Marina Spadafora in Tanzania for the Oikos project - courtesy of Marina Spadafora

Non sono scaramantica né particolarmente fissata con certi rituali ma fin dall’apertura di questo blog il numero 23 ha caratterizzato uscite importanti; sebbene avessi già scritto qualche pezzo prima del 23 novembre, eco-à-porter ha debuttato proprio in quella data, mentre l”Intervista del mese’ è uscita il 23 gennaio con Sass Brown, cosicché ogni intervista successiva, mi è sembrato doveroso farla uscire il 23 di ogni mese, costi quel che costi. Oggi è il 23 aprile e non solo è il momento della quarta intervista dell’anno ma è anche il primo giorno della Fashion Revolution week, movimento che, a cinque anni dalla tragedia del Rana Plaza, continua a sensibilizzare sulle pratiche virtuose da attuare coinvolgendo i consumatori e gli addetti del settore moda. Insomma, con il senno di poi questo 23 si è rivelato un numero significativo!

E allora, se oggi è il primo giorno di ‘rivoluzione’ non posso che avere come ospite una rivoluzionaria, una che termini come ‘etica’, ‘sostenibilità’, ‘solidale’ li ha cominciati a masticare ben prima che arrivassero sulla bocca di tutti: Marina Spadafora è una che il mondo della moda lo conosce bene, figlia di imprenditori tessili, prima costumista poi designer ma soprattutto portavoce di un cambiamento in cui crede fermamente da quando ha capito che l’industria in cui operava, così com’era, le stava stretta. Cos’ha trovato, quali esperienze e quali insegnamenti, ricevuti e dati, ce lo racconta in questa intervista.

Allora Marina, coincidenza vuole che questa intervista esca proprio il primo giorno della settimana dedicata alla Fashion Revolution, quindi partiamo da qua, partiamo da questo movimento che si è fatto ormai globale: Lei è la coordinatrice del Fashion Revolution Day in Italia, come lo è diventata e cosa l’ha spinta a farlo? E quali iniziative/eventi avete previsto per questa settimana?

Sono diventata coordinatrice italiana di Fashion Revolution nel 2015 prendendo lo ‘scettro’ da Altromercato, che aveva svolto lo stesso ruolo per il primo anno, nel 2014. In quel periodo ero direttore creativo di Auteurs du Monde, linea di abbigliamento di Altromercato ed è stato un passaggio naturale che ho accettato con entusiasmo. Le ragioni che mi hanno spinta a farlo sono quelle che motivano il mio impegno per la moda sostenibile: sono convinta che ognuno di noi può mettere al servizio della comunità le proprie competenze per contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo.

Marina Spadafora con una filatrice in Etiopia – courtesy of Marina Spadafora

Nella settimana di Fashion Revolution ci sono molte iniziative di rilievo sul territorio: oggi si tiene un symposium sulla moda etica all’Università Bocconi, mentre il week-end appena trascorso si è tenuta a Prato la Fashion Revolution Fair, una due giorni a metà fra showroom e fiera. Il 26 aprile a Roma Tiziano Guardini, eco-designer vincitore del ‘Franca Sozzani GCF Award for Best Emerging Designer’ alla scorsa edizione del ‘Green Carpet Fashion Award’, aprirà le porte del proprio studio. Il 30 aprile sarà la volta di Torino con un evento ricco di esibizioni teatrali, musicali e performance artistiche e l’8 maggio a Milano al Superstudio di via Tortona si terrà l’annuale evento in collaborazione con la Fondazione Pistoletto per raccontare la moda sostenibile.


Mi sembra un programma ricco! Venendo di nuovo a Lei, dall’inizio della sua carriera nel mondo della moda, si può dire che ha fatto un po’ di tutto, dalla costumista all’assistente della stilista Nancy Heller per poi diventare lei stessa designer, con collezioni di maglieria e poi di prêt-à-porter, anche estese all’uomo. Quand’è che ha cominciato a ‘passare dall’altra parte’, cioè ad allontanarsi dalla moda mainstream per dedicarsi all’eco-fashion e all’attivismo sostenibile? 
Siccome parliamo di ‘fashion revolution’, qual è stata la sua personale rivoluzione, quale la molla, il motore scatenante del cambiamento nel suo percorso lavorativo?

