A 5 anni da Rana Plaza H&M non mantiene le promesse

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Sull’onda emotiva e mediatica di tragedie come quella di Rana Plaza, che risale ormai a cinque anni fa e con la successiva nascita del movimento Fashion Revolution, di cui è stata da poco la settimana, qui dovutamente celebrata, le promesse delle grandi catene d’abbigliamento, quelle chiamate in causa per lo sfruttamento dei lavoratori nelle fabbriche del Terzo Mondo, erano fioccate abbondanti, un po’ come succede sempre all’indomani di avvenimenti simili. Tra i marchi di fast fashion maggiormente coinvolti nella tragedia c’era il colosso svedese H&M che, qualche mese dopo Rana Plaza, precisamente a novembre del 2013, si era impegnato entro il 2018 ad un salario dignitoso per gli 850.000 lavoratori della sua filiera.

Ebbene, siamo quasi a metà dell’anno di grazia 2018, pochi giorni fa si è tenuta a Stoccolma l’assemblea annuale degli azionisti di H&M ma di questo aumento di salario nelle buste paga dei poveri lavoratori nemmeno l’ombra; ma c’è di più ovvero che l’obiettivo stesso è scomparso dalla comunicazione aziendale, proprio come i documenti originali sono scomparsi dal sito ufficiale del marchio e il solo riferimento ad oggi riguarda l’introduzione del metodo del salario equo per le fabbriche dei fornitori. Gli 850.000 lavoratori e i loro redditi effettivi non fanno più parte del messaggio.

Clean Clothes Campaign, (in Italia Campagna Abiti Puliti), rete di più di 250 partner che mira al miglioramento delle condizioni di lavoro e al rafforzamento dei diritti dei lavoratori dell’industria della moda globale, che ha lanciato la campagna ‘Turn around, H&M!’ (a questo link trovate anche la pagina per firmare la petizione, vi invito a farlo) per mettere sotto pressione H&M affinché tenga fede alle proprie promesse, è sul piede di guerra. Gli attivisti della campagna si sono mossi in prima persona andando a Stoccolma per manifestare il proprio disappunto perché, come dice David Hachfeld di ‘Turn Around, H&M!’, non è detto che gli azionisti della multinazionale siano a conoscenza dei temi della campagna.


La campagna ‘Turn Around H&M!’


Hachfeld rivela inoltre di aver già preso contatto con alcune organizzazioni europee tra cui Fondazione Finanza Etica, che promuovono l’azionariato critico per portarlo proprio dentro H&M. Nel frattempo i numeri ufficiali delle paghe pubblicati dall’azienda svedese e riportati dalle ong sono comunque scoraggianti; in Cambogia, ad esempio, i lavoratori sono pagati in media 166 euro al mese che, secondo H&M, è superiore al salario minimo nazionale ma secondo l’Asia Floor Wage Alliance (AFWA) dovrebbe essere di 396 euro al mese. In Bangladesh, che è il Paese con le paghe più basse, come riportava anche il documentario di Andrew Morgan ‘The True Cost‘, la cifra riportata da H&M è di 79 euro al mese mentre un salario dignitoso dovrebbe essere quasi cinque volte più alto (374 euro).

Ma cosa manca ad un brand come H&M per tenere fede all’impegno preso? Certamente non i mezzi finanziari. Come dichiara Clean Clothes Campaign tutto ciò che manca è probabilmente la volontà politica.

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