sono piene e nella struttura si assomigliano anche molto ma spesso succede che ognuno nasconda poi una particolarità che lo distingue dagli altri. Monsampolo ha appunto questo Museo, realizzato nella cripta della Chiesa di Maria S.S. Assunta in seguito alla scoperta, durante i lavori di restauro dovuti al terremoto del 1997, di 20 corpi umani mummificati risalenti al ‘700/’800.

Ma cosa c’entra l’eco-moda con tutto questo? C’entra, c’entra, soprattutto se la consideriamo come qualcosa che non è nato dall’oggi al domani ma che affonda le proprie radici in tempi lontani, tempi in cui i nostri antenati usavano tessuti e tinture molto più sani e naturali di quelli che, con l’avvento dell’industria e della produzione di massa, hanno invaso i mercati moderni e anche il nostro guardaroba. E tempi in cui avere cura del proprio abito era una priorità, per farlo durare il più a lungo possibile, apportando modifiche dovute anche ai cambiamenti della moda e non solo a esigenze pratiche.

Una delle mummie di Monsampolo

Le mummie di Monsampolo sono state ritrovate con addosso i propri abiti, abiti semplici, in alcuni casi poveri, testimonianza di una vita modesta e del lavoro manuale con cui i vestiti si producevano, a partire dai tessuti, ottenuti da piante che le stesse mani potevano aver seminato e/o raccolto. Canapa, lino e addirittura ginestra costituivano la materia prima, raccolta e poi lavorata fino a ottenere una fibra da poter essere filata sul telaio casalingo; da lì altre ore di lavoro per costruire la tela che, in alcuni casi, potrebbe essere anche stata tinta, fino al taglio e al cucito per realizzare l’abito che doveva durare il più a lungo possibile e che nel tempo subiva rattoppi e modifiche.

Uno degli abiti indossati dalle mummie. La veste in lino è stata ricostruita

È molto probabile che l’abito del morto fosse quello ‘della festa’, di fattura certo semplice ma non priva di dettagli insieme ingenui ma ricercati: “la piega sui fianchi che taglia orizzontalmente quelle verticali raccolte in vita, il nastrino di seta colorato applicato sulle cuciture del corpino per sottolineare la struttura, dando più slancio alla figura, tracce della volontà di essere alla moda”. Altre volte quello poteva essere l’unico abito posseduto, pieno di toppe e rammendi, l’ultimo e anche l’unico abito, un bene prezioso di cui avere estrema cura fino, appunto, alla fine dei propri giorni.

Il bel libro creato ad hoc, ‘L’ultima veste – gli abiti delle mummie di Monsampolo del Tronto’, a cura di Thessy Schoenholzer Nichols, Valeria David ed Emanuela Micucci, edito dal Comune omonimo, mostra e racconta la ricostruzione che è stata fatta per risalire alla struttura dei capi, una ricerca e una riproduzione minuziose che portano alla luce la natura dei materiali, le tecniche di cucitura e di tintura, lo stile, in un intersecarsi di aspetti sociologici, culturali, antropologici e storici.

 

Come dicevo prima, canapa, lino, ginestra, quindi fibre naturali, erano il frutto di produzioni locali e casalinghe; dove infatti esistevano le minime condizioni di coltivazione delle piante, esse venivano seminate perché servivano per i tessuti ma anche per il cordame. La ginestra, per me una vera sorpresa che fosse fibra tessile, era invece a crescita spontanea ma la sua lavorazione era molto più laboriosa di quella di lino e canapa.

Alcuni tessuti venivano anche tinti ricorrendo al Guado, pianta che cresce un po’ ovunque, di provenienza mediorientale ma diffusasi in Europa già in tempi remoti, forse grazie all’uomo e utilizzata da subito per scopi tintorei; il blu è infatti il suo pigmento principale e uno degli abiti esposti al Museo è proprio color indaco ed è anche quello che mi ha colpito di più perché quel punto di blu in connubio con la stoffa grezza sembrava denim! Ma quanto erano avanti questi contadini marchigiani della valle del Tronto?!

Quindi per chi fosse in zona consiglio vivamente la visita di questo piccolo museo con le sue mummie e i loro abiti che rivelano storie di vita vissuta, “di persone passate che non hanno lasciato segni o memorie nella storiografia ufficiale ma il cui ritrovamento restituisce a esse questa identità labile e ci mette dinnanzi la concretezza della persona”. E che ci insegnano anche l’amore che dovremmo avere per i nostri abiti, una lezione che ritroviamo ad esempio in ‘Loved Clothes Last‘, la fanzine #2 di Fashion Revolution sulla cura che dobbiamo riservare ai nostri vestiti per farli durare a lungo ed evitare così inutili sprechi.

 

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