È stato un crescendo partito dal desiderio di usare la mia professionalità e metterla al servizio del bene comune. Ho avuto la mia prima opportunità nel 2007 con la creazione del progetto BANUQ, una collezione creata interamente in Africa con tessuti organici. Dopodiché sono stata chiamata prima da Cangiari, il marchio di moda etica nato in Calabria come opportunità per rilanciare il lavoro sui telai a mano e permettere alle persone di lavorare al di fuori delle logiche mafiose. Infine Altromercato mi ha affidato la direzione artistica della linea di abbigliamento e accessori Auteurs du Monde, realizzata da artigiani che appartengono al circuito del World Fair Trade Organization.

Sfilata Banuq – courtesy of Marina Spadafora

Marina, Lei è la mia prima ospite italiana da quando ho inaugurato questa rubrica, quindi muoio dalla voglia di sapere cosa ne pensa, lei che comunque ha operato all’interno del sistema moda e del ‘made in Italy’, del rapporto tra appunto moda italiana e sostenibilità. A che punto siamo, rispetto anche agli altri Paesi, quali gli eventuali scogli e quali invece gli aspetti positivi per far sì che l’eco-fashion non sia più un fenomeno di nicchia?

L’Italia si sta muovendo bene in questo ambito soprattutto nel settore dei produttori di tessuti e filati. In molti hanno aderito al Detox Protocol di Greenpeace ed è molto incoraggiante vedere questo impegno da parte del nostro settore tessile. I brand ‘famosi’ si stanno muovendo in questa direzione: Versace ha iniziato un percorso sostenuto dalla società Nativa per adottare strategie progettuali e sistemi costruttivi che riducano sensibilmente gli impatti sull’ambiente, Gucci non usa più le pellicce, insomma credo che con il propagarsi di questa nuova consapevolezza da parte dei consumatori ci sarà presto un cambiamento epocale come quando è passata la legge per non fumare all’interno dei luoghi pubblici, dalla mattina alla sera siamo diventati virtuosi e l’abbiamo fatto molto più velocemente di tanti altri Paesi. E poi ci sono anche molte realtà nel mondo dell’innovazione come Orange Fiber e Vegea e si tratta di start up tutte italiane.

Auteurs du Monde è la linea moda che lei ha appunto firmato per Altromercato; le va di parlarmi dei temi che l’hanno ispirata, oltre ai materiali impiegati e alle lavorazioni?

Auteurs du Monde è un esempio di etica che incontra l’estetica. L’ispirazione viene sempre da sensazioni che colgo nel mondo, viaggi, popoli lontani, natura, quindi i capi realizzati è un po’ come fossero storie da indossare; i tessuti, di alta qualità, sono realizzati esclusivamente con fibre naturali e green-oriented e la confezione degli abiti è rigorosamente artigianale, fatta nel rispetto delle persone e dell’ambiente. Le collezioni sono create da centinaia di abilissimi artigiani, spesso donne, che abitano nei villaggi asiatici, in America Latina e Africa.

 

Domanda che ha ispirato questo blog: potremo mai parlare di eco-à-porter? O possiamo già parlarne?

Spero vivamente che presto tutto il mondo della moda diventi più etico e sia la norma e non l’eccezione. Sono fiduciosa che presto avverrà.

Bene Marina, la nostra intervista è giunta al termine ma non la lascio andare finché non mi ‘nomina’ l’ospite della prossima ‘Intervista del mese’, questa rubrica funziona così! Chi sarà e perché?

Matteo Ward, fondatore del marchio Wrad, che ha ritrovato un metodo antico di tingere i materiali con la grafite risparmiando sull’acqua.

Bella idea, grazie Marina, anche perché Matteo sarà così il mio primo ospite maschile in questo meraviglioso universo sostenibile fatto soprattutto di donne🙂

A maggio, ovviamente sempre di 23!

 

 

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