Sass Brown

Non potevo inaugurare la rubrica ‘L’intervista del mese’ in modo migliore, dato che il mio primo ospite è Sass Brown, giornalista, scrittrice, ricercatrice e attivista di moda etica, nonché autrice del libro ‘Eco-moda’ su cui sto ‘studiando’ la materia. Inglese, docente al Fashion Institute of Technology (FIT) di New York, una delle migliori università di moda al mondo, essa stessa stilista nonché consulente di design etico per cooperative, istituti scolastici, agenzie governative, ONG e piccole e medie imprese in tutto il mondo, Sass Brown è oggi preside fondatrice del Dubai Institute of Design and Innovation (DIDI), l’istituto di design e innovazione di Dubai che aprirà le sue porte il prossimo autunno in collaborazione con il Massachusetts Institute of Technology (MIT) e la Parsons School of Design. Ed è proprio da questo suo ultimo impegno che parte la nostra intervista; la raggiungo via mail e lei non solo è velocissima nella risposta ma anche molto disponibile, una persona davvero squisita.

Sass, proprio un anno fa cominciava la tua esperienza al Dubai Institute of Design and Innovation (DIDI); di cosa ti sei occupata finora e quale realtà hai trovato, dentro l’istituto, riguardo al design sostenibile?

É appena passato un anno dal mio arrivo al DIDI e stento a credere che sia già trascorso così tanto tempo; il mio compito finora è stato quello di avviare e seguire il processo di accreditamento del nostro Istituto presso il Ministero della Pubblica Istruzione, che è arrivato poco prima della fine dell’anno. Il raggiungimento di questo primo obiettivo è stato un traguardo importante che ci ha consentito di passare alla fase successiva dello sviluppo e della promozione del DIDI. L’altro mio compito è stato quello di cercare un’identità alla nostra facoltà in via di fondazione, una cosa estremamente importante che sarà determinante per la creazione di un ambiente collaborativo, interdisciplinare e solidale, per questo sono molto entusiasta di chi si unirà a noi per aiutarci a trasformare il progetto in realtà. Al momento siamo nella fase di firma del contratto finale con una gamma così diversificata di facoltà che continuo a parlarne come ‘le Nazioni Unite della Facoltà in via di fondazione’. Per me è una priorità assicurarmi l’istituzione di un ecosistema che possa garantire alla facoltà supporto per integrare tra loro ricerca, impresa ed esperienza accademica.

DIDI’s entrance – Photo: courtesy of DIDI

Riguardo alla tua domanda sulla sostenibilità e sul suo rapporto con la facoltà, è fondamentale che essa sia intrecciata con l’intero percorso formativo; non credo si possa essere un’Istituzione proiettata verso il futuro senza concentrarsi su un approccio sostenibile e sono perciò fermamente convinta che essa debba essere interconnessa con tutto ciò che facciamo e non tenuta in un’area separata. Penso che la prossima generazione di designer, se riceverà informazioni chiare e trasparenti sulle scelte da fare e sulle conseguenze di quelle scelte, farà le cose giuste. In passato queste informazioni non sono state condivise nelle aule di design perché l’attenzione si è concentrata esclusivamente sull’estetica e sulla funzionalità, non sull’impatto che le materie prime utilizzate hanno sulle persone e sul pianeta o su ciò che accade loro quando si scartano. Parte della filosofia del DIDI è un’educazione integrata, non contenitori di informazioni e discipline e ciò include il modo in cui insegniamo la sostenibilità. Ci concentriamo anche sul problem solving creativo, non sulla semplice produzione di cose più belle, ne abbiamo già abbastanza! Come designer, dobbiamo comprendere e pianificare l’intero ciclo di vita dei prodotti che portiamo nel mondo, ciò è nostra responsabilità.

E che tipo di approccio alla sostenibilità hai trovato nel mondo arabo? Non trovi  interessante che in un mondo sempre più globalizzato, le realtà locali dei vari continenti, dall’Asia all’America all’Africa, ottengano più valore grazie alle loro tradizioni tessili e alla tessitura?

Penso che questa sia una regione dinamica ed emozionante del mondo, in grado di realizzare quel tipo di cambiamento sostenibile a lungo termine che il resto del mondo può solo sognarsi di compiere. Credo anche che la prossima generazione di designer sia impegnata in un cambiamento sostenibile e che lo possa fare imparando anche dagli errori della nostra generazione. Ciò mi dà grande speranza per il futuro, che sia a New York, a Londra o qui a Dubai.

Qui sto riscontrando un grande interesse nella moda sostenibile; non è integrato come nel caso di Brooklyn o Spitafields ma avverto fame e attenzione. Si sente poi un legame abbastanza tangibile con la tradizione, la storia e l’artigianato, il che aiuta un certo tipo di produzione. La via della seta circondava questa regione e di conseguenza c’è ancora un’incredibile quantità e qualità di tecniche e mestieri tradizionali. Questa connessione si è persa in tante altre regioni del mondo, ma qui esiste ancora ed è bellissimo. Penso che il futuro del lusso sarà in gran parte legato alle capitali della moda ‘non tradizionali’ e questo grazie alle tradizioni che hanno saputo mantenere e al loro senso estetico unico. Perché il lusso nel suo senso più puro è fatto a mano, collegato alle tradizioni e alla cultura delle regioni del mondo da cui proviene.

Spostiamoci in Italia, a Firenze, dove so che hai vissuto per un lungo periodo per ricoprire il ruolo di direttore distaccato per il programma estero del Fashion Institute of Technology di New York presso il loro campus; di realtà e marchi italiani handmade/autoprodotti e sostenibili ce n’è ma non pensi che rispetto al resto dell’Europa siamo ancora un po’ ‘indietro’? 

Sass Brown

Sì, ho avuto la fortuna di vivere e lavorare a Firenze come direttore residente del campus del FIT per 4 anni. Non è un brutto posto dove risiedere per un po’. L’Italia ha un forte legame con la propria storia e la propria tradizione di artigianato ma lotta anche per mantenerla. Ogni parte del mondo ha un rapporto diverso con la sostenibilità, che è in gran parte frutto della relativa cultura; l’Italia, per le sue tradizioni tessili e di filato, legate in particolare alla lana e alla seta, mantiene un vincolo piuttosto forte con i materiali naturali e ha anche una lunga storia di riciclo della fibra di lana, che ha acquisito una rinnovata importanza grazie alla tendenza ‘upcycling’. Ci sono alcuni designer italiani che si concentrano appunto sul’upcycling e altri che si concentrano sui materiali naturali e sulle tinture e, naturalmente, quelli che lavorano con materiali locali. Ci sono alcuni marchi importanti che li hanno inseriti nel proprio lavoro, come Max Mara che produce una micro collezione basata sulla Newlife™, la lussuosa fibra di poliestere riciclato, tessuta come solo gli italiani sanno fare.

Beh, grazie Sass! Quindi abbiamo capito che l’eco-moda non è più un fenomeno di nicchia; tu che te ne occupi da anni, quale pensi sia stato ciò che l’ha resa popolare? Pensi che i movimenti ecologisti, politici e non, abbiano avuto voce in capitolo?

Per una reale integrazione nel settore della moda, l’eco-fashion ha sempre avuto bisogno del sostegno delle grandi catene commerciali e del settore della moda di lusso e, in questo senso, entrambi hanno fatto molta strada negli ultimi anni. Tuttavia resta un dilemma particolarmente difficile come bilanciare espansione e crescita, che è il modello base di un grande marchio, con i fattori umano ed ecologico, e con l’implementazione della sostenibilità. Troppo dell’operato delle grandi catene commerciali si è finora concentrato su capsule collection e sviluppi particolari, anziché su tutta la filiera produttiva, comprendendo l’intero prodotto. Quindi c’è ancora molta strada da fare, ma è un inizio.

Riguardo ai movimenti ecologisti, ritengo che il tenace lavoro di Greenpeace, il loro impegno nei confronti della filiera tessile e la serie di rapporti DETOX che hanno realizzato, abbiano avuto un’importanza enorme per la comprensione degli impatti ambientali sia per l’industria che per i singoli produttori. Le loro campagne pubblicitarie hanno fatto vedere ai consumatori e ai marchi che cosa deve cambiare, perciò dobbiamo avere un debito di gratitudine per il ruolo che hanno avuto. Altri movimenti come Fashion Revolution hanno assunto un enorme significato fin dal loro inizio, così come organismi governativi tipo l’ONU, che ha posto un forte accento sull’economia creativa e sugli effetti economici che il sostegno alle donne e alle arti tradizionali ha sulle nazioni in via di sviluppo. Una delle cose che sappiamo è che ci vuole il coinvolgimento di tutti, gruppi e individui, per far sì che le cose vadano avanti e in questo abbiamo tutti un ruolo.

Sono d’accordo; ho aperto il mio blog anche perché mi piacerebbe che un giorno potessimo parlare di eco-à-porter, cioè sempre più contaminazione tra eco-moda e moda ‘tradizionale’ (prêt-à-porter). Pensi che quel giorno arriverà presto?

Penso che finalmente siamo ad un punto di svolta che ci permette di avere una visione a lungo termine in cui la moda sostenibile non sarà più considerata come una cosa separata dal resto del sistema moda, perché così integrata che sarà diventata semplicemente la norma. Abbiamo una lunga strada da percorrere per raggiungere questo obiettivo ma ci stiamo muovendo nella giusta direzione.

Lo penso anch’io Sass. Siamo arrivati al termine della nostra intervista e siccome questa rubrica è concepita in modo che l’intervistato indichi il prossimo ospite, Sass, chi intervisterò il prossimo mese?

Data la regione del mondo in cui vivo e lavoro attualmente, ho pensato che sarebbe stato carino suggerirti qualcuno di qui che i tuoi lettori possano conoscere. Con questa idea  in mente, ti indico i fondatori di Bokja, una compagnia libanese che fa interior design, accessori e ha anche una collaborazione con il fashion design. I loro prodotti sono una combinazione di materiali riciclati e ‘upcycled’ e di ricami fatti a mano da artigiani di tutta la regione.

Ok Sass, mi sembra una bella idea! Ti faccio i miei migliori auguri per il tuo lavoro al DIDI e grazie per essere stata la prima ospite de ‘l’intervista del mese”. Meraviglioso battesimo!

Quindi la prossima ‘intervista del mese’ sarà a Bokja!

Bokja’s design from Bokia’s IG account

 

 

 

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